La religione e il dubbio

Dal “solito” e informatissimo Rugby 1823

Era la meta più probabile, ma non per questo non lascia perplessi la scelta di Euan Murray, pilone scozzese, di accasarsi a Newcastle pochi giorni dopo aver rescisso il contratto con i Northampton Saints. Una scelta, quest’ultima, motivata dalla volontà di non giocare la domenica per motivi religiosi. Ma allora perché scegliere un’altra squadra inglese?

“Noi preferiamo giocare il venerdì sera, anche se per motivi televisivi qualche incontro viene spostato. Ma questo non ci impedirà di avere Euan a disposizione per la maggior parte della stagione” la motivazione che dà Alan Tait, head coach dei Falcons, attualmente penultimi nell’Aviva Premiership e in piena lotta per non retrocedere. Meno partite la domenica, almeno sulla carta, quindi per il pilone scozzese che, così, ha trovato una sistemazione consona alle sue scelte religiose.
Un contratto di due anni e mezzo per il trentenne pilone, che si è subito dichiarato entusiasta della scelta “Non vedo l’ora di iniziare e di indossare la maglia dei Falcons – le sue prime parole –. La scelta di andare a Newcastle è la migliore per me e la mia famiglia”. Fino alla prossima partita domenicale…

Come arrivano Benetton e Aironi al derby celtico

Un articolo che ho scritto per il sito di Radio R101

“Vincerà chi lo vorrà di più”. Così Tito Tebaldi ai nostri microfoni, non più tardi di un giorno fa. Domani pomeriggio al “Monigo” di Treviso va in scena il primo derby italiano in Celtic League, una partita storica a suo modo.
E’ vero che nei derby fare previsioni è difficile e non ci si azzecca quasi mai, ma se questa gara fosse arrivata uno o due mesi fa la bilancia avrebbe detto Benetton su tutta la linea. Ma a novembre qualcosa è cambiato a Viadana, una trasformazione che è facile voler “concretizzare” nel cambio di allenatore, ma che non basta. Alla fine Rowland Phillips era il secondo di Bernini, non è mica arrivato dalla Luna. E anche l’arrivo di Gianluca Guidi è una decisione troppo recente, quasi una conseguenza di quel cambiamento.
La verità è che qualcosa è cambiato nelle teste dei giocatori e di tutto l’ambiente. C’è meno fretta di ottenere risultati, meno voglia di strafare, si fanno meno errori. Come dire: poche idee, ma molto ben chiare in testa. Sessanta giorni fa una vittoria come quella sul Biarritz era fantascienza, oggi no. Potrebbe capitare nuovamente domani. La squadra sta poi bene fisicamente, sta vedendo rientrare l’enorme numero di infortunati e in campo si vede maggiore disciplina. Solo due mesi fa gli Aironi non finivano partita senza un paio di cartellini gialli.

Capitolo Benetton Treviso: squadra quadratissima fin dall’inizio stagione, che gioca bene e con ben chiaro in testa cosa fare e come farlo. Un gruppo coeso e “formato” dal talento indiscutibile del coach Franco Smith. Ottimi giocatori che si conoscono bene e che in gran parte giocano assieme da diverso tempo (grande, enorme differenza questa con gli Aironi). Il vero problema oggi per il XV biancoverde è la condizione fisica, che non sembra quella di un paio di mesi fa. Cose che capitano, ma le utime gare hanno evidenziato questo problema, con la squadra che più volte è rimasta un po’ sulle ginocchia. Uomo-simbolo di questo momento è forse Alessandro Zanni, che ha giocato ad altissimi livelli fino a novembre, per poi calare a vista d’occhio. Si riprenderà e tornerà a giocare presto come sa, ma il problema è oggi. Certo le motivazioni di un derby possono far superare questa difficoltà. Vincerà chi avrà più voglia di farlo? No, chi al minuto numero 80 ne avrà di più. E oggi, forse, gli Aironi partono con un leggero vantaggio.

In ricordo di “Maci” Battaglini, a 40 anni dalla sua scomparsa

Il ricordo di un personaggio indimenticabile su Rugbypeople

Quaranta anni fa, alle 6,45 del 1° gennaio 1971, moriva all’ospedale di Padova Mario Battaglini, il più grande protagonista della prima stagione del rugby italiano nel dopoguerra. Il rodigino “Maci” era stato vittima qualche settimana prima di una banale caduta dalla bicicletta (mezzo da cui non si separava mai, poichè non aveva la patente), derivando un trauma che l’avrebbe portato al coma e quindi alla tragica fine.
Alla funzione funebre Don Mario Bisaglia cita la parabola di Sansone: «Tu sei stato questo, Maci, un forte e un dolce, tutti ti ricorderanno così». Ad assistere alla cerimonia ci sono migliaia di cittadini, perchè di Rovigo Battaglini è stato uno dei figli più amati. «In fondo al suo cuore durava l’immagine della piccola città di nebbie spinose e di soli cocenti, dove anche lontano dallo stadio teatro delle sue gesta, continuava ad essere protagonista», ha scritto Gian Antonio Cibotto.
Gli ultimi anni di vita di Maci sono intrisi di dolore e nostalgia: resta vedovo della moglie Gabriella nel ’66, dopo una lunga malattia, e nel ‘70 viene allontanato dalla panchina del Rovigo, rimanendo orfano del rugby, sinonimo di una passione assoluta. Dedicati a Battaglini restano oggi uno stadio ed un monumento, ma soprattutto gli affettuosi ricordi che ancora si rincorrono in città. Come quando Maci fece uno stringato ma efficacissimo discorso alla squadra, prima della sfida fra una selezione veneta e i temibili sudafricani della Stellenbosch University. «Loro sono fortissimi, ma se giochiamo come sappiamo li ciavemo». E infatti i sudafricani, reduci da una trionfale tournèe in Francia, persero quella partita 15-8.
Era il 1955 e per la prima volta gli italiani si imponevano ad una squadra di una nazione rugbisticamente avanzata. Pioniere, per il rugby azzurro, Battaglini lo era stato da sempre. Prima della guerra – dopo avere fatto nascere il Rovigo, col fratello Checco, e averlo condotto al titolo nazionale della Gil – Maci era stato il primo “professionista” di uno sport allora ancora ai primissimi passi, ottenendo un ingaggio dall’Amatori Milano (subito uno scudetto nel ‘39-’40). Classe 1919, di umilissime origini, viene arruolato nel Genio e spedito prima in Yugoslavia e quindi sul fronte russo.
Dopo la guerra è il primo rugbista italiano a giocare ed affermarsi in Francia, dove diventa un popolare eroe sportivo grazie soprattutto ai suoi calci da lunghissima distanza e  alle sue straordinarie doti fisiche, da cui deriva il soprannome “Maciste” e per apocope “Maci”. Tre stagioni fra Vienne e Toulon fino a che “le mal du pays”, irresistibile, lo riporta a Rovigo. Giusto in tempo per la drammatica alluvione del novembre 1951 ma anche per l’esaltante ciclo di quattro scudetti dei bersaglieri rossoblù, nei quali una terra povera come il Polesine trova identificazione e riscatto. Di quella squadra Maci è giocatore, allenatore, simbolo.
Di carattere effervescente, non va molto d’accordo con arbitri, giornalisti, dirigenti di club e di Federazione: saranno molti i “casi Battaglini” negli anni della sua carriera, spesa anche a Treviso, Padova e Bologna. Battaglini è l’interprete più rappresentativo della prima stagione del rugby in Italia, di uno sport che nasce aristocratico ed universitario per scoprirsi poi contadino e popolano, radicandosi in provincia e dove antichi sono i legami con la terra, la fatica, il sacrificio; un rugby che non conosceva mode e retoriche del terzo tempo ma parlava la lingua vivacissima e autentica del campanile. Gli ultimi successi per Battaglini (tre scudetti dal ’57 al ’60) giunsero da allenatore delle Fiamme Oro, la polisportiva della Polizia di Stato che è quasi una Nazionale grazie al reclutamento dei migliori atleti nel reparto padovano della Celere.
Escluso da un rugby che cambiava velocemente quanto la società italiana, alla fine degli anni Sessanta Maci accetterà un lavoro di bidello ed un posto nella memoria di tutti i bambini di quella generazione. Nella stagione seguente al divorzio con Battaglini, il Rovigo avrà il primo sponsor di maglia – Tosimobili – ed uno straordinario straniero, Alex Penciu. Era già tutto un altro rugby.

Tacchi 12 o 13 tacchetti? Meglio i secondi…

Un bell’articolo pubblicato su Rugbryca

Mischia sotto la pioggia, di Elisa Mastroianni

. Il tema è quello della “invasione” delle donne-fotografe intorno ai campi da rugby. Peccato non sia firmato… Comunque, chiunque tu sia, un “brava” non te lo leva nessuno

Sempre di tacchi si parla. O meglio di tacchetti. Perché dopo che rischi di perdere la sensibilità alle dita dei piedi, oppure di slogarti una caviglia, o nella migliore delle ipotesi di ritrovarti ricoperta di fango fino al ginocchio, anche la più femminile delle donne, la paladina del tacco sempre e comunque deve arrendersi nel nome di una passione più grande. Il Rugby. Ma non quello giocato. Quello vissuto di lato, appena dietro la linea di meta. Vissuto attraverso una lente, quella dell’obiettivo.
Negli ultimi anni il numero delle donne a bordo campo è aumentato esponenzialmente, se senti alcune, le più “anziane”, le precorritrici (parola abominevole) del movimento fotografico rosa, ti rispondono tutte con un: FINALMENTE.
E che finalmente sia detto. Le fotografe donna, soprattutto nel rugby, non sono mai state viste con occhio benevolo. Sempre in un uomo si insinua il dubbio che la donna  “invada il campo” più per un’attrazione verso il rugbysta che per la passione della fotografia.
Chi scrive è una che in nome di quella passione sono anni che si prende acqua, neve, caldo asfissiante, afa e fango. Una di quelle fotografe fortunate, perché ha trovato chi, al di la dei preconcetti, ha creduto in lei e le ha permesso di crescere e di togliersi le proprie soddisfazioni. Una donna che adesso nei weekend se non può fotografare il rugby lo guarda in tv, lo cerca, lo respira e lo vive. Non è descrivibile la sensazione che si prova. Il profumo dell’erba del campo, il tacchettio delle scarpette negli spogliatoi, il brillare del sudore sulla pelle dei giocatori che risplende sotto il sole, le nuvole di fiato che riempiono le inquadrature in inverno, il calore dei terzi tempi. Il gruppo di fotografi a bordo campo, che prima di tutto è una famiglia, ci si aiuta, si scherza, ci si diverte. Il rugby è un mondo a sé. A discapito di denaro, fama, popolarità è pieno di sentimenti veri, di rapporti indissolubili. Non sempre si riesce a descriverlo, per questo ci sono le fotografie. Catturano attimi irripetibili.
Benvenute “colleghe” donne. Prima o poi anche voi, come me, cadrete dai vostri tacchi e infilerete le vostre scarpette con i 13 tacchetti. Io l’ho fatto ed è la sensazione più bella del mondo.
A questo link una gallery di scatti “femminili” sul rugby

Digitale, parabole e il futuro del rugby in tv

Una interessante analisi della questione tv a firma di Duccio Fumero su Rugby 1823

Telecom Italia ha chiesto alla Corte di giustizia Ue di annullare la decisione con cui, il 20 luglio scorso, la Commissione europea ha autorizzato Sky a partecipare alla prossima gara per l’assegnazione delle frequenze per il digitale terrestre. Lo segnala la stessa Corte, come riportano le Agenzie di stampa, precisando che la causa è stata introdotta presso il Tribunale Ue. Una battaglia digitale che riguarda anche il rugby.

Abbiamo parlato nei giorni scorsi della profonda crisi che sta attraversando Dahlia e i rischi che l’emittente digitale sparisca, perdendo così i diritti di trasmettere la Celtic League. E Dahlia ha tra i suoi azionisti proprio Telecom Italia, con TI Media, colei che ora vuole impedire a Sky di partecipare alla gara per l’assegnazione dei nuovi multiplex, una gara che potrebbe risultare decisiva per il futuro anche di Dahlia. In teoria Sky non potrebbe approdare sul digitale terrestre fino alla fine del 2011, ma la Commissione Europea ha cambiato le carte in tavola, pur obbligando Sky, nel caso vincesse la gara, a trasmettere esclusivamente in chiaro per cinque anni.
Ma non si ferma qui il sottile filo ovale che collega Dahlia a Sky. I rumors, infatti, parlano della possibilità che l’emittente satellitare di Rupert Murdoch possa subentrare a quella digitale nell’acquisizione dei diritti della Celtic League nel caso che la società italo-svedese dovesse fallire, o ridimensionarsi. Insomma, il futuro televisivo celtico passa dalla battaglia tra Sky e Dahlia. Chi vincerà?