Il marketing? Sempre più ovale

Finanza e Mercati, firma di Claudia Giordani

“Meno incidenti stradali. Ecco la meta da raggiungere”. Questo il messaggio promosso dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti nell’ultima campagna per la sicurezza stradale. Testimonial la Nazionale italiana di rugby con Sergio Parisse (capitano), Salvatore Perugini (pilone), Alessandro Zanni (terza linea), Alberto Sgarbi (centro), Gonzalo Garcia (tre quarti centro). Il rugby si riconferma sport principe in comunicazione, più che mai dopo la storica vittoria contro la Francia di sabato scorso al Flaminio. E’ un sempio per tutte le discipline sportive, ricco di case histories puntualmente di successo. Tutti dovrebbero imparare dalla palla ovale, che ha saputo mettere in luce le sue caratteristiche grazie ai mezzi di comunicazione a 360 gradi. Con il miglior lavoro di marketing possibile: a prescindere dai risultati e dalle prestazioni sul campo, costruendo nel tempo, ha saputo elevare la sua immagine e quella dei suoi giocatori in Nazionale, stabilendo partnership con brand di assoluto livello. “Impegno, rispetto e passione”: stesso gioco per la casa automobilistica coreana Hyundai che schiera il suo nuovo modello, il Suv Santa Fé, tra gli Azzuri. “Per noi che il Terzo Tempo è uno stile di vita”, dice Peroni, la birra del rugby, che crede nel “pacchetto” In store e Field promotion, oltre all’adv tricolore: si vince la sciarpa nei punti vendita e spettacolare Guinness dei primati con la più grande palla ovale realizzata con le lattine dei match del Sei Nazioni. “Andare avanti guardando indietro”, questo, invece, è l’head line, il titolo, del libro appena uscito, scritto da fratelli Bergamasco, tra i testimonial più apprezzati di Emporio Armani e icone moda in generale, cosi come il capitano Sergio Parisse, scelto dal mensile Max per la doppia cover di febbraio. L’ovale al Beccaria e il Soft rugby sono invece tra i progetti della strategia di responsabilità sociale di Edison. Da un’unica ispirazione, tantissime opportunità

Un problema chiamato salary cap

Duccio Fumero per Finanza e Mercati

Porre dei limiti agli stipendi dei giocatori per non falsare i campionati nazionali, garantire maggiore equilibrio tra le squadre ed evitare derive che possono, soprattutto in un periodo di crisi economica, portare a fallimenti dolorosi. Il salary cap è uno degli argomenti caldi del rugby europeo, in special modo in Francia e Inghilterra dove questo viene applicato duramente. Nell’Aviva Premiership il tetto è fissato a 4.1 milioni di sterline, circa 4.7 milioni di euro. Un budget non piccolo, ma che contrasta fortemente con gli 8 milioni di euro di salary cap del Top 14,3 massimo campionato francese. Una differenza di quasi il doppio contro cui ultimamente i club inglesi, in prima linea i famosi Leicester Tigers, si stanno scagliando, chiedendo alla Lega inglese di cambiare le regole. Il motivo è l’impossibilità di competere a livello europeo, nella Heineken Cup. I numeri parlano chiaro: nella stagione 2009/2011 ai quarti di finale di Heineken Cup sono arrivate quattro squadre francesi e una sola inglese. In semifinale due francesi che, poi, si sono sfidate per il titolo vinto dal Tolosa. Quest’anno ai quarti sono giunte quattro squadre francesi e due inglesi. Il dominio transalpino è evidente e il motivo pure. Negli ultimi anni gli stipendi dei campioni, di quei giocatori che fanno la differenza in campo, sono cresciuti tantissimo. In Francia l’anno scorso i top 10 player viaggiavano su una media di circa 300mila euro annui, con Johnny Wilkinson che aTolone ne percepisce 400mila netti a stagione. Dan Carter, stella neozelandese, ha ottenuto dal Perpignan 700mila euro per soli sette mesi di contratto. E 2.1 milioni di euro in tre anni prenderà il trentunenne Bakkes Botha l’anno prossimo dal Tolone. Cifre impossibili da raggiungere per club che hanno solo 4 milioni di monte stipendi da spalmare su rose che devono essere ampie, intomo ai 45 giocatori, ma che ora vengono ridotte a 40 per non sforare il tetto. Caso emblematico quello del pilone italiano Martin Castrogiovanni. Considerato uno dei migliori al mondo nel suo molo, dopo anni di militanza nei Leicester Tigers ha avuto un’importante offerta dallo Stade Francois, che avrebbe pagato più di 500mila euro annui a fronte dei 250mila che guadagnava in Inghilterra. La fedeltà alla maglia, l’amore dei tifosi e interessi extra rugbistici a Leicester l’hanno convinto a rimanere, e con un adeguamento minimo del salario. Ma è un’eccezione, una mosca bianca in un panorama che vede il continuo esodo verso la Francia dei migliori giocatori al mondo. Quest’anno si disputa il Mondiale, appuntamento al termine del quale molti rugbisti di Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa monetizzerano il proprio valore andando a giocare in Europa (nell’Emisfero Sud i giocatori sono sotto contratto federale e hanno stipendi molto inferiori rispetto ai campionati europei). Ebbene, i primi movimenti, contatti e contratti stanno già avvenendo e tutti i giocatori puntano alla Francia, dove possono ottenere contratti superiori ai 500mila euro netti. Rendendo il divario in Heineken Cup ancora più ampio. E dall’Inghilterra, ma non solo, si inizia a chiedere l’istituzione di un salary cap a livello europeo.

Fotogallery: l’occhio di Elena Barbini su Italia-Francia

Mi stavo giusto chiedendo come mai Elena non fosse presente al Flaminio… felice di essere smentito: qui tutta la sua gallery, al solito, bellissima

Video: Super Rugby, il meglio del quarto turno

Ufficiale: niente Mondiali per Christchurch

“Rugby World Cup 2011 (RWC 2011) Tournament partners have today reluctantly decided that Christchurch will be unable to host the seven matches scheduled to be played at Stadium Christchurch and these will be rescheduled to be played at other venues in New Zealand.” Così recita il comunicato ufficiale del comitato organizzatore dei Mondiali neozelandesi. Christchurch, colpita da un devastante terremoto il 22 febbraio scorso, non ce la fa e perde le sette partite che erano qui programmate. I due quarti di finale si terranno così l’8 e il 9 ottobre all’Eden Park di Auckland. Le altre 5 partite in programma all’AMI Stadium, tra cui anche Italia-Australia l’11 settembre, verranno invece “ricollocate” entro la fine di marzo, Tutte le partite, fa sapere il comitato organizzatore, si terranno comunque in Nuova Zelanda, mettendo così a tacere rumors che volevano qualche “trasferimento” in Australia.
Chi ha già acquistato i biglietti potrà scegliere se tenerli o farseli rimborsare.