FIR e Fiamme Oro danno vita all’Accademia Seven. Finalmente. Anche se…

Nel giro di un anno dovrebbe partire a Roma la tanto agognata struttura dedicata in via esclusiva al rugby a 7. Una pezza necessaria ma che alimenta e tiene in vita la criticità che rende ineluttabile proprio quella stessa pezza. Un po’ contorto? In realtà no, purtroppo…

C’è questa notizia, quella delle ormai nascenti – così sembra – accademie dedicate al rugby a 7, che suscita in me reazioni diverse: buona parte della faccenda mi piace, la trovo più che positiva, ma c’è sempre un qualcosa là in fondo che non mi convince del tutto. Come le nuvolette fastidiose che coprono il sole anche nelle giornate più serene. Una specie di yin e yang ovale.
L’aspetto positivo – strapositivo, permettetemi il termine – è che finalmente anche il Movimento Italia si doterà di una struttura pensata esclusivamente per il Seven. Vediamo cosa scrive Duccio Fumero su R1823:

(…) dalla Capitale rimbalza, infatti, la voce che la situazione si sarebbe sbloccata. Come scrive la Gazzetta dello Sport (e per le quali ho trovato conferme in queste ore), infatti, si sarebbe arrivati a un accordo tra Coni, Fir e Ministero dell’Interno che permetterà entro fine anno di pubblicare il bando per il reclutamento di 24 atleti per il settore seven, cioè 12 uomini e 12 donne.
Due Accademie stabili, con i giocatori che si specializzeranno, non giocando con alcun club di rugby a XV.

Questi i dettagli, così come li racconta la Gazzetta dello Sport:
(…) il bando per il reclutamento di 24 atleti per il settore seven: 12 uomini e 12 donne. Che costituiranno l’ossatura delle due nazionali e che quindi saranno a tutti gli effetti poliziotti. Gli allenatori saranno federali (al momento il c.t. delle donne è Andrea Di Giandomenico, che guida sia XV che seven, mentre quello degli uomini è Andy Vilk), lo staff di supporto sarà Fiamme Oro.

Avevamo bisogno di qualcosa di così strutturato. Il rugby a 7 ha avuto una crescita enorme negli ultimi anni e noi abbiamo assistito a questo fenomeno dai margini. Mancava un progetto adeguato, tanto più dopo la decisione di fare entrare quel codice nel novero delle discipline olimpiche.
Investire nel seven ha senso sia dal punto di vista tecnico che economico: tecnico perché è una disciplina che può essere propedeutica anche in quel rugby a XV che rimane il core-business ovale, economica perché quel codice è un veicolo pazzesco di sponsor e riconoscibilità anche (e soprattutto) tra chi di rugby sa poco e nulla: partite veloci, spettacolari, più brevi, giornate di match inframmezzate da altre attività che diventano delle lunghissime feste sia in campo che fuori. Piace al grande pubblico e piace alle aziende, quelle che poi cacciano i soldi… Il Seven è uno straordinario veicolo di propaganda per il rugby tutto.
Ci arriviamo con grande ritardo, ma ci siamo. Finalmente.

Ci sono e ci saranno inevitabilmente cose da sistemare. La prima cosa, evidente, sarà quella di dare un’attività continua e permanente a questi atleti, che non si può sperare di crescere e svilupparsi se giocano solo una manciata di partite all’anno, tra l’altro concentrate nella sola stagione più calda. Serve una programmazione oculata e ben distribuita, anche perché – come abbiamo letto più sopra – sono atleti che non vedremo più all’opera nel rugby a 15. Andranno allenati e fatti giocare continuamente. Non sarà semplicissimo, ci vorrà un po’ di tempo ma sono problemi superabili.

Cosa non mi piace? Beh, il fatto che parte di questa struttura venga “appaltata” alle Fiamme Oro e quindi al Ministero dell’Interno con costi che paghiamo tutti noi. Sia chiaro: il mio non è un discorso politico in senso lato su un tema noto e di lunga data, che suscita da sempre dibattiti e polemiche.
E’ più ideologico se vogliamo. Ci sono discipline che oggi in Italia non esisterebbero o comunque farebbero enorme fatica a sopravvivere se non fossero sostenute dai corpi sportivi della Polizia o di altre forze dell’ordine. Parliamo di discipline che hanno regalato e regalano ai nostri colori vittorie e medaglie iridate e olimpiche. In alcuni casi una valanga di vittorie. Applausi al merito, quindi.
Rimane il fatto che questo sistema “misto” mi lascia sempre un po’ perplesso, perché inevitabilmente scarica i costi sulla collettività. Perché la Polizia e il Ministero degli Interni devono “assumere” 24 persone (per iniziare e teoricamente a vita) che diventeranno agenti quasi loro malgrado? Che tra loro ci possa essere qualcuno che avrebbe comunque fatto il poliziotto è pacifico, qualcuno però non tutti. E’ altrettanto innegabile che l’intervento di corpi come le Fiamme Oro mettono una pezza a un deficit dello sport e della società italiana, ma è una pezza che per quanto prestigiosa e funzionale tiene comunque in vita la carenza che poi la genera. Il proverbiale gatto che si morde la coda. Non è un caso che un sistema simile ha davvero pochi esempi simili in giro per il mondo, escludendo gli ex paesi del blocco sovietico.
La realpolitik e il pragmatismo dicono che molto probabilmente questo era l’unico modo di muoversi per poter mettere in piedi l’accademia del seven, che la FIR soldi per fare le cose da sé oggi non ne ha. Forse questo è davvero il migliore dei mondi possibili, spero però che la cosa non impedisca a chi di dovere di pensare a un domani in cui un mondo altro e diverso sia ipotizzabile e realizzabile.

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23 risposte a "FIR e Fiamme Oro danno vita all’Accademia Seven. Finalmente. Anche se…"

  1. massimiliano

    tutto così triste. Come in tutti i campi questo paese va indietro invece che avanti. Bisognerà inserire il gambero al centro della bandiera.
    Teorizzare un campionato italiano seven, sfruttando giocatori non utilizzati nel 15 e giovani, pareva brutto. Creando il famoso ascensore per inserire nel discorso anche i celtici, magari. Certo non ci sono soldi per organizzare una cosa del genere. Allora chi deve trovare i soldi non ne è capace, lo si cambi. Se poi il seven ha tutto questo appeal, un campionato del genere, fatto di grandi giornate di festa, si manterrebbe da sé…Siamo bravissimi a privatizzare ciò che funziona e fornisce utili e a statalizzare ciò che diventa un costo per la collettività.

  2. bracad'O

    Penso che anche altri paesi, come la spagna ad esempio, il seven è sovvenzionato dallo stato, la fir dovrebbe provare a far nascere un campionato seven che potrebbe essere poi sponsorizzato da marchi importanti, magari creando un tour nelle città più importanti, Roma, Milano, Udine, Firenze, Napoli, Bari etc e negli stadi non in campi di periferia per qualche centinaio di appassionati, con importante pubblicità sull evento..

    1. Rabbidaniel

      Il problema non è tanto la sovvenzione statale, piuttosto che per fare 7s tu debba fare un concorso di polizia, laddove un poliziotto, in una società moderna, dovrebbe fare il poliziotto (e il rugbista se vuole, come hobby). Non capisco perché le persone “normali” debbano fare un concorso di polizia “normale”, mentre gli sportivi, non solo di sport olimpici, abbiano una corsia preferenziale e restino a vista nel corpo (polizia, esercito, carabinieri, ma anche polizia penitenziaria e vigili del fuoco! Che spesso cercano di rubarsi gli atleti).
      Se il sistema riesce a dare solo questo tipo di risposta, non lamentiamoci che siamo indietro e che la cultura sportiva in Italia è molto più debole che in altri paesi, che puntano su abbinamenti come sport e studio, formazione continua ecc..

      1. massimiliano

        totalmente d’accordo! il binomio dovrebbe essere sport- studio, non sport-divisa

  3. wolframius

    Il rugby seven è sport olimpico. In quest’ottica quindi si è semplicemente agito in maniera simile a quanto avviene con altri sport minori. Non è il massimo ma con gli altri sport ha funzionato, anche se si vedono segni di cedimento.

    1. Rabbidaniel

      Se la ratio è quella della “olimpicità” della disciplina, l’Union non avrebbe ragion d’essere, come molti sport per cui vengono fatti concorsi tra cui, se non erro, anche il motociclismo (sic!)

  4. Gysie

    Da noi (e non intendo solo il rugby) il 1989 è passato come se niente fosse. Un paio di visite dal notaio, qualche ritocco alle targhe, e tutto come prima. Però… questa è l’Italia e pensare che il rugby si distacchi troppo è pura utopia od ingenuità. I soldi, le strutture e le competenze sono quelle che sono: e allora va bene provare questa via (con tutti i se e i ma di circostanza, ben espressi da PW), nella speranza che fra qualche tempo si metta in moto una macchina che cammini con le proprie gambe, anche senza la divisa dei dipendenti del ministero degli Interni.Da ultimo, idee per il nome? Dinamo Roma mi sembra quello più adeguato.

  5. Non capisco la frase “ma è una pezza che per quanto prestigiosa e funzionale tiene comunque in vita la carenza che poi la genera”. Perché sarebbe un gatto che si morde la coda? Non vedo il circolo vizioso che vedi tu, Paolo. Spiegamela.

    1. Il senso è: la soluzione trovata è una pezza messa al fatto che la FIR deve farsi aiutare dalla Polizia per mettere in piedi tutto il progetto. Che magari funziona. ma questo nel ragionamento è secondario. Quello che conta è che se io FIR so che posso contare su aiuti esterni non cercherò mai di trovare soluzioni alternative che siano “autonome”, come invece dovrebbe essere. Poi i sostegni e gli aiuti possono anche arrivare, ma qui si va ben oltre

      1. Ok.
        Sì, in un certo senso se la Fir riesce a farsi finanziare dallo stato non si impegnerà mai più di tanto a trovare altre entrate. Mi chiedo però se ne avrebbero trovate. Se mai si sarebbero presi qualche rischio e tentato di creare un circuito seven italiano con appuntamenti in grandi città o cose simili.
        La Fir ha i soldi contati, che è il motivo per il quale l’accademia di Treviso non è partita… …anche se… quello sì che era un investimento da fare quasi a tutti i costi, ma poi la Fir sarebbe stata in rosso e cozzava col piano di risanamento.

  6. Qualcuno ha dati di affluenza di pubblico del Rovigo Seven’s Festival o come si chiamava, e del Roma Seven? E di quanto pubblico ci si aspetta questo finesettimana al SeVenice?
    Perché ho paura che non siano poi così tante.

  7. gian

    benebenissimo ci si muova, finalmente e seriamente, nel seven, ma subito dopo escono i se e i ma di questa scelta:
    come dici tu, Paolo, per giocare a sette devo diventare poliziotto, e se io voglio fare il commercialista, il medico, lo spazzacamino…?
    o gioco a sette o a XV, magari un rossi, potrebbe anche amare giocare ad entrambi, ci venisse sù uno come vaccasua (quello della francia, non so come si scrive), non possiamo usarlo in nazionale XV? non mi pare un’ideona
    a questo punto creare delle altre squadre legate ad altri corpi avendo così più giocatori e mettendo in piedi anche un circuito nazionale?
    qualcuno parlava di legare queste squadre ai vari CUS collaborando con CONI ed università e dando la possibilità ai ragazzi di giocare sia a sette che a XV, pare così strano pensare ad una cosa del genere?
    ma le istituzioni non si arrabbiano a foraggiare la fir?
    la fir ha una dignità a non far pagare agli altri i propri progetti?
    non sarebbe ora che gli atleti smettessero di far parte dei corpi dello stato? una volta poteva avere una logica, oggi meno in qualsiasi disciplina
    i soldini che entrerebbero con le gare di questa squadra, a chi andrebbero?
    mi spiace, troppe domande per farmi piacere questa soluzione

    1. Rabbidaniel

      Gian, in un paese con una cultura tanto assistenzialista da essere quasi assimilabile a un carrozzone postsovietico, il mito del posto fisso, del concorso che ti mette a posto ecc. ha ancora la meglio su qualsiasi altra cosa. Rendere, per esempio, le università più aperte, multifunzionali e competitive non interessa a nessuno, alle università per prime, che hanno più personale amministrativo che personale docente e di ricerca (rapporto inverso a qualsiasi altro paese serio del mondo).
      Questa delle FFOO e dei corpi sportivi è una questione culturale che riflette plasticamente i problemi di un paese che si lamenta perché arranca ma non vuole la medicina per guarire perché è cattiva.

      1. gian

        tristemente d’accordo, anche sul discorso università, cosa di cui parlavo pochi giorni fa con un insaider, per altre ragioni

      2. gian

        signur! ho scritto insaider, invece che insider…. adesso sbagliabbi anche un verbo e sarebbimo a posto!

  8. Se si riesce a superare il problema del farli giocare tutto l’anno, questa è sicuramente al momento la cosa migliore.. poi sicuramente non sarà il sistema perfetto x i motivi a cui fai riferimento.. ma anche il sistema americano/occidentale che da risorse(borse di studio) ad atleti che non avrebbero nessuna voglia di studiare non è perfetto.. ovviamente il sistema migliore sarebbe l’autofinanziamento con sponsor privati.. ma è una cosa che non sta in piedi neanche nel XV al momento..

    1. perdonami, ma visto che c’è una vita oltre lo sport, il sistema che prevede borse di studio agli atleti se in possesso anche di risultati decenti in ambito scolastico mi sembra di enorme buon senso

    2. Stefo

      Un momento le borse di studio ncaa non provengono da soldi pubblici ma da soldi che gli atenei hanno perche’ li generano tramite l’attivita’ sportiva. Lo scandalo ncaa e’ che le squadre universitarie dono vere entita’ pro ma trattano gli atleti da non pro.

  9. ginomonza

    Ma la domanda seguente è stata posta?
    Ovvero i club sono stati interpellati?
    Se si hanno detto no o si?
    E se una sola risposta positiva fosse arrivata solo dalle fiamme?
    Allora Cosa ci sarebbe di male?

    1. rugbydinasty

      gino, la tua osservazione è azzeccata.
      Questa è uguale alla situazione che si creò con le tanto bistrattate accademie.

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