Maurizio Mondelli, ricordo di un presidente

La rubrica “Mischia aperta” di Antonio Liviero su Il Gazzettino di oggi

Oggi pomeriggio a Roma il rugby dà l’addio a Maurizio Mondelli, spentosi sabato all’età di 76 anni. Con lui scompare un dirigente storico, l’uomo che ha portato l’Italia nel Sei Nazioni. Dall’84 al ’96 fu il presidente della Fir. Dodici anni di governo, superato solo dall’attuale presidente Giancarlo Dondi, che il prossimo 21 settembre compirà 15 anni di mandati. Ingegnere romano, rapporti stretti col Coni, della cui giunta ha fatto parte, Mondelli era il delfino del presidente Fir Aldo Invernici. E con il Veneto e la Lega dei club ebbe scontri feroci. Alla sua elezione è legata la grande spaccatura della regione leader del rugby, una divisione drammatica nel periodo delle forti rivalità tra Padova, Rovigo e Treviso, che di fatto dura ancora a distanza di quasi 30 anni. E che ha sempre impedito una presidenza veneta. Nell’84 il grande rivale di Mondelli era il rodigino Giancarlo Checchinato, appoggiato dal Benetton e dal Milano ma non dal Petrarca. Si sentiva forte del 10% delle deleghe ma finì sotto inchiesta per aver versato l’equivalente di una muta di maglie al Cus Roma in cambio del passaggio al Rovigo dell’azzurro Claudio Tinari. Le regole del dilettantismo non lo consentivano e tre gradi di giudizio in 20 giorni (un record) lo portarono a una squalifica di 2 anni e 4 mesi. Gli subentrò in extremis come candidato Arrigo Manavello che perse la sfida per una manciata di voti. Racconta l’ex presidente del Benetton: «Ho combattuto a lungo Mondelli, ma devo riconoscere che ha fatto anche cose importanti, ha realizzato molti impianti». Molte critiche riguardavano l’emarginazione dei club. Tuttavia sotto la gestione Mondelli l’Italia ha ottenuto risultati importanti sia a livello giovanile (seconda al Fira del ’94) che di nazionale maggiore. I successi di Coste sono legati al sistema delle borse di studio, un’anticipazione del “professionismo” che trasformò gli azzurri in un superclub prima degli altri. Arrivarono i trionfi storici sull’Irlanda e la Francia che contribuirono ad aprire le porte del Sei Nazioni. Svolta che Mondelli annunciò con un’intervista al Gazzettino nel luglio del ’95. Ma i meriti furono anche “politici”. Nell’87 l’Italia era entrata nell’International Bord, dal ’90 con diritto di voto. E nel ’93 il tecnico italiano di punta, Vittorio Munari, fu chiamato da Keith Rowlands, segretario generale dell’Irb, nella commissione tecnica incaricata delle modifiche al regolamento. Un riconoscimento di grande prestigio sulla scena internazionale. Mondelli spese abilmente i suoi crediti al momento di scegliere il paese ospitante la Coppa del Mondo del ’99. Da una parte Inghilterra e Galles, dall’altra l’Australia, storica alleata dell’Italia. Il voto di Mondelli era decisivo. Sul “Guardian” uscì un articolo che spiegava come l’Italia avesse in mano le chiavi per entrare nel Sei Nazioni: quel voto, appunto. La coppa finì in Europa e pochi mesi dopo il boss del Galles Vernon Pugh, inprocinto di diventare presidente del Board, dichiarò che era tempo di ammettere l’Italia al Torneo.

Vittorio Munari, parlare da generale e da stratega

Ivan Malfatto ha intervistato per Il Gazzettino il dg del Benetton Treviso Vittorio Munari. Forse l’uomo più competente di rugby in Italia. Che un po’ non le manda a dire, un po’ mette le mani avanti e un po’ lancia messaggi sulla direttiva FIR-Franchigie…

«Col passare degli anni i ricambi dei giocatori italiani non potranno reggere il livello della Celtic League e della Nazionale. Attingere a giocatori di formazione straniera sarà gioco forza». Non è un grido d’allarme. Le parole di Vittorio Munari sono una serena constatazione sul futuro dell’alto livello italiano. Serena come lo stato d’animo del Benetton Treviso dopo la prima stagione di Magners League. Conclusa con nove vittorie, tanti progressi dei giocatori e un generale giudizio positivo. Il dg della franchigia veneta ne tira le somme, non nascondendo le difficoltà della seconda:
«Ripetersi sarà più difficile che esordire bene. Ho visto il lavoro di analisi di una nazionale di Celtic. Il livello di “intelligence” raggiunto per squadra, reparti e singoli è molto più sviluppato del nostro. La prossima stagione per loro non saremo più una sorpresa, i nostri comportamenti saranno più intelligibili e sarà più difficile fare risultato. Ma ci proveremo lo stesso».
Ci sarà anche la concomitanza di 8 partite con l’Italia, dove avete 16 convocati più 3 infortunati.
«La grande abilità sarà fare del proprio meglio secondo lo stato dell’arte».
In più la nuova limitazione dei cinque stranieri per fasce di ruolo: prima, seconda, terza linea, mediana/estremo e centri/ali.
«Preferisco non commentarla».
Commenti il bilancio del primo anno di Celtic.
«Siamo molto contenti. Non era facile dare un’accelerazione al volano come è stato fatto. Due i principali traguardi raggiunti. I risultati sul campo. Il coinvolgimento e la partecipazione di pubblico. Per la prima volta l’ho visto sostenere con cuore la squadra nei momenti difficili. Sentire il suo grido quando si è schiacciati in difesa equivale a un uomo in più. Non è retorica dirlo».
Nove vittorie, se le aspettava?
«Avevamo due target di premi per i giocatori: il primo 5, l’altro 8 vittorie. Ne abbiamo una in più».
Dopo aver conquistato il pubblico di Treviso tocca a quello del Nordest con una franchigia
più veneta?
«C’è già una partecipazione triveneta di tifosi. Come ci sono 8 abbonati a l’Aquila, un Benetton club in Inghilterra e Croazia. Per la franchigia veneta noi siamo da sempre a disposizione per allargare».
La crescita dei giocatori?
«È difficile trovare rugbisti italiani già pronti per la Celtic. Serve almeno un anno per la loro costruzione fisica, tecnica e mentale. La nostra rosa era divisa in due gruppi: atleti all’apice della parabola e atleti migliorabili. Tutti quelli del secondo gruppo hanno progredito nelle competenze tecniche, fisiche e nel livello di prestazione».
Una crescita utile alla Nazionale, come vuole il progetto Fir e come si è visto nel Sei Nazioni.
«Tutti al Benetton lavorano per rendere più competitiva la squadra e la Nazionale, basta chiederlo ai giocatori, l’unica categoria di testimoni credibile in tal senso».
E ora hanno convocato pure l’equiparato Corneil Van Zyl per aggiustare la disastrata touche azzurra.
«Una nazionale con una mischia competitiva come l’Italia deve ancorarsi a una touche competente per strutturare nel modo migliore il suo gioco. Van Zyl a Treviso ha il grande merito di aver alzato il livello di conoscenza e competenza di tutta la squadra nella strategia della rimessa laterale».
Bocciato invece il suo compagno di reparto Antonio Pavanello, addirittura anche dall’Italia A.
«Continuano a penalizzarlo i centimetri, ma per noi ha delle grandi qualità e nella nostra touche devo dire che carenza di centimetri finora non si è mai notata…»

Con Mafalda e MariaCristina nel rugby in rosa

di Mafalda la Contestatrice

RUGBYROSA CENNI STORICI:
– 1978 furono Benevento, Milano, Roma e Treviso le prime Società che aprirono le porte al rugby femminile
– 1984 riconoscimento da parte degli organi ufficiali F.I.R.
– 25 Giugno 1985 I° Test Match Nazionale Femminile (Italia v Francia 0 – 0)
– 1985 I° Campionato Femminile organizzato da UISP
– 1992 I° Campionato Ufficiale

MariaCristina Tonna: 3° linea centro, 31 Caps con la Nazionale, Responsabile Attività Femminile della F.I.R.

Quello che ti colpisce di MariaCristina dopo qualche minuto che l’ascolti è la passione che ha dentro e che trasmette a chi la circonda, l’amore dichiarato per questo sport, ma anche la sua tenacia nel costruire qualcosa di cui il “mondo maschile” poco comunica, ma nel quale crede fermamente. Il Rugby Femminile. Il primo approccio con la palla ovale per le “piccole donne” è come potrebbe essere quello con la danza o la ginnastica, non si fanno intimidire dai maschi. Le bambine sono più toste, non hanno paura di niente, ogni loro mossa, a differenza di quella di un maschio, viene razionalizzata. Lo si nota già in un’U12.
Ma cos’ha portato MariaCristina a voler andare oltre e spingere questo Movimento Rosa?
E’ stata la determinazione di queste piccole nel voler continuare anche una volta finite le categorie di minirugby, la voglia di lanciare una palla all’indietro e non sapere dove farlo. Le nostre ragazzine, con i loro genitori, a volte macinano chilometri di asfalto per raggiungere la società più vicina dove poter continuare a giocare. Estate o inverno che sia non mollano, è più forte di loro. Perché il rugby ti entra, stranamente, nel sangue e non ti molla più. Già, dice MariaCristina, non hanno un momento di abbattimento, nessuno e niente crea in loro sconforto, vanno avanti come fossero valchirie con la tempra che solo le donne hanno. Lei stessa allenava una Serie C andando in campo con il pancione.

Pensate, ricordo che stiamo parlando di rugby femminile, nella stagione 2003/2004 c’erano solo un centinaio di tesserate, ora grazie al lavoro di MariaCristina e il suo staff le tesserate sono 6.500. Mica male direi!
Fortunatamente sulla sua strada incontra Dondi, un Presidente che l’aiuta e la consiglia e che come lei ha creduto in questo progetto che era nato sulle basi di quello maschile, ma che col tempo si sta sempre più modificando alle esigenze delle atlete in Italia come a livello europeo. Un movimento in crescita su tutto il territorio nazionale al quale daremo sempre più spazio con costanti aggiornamenti grazie a MariaCristina Tonna.

Coppa Italia femminile: vincono Casale e Noceto (under 16)

Il Casale Rugby si porta a casa la Coppa Italia Femminile 2011. La formazione veneta è uscita vincente dal torneo seniores che ha visto impegnate a Noceto ventuno formazioni. In finale ha superato per 25-15 la Polisportiva L’Aquila.
Tra gli Under 16, l’altra categoria prevista dalla manifestazione, si sono imposte le padrone di casa della Academy Rugby Noceto che nel match decisivo hanno superato il Valsugana Padova, conquistando il trofeo per il terzo anno consecutivo.

Fotogallery: Alessandro Canal, il Petrarca e i Crociati

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