Finale di Heineken Cup, diario di una giornata immersi nella Storia

Fabrizio Blandi ha un blog davvero particolare e molto bello. E ha pure una qualità rara: scrive molto bene. Fabrizio sabato era a Londra per la finale di Heineken Cup. Questo è il suo racconto:

Londra è abbastanza grande perché anche un evento come la Heineken Cup possa restare solo una partita di rugby. Nell’immenso insieme di blocks identici a gruppi che squadrano le strade della capitale dell’Impero, le storie di Twickenham nell’anno dell’Olimpiade sono come le rane nello stagno. Però, che stagno.

Il Twickenham Stadium è fatto per stupire e per far riflettere. Rispetto anche al più grande dei giocatori, la grandissima struttura in metallo e cemento armato (di per sé non il massimo dell’eleganza) è imponente, preponderante e annulla – o vorrebbe farlo – ogni velleità umana di grandezza. Anche questo è il rugby e questo ricordano anche le statue di bronzo che immortalano pose plastiche attorno al grande protagonista, l’ovale, l’unica forma che conta. In ogni caso, rispetto al leggendario e fantomatico William Webb Ellis, il divino Brian O’Driscoll è solo un altro giocatore, un accolito – magari tra i più zelanti – di un culto che va al di là della consacrazione del singolo. Twickenham è oltre le storie dei singoli giocatori, è semmai il loro grande orecchio di risonanza. È quell’atmosfera surreale e frizzante che si respira tutto intorno e dentro esso. Se ami il rugby, quello è il tuo posto e poco importa che tu sia probabilmente lo spettatore che venga da più lontano, con inglesi ed irlandesi che chiedono curiosi se in Sicilia si giochi a rugby – “Iron Team RFC? Do you mean Aironi?” – in quel momento sei parte di un rito, di un “atto di amore” verso una disciplina, di una comunità che si federa intorno alla condivisione di una passione.

Si entra finalmente a Twickenham dopo una lunga salita, ascoltando idiomi diversi, con sfumature di accento ancora più diverse, ed è come affacciarsi su un grande balcone che dà sull’infinito. Il campo verde come poche volte è capitato di vedere (per quanto il Millennium Stadium sia ancora meglio da questo punto di vista), i pali bianchi imponenti, l’odore del rugby che conta, come se avesse un odore riconoscibile, che forse è quello dell’erba fresca che tra poco sarà calpestata dai protagonisti di questa giornata e un po’ è l’odore di tutta quest’umanità varia, che respira di birra, traspira del sintetico delle magliette, si accompagna con gli effluvi della carne arrosto o con quello più dolciastro degli hot dog con le loro salse. Fare amicizia tra gli spalti, allora, è normale, anche perché è facile riconoscere quattro italiani in mezzo a tanti inglesi, dato che sono gli unici che si muovono, urlano, cantano e ridono come gli altri fanno solo quando sono già molto ubriachi e ben presto si diventa il centro delle attenzioni. Tra tre ordini di gradinate è tutto uno scambio di doni che farebbe diventare matto il miglior Malinowsky, tra bicchieri di birre alla spina e passaggi di tabacco da naso che a noi, neofiti dell’arte, fa restare con facce sempre più strane. Per certi versi, la vera partita è tra gli spalti, tra tutte queste esperienze diverse che si incontrano, ridono e si confrontano insieme. Poi finalmente è il campo a parlare. Davide contro Golia? Forse, anzi sì, e lo si vede già dagli spalti, dove il blu è presenza preponderante e prepotente e il bianco si lascia relegare in un benché ampio lato. Per un tempo Davide sembrava potercela davvero fare, esprimendo un gioco che, al di là dei molti errori e forse di un’organizzazione generale meno oliata, era sicuramente più gradevole, ma i Dublinesi hanno fatto vedere cosa significa essere i campioni in carica e favoriti. Sornioni, senza mai davvero rischiare, hanno lasciato sfogare l’avversario, per poi colpirlo una prima volta, cosa che attenua il caloroso pubblico nordirlandese, e poi cerca di affondare il colpo della tranquillità, trovandolo senza troppe difficoltà prima della fine del primo tempo. Con undici punti di vantaggio, sebbene Ulster sembri di poter tenere botta, è facile immaginare che il Leinster amministrerà il secondo tempo. Senza mai davvero spingere troppo, così, la squadra campione difende, ruba, fa cambi di fronte, gioca con tranquillità e permette anche ai bianchi di infiammarsi nuovamente, per spegnere poi definitivamente ogni ardore con la quarta e la quinta meta. Recriminazioni? Delusione? Nessuna. Le parole che più frequentemente si sentono dal lato di Belfast sono – “they deserved it” – l’hanno meritata. Alla fine, come sempre, è il rugby che ha vinto ed è ancora più curioso come tra gli spalti ci si complimenti a vicenda, quasi che siano stati i tifosi stessi a giocare la partita, cosa che in un certo senso è vera. È una performance collettiva, che investe ogni singolo presente e lo trasforma in attore.

All’uscita c’è ancora il tempo per fare nuove e brevi conoscenze attorno ad un pallone che, lanciato in aria a mo’ di up & under, condensa un numero sempre maggiore di persone, fino a quando, come ai tempi dei calzoni corti, il proprietario della palla non deve andare. Lasciamo Twickenham esausti, felici, con gli occhi brillanti della nostra prima volta in uno dei grandi templi del rugby. La festa impazza e risuona anche da lontano e per molto tempo ancora. Per strada, riconoscendosi per i colori sulla faccia, ci si saluta come partigiani e fratelli, avendo fatto parte di un altro piccolo grande miracolo nell’immensa Londra.

Francia in Argentina senza molti “senatori” e senza capitan Dusautoir

Il ct transalpino Philippe Saint-André annuncerà il gruppo dei 28 giocatori per il tour in Argentina il 31 maggio. Lo staff tecnico ha già fatto capire che alcuni dei nomi-cardine della nazionale verranno lasciati a riposo dopo una stagione lunghissima, iniziata lo scorso luglio con la preparazione del Mondiale neozelandese. La stampa francese è certa che a rimanere a casa saranno anche Rougerie, Yachvili e Harinordoquy. Rumors delle ultime ore dicono che anche il capitano Dusautoir non partirà alla volta di Buenos Aires.

Video: il turno 13 di Super Rugby, tutti gli highlights

Blues con il guaio Stanley: stagione finita e carriera a rischio

Il 2012 sarà anche l’anno dei Maya, di sicuro non è quello degli Auckland Blues. Una stagione letteralmente disastrosa la loro, e siccome piove sempre sul bagnato ora arriva anche la notizia che non solo Benson Stanley ha già terminato la stagione ma che potrebbe essere costretto a lasciare anche il rugby giocato.
Durante il fine settimana il centro dei Blues ha rimediato una brutta commozione cerebrale durante il pesante ko subito in casa dei Crusaders (59-12). Il giocatore, coma fa sapere il coach Pat Lam, ricorda poco della partita. Il tutto potrebbe rivelarsi “solo” un brutto infortunio, ma non vengono escluse complicazioni che potrebbero mettere la parola “fine” alla carriera del giocatore.

Mogliano riparte con Casellato e Properzi: il 2013 avrà ancora la loro firma

Alberto Dupré, Il Gazzettino di Treviso

Il Marchiol Mogliano riparte da Umberto Casellato in panchina. Nonostante le diverse
offerte ricevute dopo l’ottima stagione appena conclusa, Casellato ha deciso di continuare
il lavoro iniziato a Mogliano. Con lui restano anche il suo vice Franco Properzi ed il
preparatore scozzese Colin Allan, una triade perfetta che dà ampie garanzie per il futuro.
Il presidente Roberto Facchini ci spiega come è andata la trattativa per la riconferma
del coach: «In realtà ci abbiamo messo solo qualche minuto a trovare l’accordo perché
Umberto era già convinto di suo a restare, dopo una stagione come questa era difficile
anche per lui andare via. Da buon allenatore ovviamente aveva ricevuto altre offerte
ma ha ritenuto che il nostro progetto fosse valido. Anche dal punto di vista economico
non è stato uno sforzo eccessivo tenerlo». (…)