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Gli All Blacks per la Francia, la sfida più attesa

Sabato all’Eden Park di Auckland si giocherà la partita più attesa di questa prima fase del torneo iridato. Per i padroni di casa la possibilità di rivincita della sconfitta più dolorosa, quella del Mondiale 2007.
Il ct della Nuova Zelanda Graham Henry ha annunciato la formazione titolare dei tuttineri, che schierano quello che è forse il loro XV migliore, ma con Sonny Bill Williams che ancora una volta  parte con il numero 22 sul groppone, e quindi destinato a sedersi in panca. Almeno all’inizio.

1. Tony Woodcock (78)
2. Keven Mealamu (87)
3. Owen Franks (26)
4. Brad Thorn (54)
5. Sam Whitelock (20)
6. Jerome Kaino (43)
7. Richie McCaw – captain (99)
8. Adam Thomson (23)
9. Piri Weepu (51)
10. Daniel Carter (84)
11. Richard Kahui (14)
12. Ma’a Nonu (62)
13. Conrad Smith (50)
14. Cory Jane (28)
15. Israel Dagg (8)

Reserves:

16. Andrew Hore (57)
17. Ben Franks (12)
18. Ali Williams (68)
19. Anthony Boric (22)
20. Andy Ellis (22)
21. Colin Slade (7)
22. Sonny Bill Williams (9)

Uenuku – Mondiali alla rovescia: vince la Finlandia

di Stefania Mattana

Si parla sempre delle prime della classe, ma nessuno mai delle ultime. Agli antipodi della Nuova Zelanda, sia geograficamente che come rank nella IRB, c’è la nazionale di rugby della Finlandia.
Quando pensiamo alla terra dai mille laghi e agli sport ad essa tradizionalmente legati mai penseremmo alla palla ovale. Magari all’atletica, in particolare al lancio del giavellotto, allo sci di fondo e alpino, ma mai al rugby. E a dire il vero, nemmeno i finlandesi lo sanno.
“Quando dico ai miei amici gioco a rugby, pensano che stia parlando del football americano. Nessuno in Finlandia conosce il rugby, non c’è nessun riconoscimento per questo sport”, dice Niklas Sved, uno studente innamoratosi del rugby durante uno scambio culturale in Galles.

Effettivamente, come tutti i Paesi in cui il rugby si definisce come “sport minore o emergente” i problemi sono sempre gli stessi: mancanza di fondi, sponsor inesistenti, nessun proselitismo nelle strutture come scuole o enti privati, una federazione internazionale che per quanto si sforzi di finanziare lo sviluppo della palla ovale trova diversi ostacoli.
Eppure, la prima squadra finlandese non pensa di essere realmente la numero 93 del mondo, anzi. “Non è giusto dire che siamo la peggiore squadra del mondo. – commenta Steve Whittaker, capitano trentacinquenne della Finlandia – Siamo ultimi nella classifica IRB, ma ci sono molte nazioni che non vengono nemmeno classificate, e che tecnicamente sono inferiori a noi.”

La polemica, peraltro pacifica, che sostiene Whittaker è legata ai criteri utilizzati dall’IRB per classificare una squadra all’interno del ranking: la Finlandia partecipa con regolarità alla European Nations Cup con Bulgaria, Grecia, Lussemburgo e Cipro, e nonostante vinca parecchie volte, non può salire nel rank mondiale perché per farlo dovrebbe battere delle squadre che figurano all’interno della classifica IRB, e tra quelle elencate solo la Bulgaria ne fa parte.

Un’ingiustizia che genera delle evidenti disuguaglianze, e che ha fatto risorgere la “sisu” finlandese, ossia lo spirito combattivo finnico. “Mettiamo il caso che la Finlandia fosse una nazione dei Caraibi – ipotizza il pilone Marc-Olivier Meunier – Allora potremmo gareggiare contro squadre come Thaiti, che sicuramente batteremmo. Ecco, in questo caso potremmo salire di livello”.

Se spostare fisicamente la Finlandia da sotto il Polo Nord e portarla tra le calde correnti caraibiche è pressoché fantascienza, meno impossibile sembrerebbe rimettere in discussione i parametri IRB per la classificazione delle nazionali nel ranking.
Nel frattempo, a far crescere il movimento ci pensa la sisu: 12 club in tutto il Paese e tante giovani leve da arruolare. Niente maglia nera, per la Finlandia. Almeno per l’impegno.

Audio: Andrea Masi si metta la Russia alle spalle

L’estremo azzurro all’indomani della vittoria sulla Russia

Uenuku – De Villiers anti-haka divide la Nuova Zelanda

di Stefania Mattana

Sono di qualche giorno fa le parole del coach sudafricano Pieter De Villiers che definiscono la haka “noiosa” e dannosa alla stessa cultura maori nella sua ripetitività.
Ebbene, per quanto antipatico e antropologicamente poco logico possa essere il pensiero di De Villiers, in Nuova Zelanda non tutti si sentono di bocciarlo, mentre diversi All Blacks si sono schierati dalla parte di quelli che condannano le sue affermazioni.
Peter Love, fiduciario di una organizzazione che amministra le riserve Maori, ha dichiarato che effettivamente si sta assistendo a un abuso della cultura Maori, sottolineando l’uso a suo dire particolarmente infelice delle haka per i numerosi flash mob che si stanno verificando in tutto il mondo in corrispondenza della RWC.
“Sono preoccupato per il nostro patrimonio culturale – ha detto Love – di cui a volte si abusa e la si presenta in maniera inadeguata. La haka per esempio viene eseguita al di fuori di occasioni speciali” Il riferimento agli ultimi flash mob di Madrid e di Sydney sono poi evidenti dalle altre parole di Love: “Nella nostra cultura la haka è una cosa talmente speciale che anche il suo uso nello sport la “imbastardisce”. Pieter de Villiers ha ragione quando dice che stiamo perdendo il rispetto nei suoi confronti.”

Un purista della cultura maori che ha le sue buone ragioni per scontrarsi contro il bieco showbiz che strumentalizza aspetti “esotici” di altre culture per sfruttarne l’appeal e far guadagnare bei soldoni alle aziende. Ma dall’altra parte c’è anche la tradizione della haka legata allo sport, in particolare al rugby. Un pezzo della storia ovale neozelandese è strettamente unita alla celebre danza Maori, che ha contribuito a cementare l’identità nazionale del Paese.
“Troppa haka? Ma come si può dire questo?” ha commentato incredulo Andy Ellis.
“Io non credo che nessuno dia veramente retta a tutto quello che De Villiers dice o pensa”, ha aggiunto Corey Flynn, che di Maori ha anche il sangue.
“La haka è parte della nostra storia, della nostra tradizione – ha dichiarato Ma’a Nonu – Noi ne siamo orgogliosi, non mi importa di cosa pensa De Villiers”.

Polemiche sterili e dichiarazioni di fierezza che di certo non fermeranno da sole né le (giuste) crociate dei Maori né il grande (e intensivo) sfruttamento dei media di questa danza così affascinante ma anche così fragile. In media stat virtus, dicevano gli antichi latini. E speriamo che lo capiscano un po’ tutti.