Corsa alla presidenza FIR, c’è un nuovo candidato?

Fulvio Lorigiola, ve lo ricordate? Ex presidente del Petrarca Padova, nel 2004 contestò i dati dell’elezione di Giancarlo Dondi alla presidenza federale rivolgendosi alla giustizia ordinaria. Così facendo violò la clausola compromissoria e venne squalificato.
Ora dal Veneto cresce il rumors che lo vedrebbe fortemente intenzionato a candidarsi alle prossime elezioni federali… Sta per scendere in campo un nuovo concorrente dopo Gianni Amore?

Le Zebre, la FIR, Bollesan e Ferrari: la terza e ultima puntata

Mancate comunicazioni. O comunicazioni travagliate, forse volutamente travagliate.
Ieri ho intervistato Marco Bollesan che ha mi ha espresso la sua sorpresa e la sua contrarietà all’utilizzo di quel nome per la nuova franchigia federale. Poi la ricostruzione di come sono andate le cose, con il via libera all’uso del nome Zebre dato alla FIR da Renato Tullio Ferrari, co-fondatore della vecchia squadra a inviti.
Ora sono finalmente riuscito a parlare direttamente con Ferrari, che mi ha confermato che il via libera al presidente Dondi l’ha dato lui di persona. Con un però: la “via” con cui  si è arrivata a quel sì è un po’ più tortuosa di quanto si pensi.
L’idea di usare Zebre nasce in ambiti FIR: il consigliere federale Giavazzi contatta Lorenzo Bonomi, altra ex-Zebra, per sondare il terreno. Bonomi chiama Ferrari spiegandogli la situazione e dicendo che Bollesan è d’accordo. Ferrari a quel punto dà il via libera e chiama Dondi. L’inghippo sta nella versione di Bonomi, perché come ben sappiamo Bollesan è contrario. La mancata comunicazione/telefonata tra Ferrari e Marco completa l’opera.
Buona fede da parte di Ferrari, quindi, meno da parte di Bonomi che racconta una storia non vera.
La domanda di base rimane la stessa: perché questo giro bizantino di comunicazioni allungate a dismisura? Non bastava far partire dalla FIR tre-telefonate-tre ai diretti interessati? Oppure si è cercato di by-passare qualche (presumibilmente flebile) opposizione?

Saccà bacchetta Rovigo e avverte: “Regole? Ce ne sono troppe…”

Ivan Malfatto su Il Gazzettino

«La federugby e il movimento italiano hanno la necessità che i migliori giocatori vadano a misurarsi con l’alto livello. Non capisco perciò la presa di posizione del Rovigo. Anche se mi sembra più una reazione, uno sfogo, che una protesta. E ritengo sia già stato superato».
Fa sentire la sua voce il numero due della Fir, il vice presidente vicario Nino Saccà. Colpito negativamente dal duro comunicato emesso dalla Rugby Rovigo lunedì in merito alle «pressioni e prevaricazioni» messe in atto dalla franchigia federale di Pro12 (ufficializzata, si chiamerà Zebre) per portarsi via Andrea Bacchetti e Filippo Cristiano, dopo Davide Giazzon. La presa di posizione ha colpito tutto il mondo federale, perchè siamo nell’anno elettorale e viene da un importante club d’Eccellenza ritenuto politicamente allineato. Anche perciò sarebbe in programma un vertice fra i presidenti Francesco Zambelli (FemiCz Vea) e Giancarlo Dondi (Fir).
Intanto il vice Dondi “bacchetta” (gioco di parole visto il nodo del contendere) Rovigo.
«Ricordo che l’88% del bilancio della federazione direttamente o come indotto deriva dall’attività internazionale – spiega Sacca – Dei fondi di tale bilancio beneficiano anche i club d’Eccellenza come Rovigo. Ad esempio con i soldi girati dalla Fir per le coppe europee (circa
400mila euro, ndr), cosa che in altre union affiliate all’Erc non avviene. Non ci può essere
quindi concorrenza fra federazione e club. C’è il perseguimento di un obiettivo comune. Consiste nell’alimentare le due franchigie di Pro12, che a loro volta alimentano la nazionale.
Non si può pensare che se c’è un atleta di interesse nazionale non debba salire di livello. È un bene di tutti che ciò avvenga».
Quello che chiede Rovigo, però, è che ciò avvenga con regole, tempi e modalità precise. Non attraverso pressioni. Regole invocate dallo stesso Benetton Treviso, che ha dimostrato di pensarla come i rossoblu. «Non sono d’accordo perchè le regole ci sono, anzi forse ce ne sono troppe – contesta Sacca – Non bisogna sempre e solo invocarle, ma essere concreti. E sono dispiaciuto che tale critica venga anche da Treviso, partner della Fir come
franchigia, col quale i rapporti sembravano normalizzati».

Le Zebre tra FIR, Bollesan e un “amico ingrato”

Premessa: quell’espressione, amico ingrato, non è tra virgolette per caso ed è una considerazione assolutamente personale. Quindi, nessuno si offenda. o al massimo se la prenda con il sottoscritto.
La vicenda è ancora quella delle Zebre, o meglio della scelta di quel nome così particolare e ricco di significati e storia per il rugby italiano per la nuova franchigia federale. Quando le voci sono aumentate di rumore e hanno acquisito i contorni della quasi-certezza ho contattato Marco Bollesan, fondatore e anima di quella esperienza. Cosa mi ha detto lo potete trovare qui, ma riassumendo si può dire che era deluso e contrariato: nessuno lo aveva contattato, informato o gli aveva semplicemente chiesto se era possibile usare quel nome. La sua intenzione era quella di chiedere conto al presidente FIR della vicenda.
Purtroppo per lui qualche telefonata tra Italia e Francia è stata sufficiente per togliere praticamente ogni velo alla vicenda. A dare il via libera alla FIR per l’uso della parola Zebre è stato Renato Tullio Ferrari, ex presidente del CUS Milano e co-fondatore con Bollesan della squadra a inviti nel 1973, oggi residente a Nizza.
Ferrari nelle ultime settimane sarebbe stato avvicinato prima da Alfredo Gavazzi e quindi contattato dal presidente Dondi. E ha dato il suo via libera. Bollesan mi aveva detto che quella dicitura era coperta da una qualche registrazione, ma bisogna vedere quali fossero gli accordi stipulati magari 30 anni fa e forse mai formalizzati. Se avessero ancora un qualche valore. Insomma, nessun mistero.

Quale la morale? In primis la sensazione – personale – che comunque si poteva scegliere un nome diverso: quelle Zebre sono state una cosa, la Nuova Franchigia è un’altra completamente diversa. Non migliore o peggiore, semplicemente diversa.
Secondo: dalla FIR qualcuno si poteva prendere comunque la briga di dare un colpo di telefono a Bollesan. Non per chiedergli il permesso, semplicemente per informarlo, visto che alla fine è uno dei due fondatori delle Zebre in vita. Si chiama cortesia. Lo so, pratica ormai fuori moda.
Terzo: il punto più triste, forse. La mancata comunicazione della cosa da Ferrari a Bollesan. Qui credo siamo ben oltre la scortesia. Un aspetto davvero amaro della vicenda che pesa tutto su Marco Bollesan.

Ma come canta Vinicio Capossela in una sua vecchia canzone
poco importano i dolori 
non son spine senza fiori 
vino ed ostriche guarnite 
ho male a un fianco e la colite

Bollesan torna a placcare e ferma la Nuova Franchigia: “Zebre? Vedremo…”

“Cosa ho provato quando ho sentito la notizia? Tristezza, ma non tanta alla fine. Ho provato soprattutto sorpresa. Insomma, come si fa a dare quel nome, Zebre, a una società che non ha nulla a che spartire con lo spirito di quello che noi abbiamo creato? E come si fa a dare quel nome senza interpellare le persone che in qualche modo ne sono ancora responsabili oggi?”.
Un combattente Marco Bollesan lo è sempre stato. E questa cosa delle Zebre non la manda giù. Già, le Zebre. Bollesan le fondò nel 1973 assieme al mai abbastanza compianto giornalista Pierluigi Fadda e a Renato Tullio Ferrari. Un club a inviti, non territoriale: cuore a Milano ma si andava a giocare ovunque. Impossibile e inutile ricordare qui la loro attività, che con il passare degli anni andò scemando fino a fermarsi del tutto alla metà degli anni ’90.
“Ci siamo fermati – mi dice Bollesan – sostanzialmente per motivi economici. Invitare i giocatori, farli viaggiare, ospitarli…. insomma, era diventato un costo che senza sponsor non era possibile sostenere. E poi il professionismo ha reso tutto più difficile: i club devono essere avvisati tempo prima, c’è bisogno di assicurazioni. Insomma, come ti muovi paghi. E io non ce la facevo a starci dietro”.
Ma il marchio…
“Il marchio c’è ed è registrato. Ora voglio capire, vedere cosa succederà e poi parlare con Dondi: il presidente mi deve spiegare questa cosa. Di certo non sono intenzionato a non dire nulla. O a fare nulla”.
Inutile giraci attorno, questa cosa ti fa male…
“Sì, mi fa male. Non sono d’accordo con quanto fatto. Gli Aironi erano una cosa, le Zebre un’altra. Le tradizioni ogni tanto bisogna seguirle, c’è necessità di farlo. Loro evidentemente pensano di poter fare quello che vogliono, ma si sbagliano, non credo proprio che le cose andranno così lisce”.
Ti sei chiesto perché darsi proprio quel nome? Perché tra tanti che potevano essere adottati la scelta è caduta proprio su quello?
“Vogliono sfruttare una tradizione, che le Zebre avevano 30 anni fa e che hanno ancora oggi. Credo che l’intenzione sia quella di darsi un briciolo di immagine, di appeal. E anche un po’ di storia. Ma noi eravamo una roba diversa. Siamo durati anni, e anche se da tempo non facciamo nulla torno a dire che siamo ancora qui. Ormai alcune società nascono e muoiono in 15 giorni…”.