Elezioni FIR: il countdown di Zatta, senza numeri o sondaggi

La Nuova di Venezia e Mestre, di Gianluca Galzerano

Trenta giorni fa l’annuncio della sua candidatura alla presidenza della FIR, davanti i prossimi quaranta (si vota il 15 settembre) per riuscire a convincere il movimento delia bontà di una visione del rugby italiano per certi versi rivoluzionaria. Amerino Zatta, manager di professione e presidente in carica della Benetton Treviso, accetta volentieri di parlare della sua avventura elettorale al giro di boa di una campagna condotta con strategie nettamente differenti rispetto all’avversario, l’attuale consigliere federale Alfredo Gavazzi.
«Premetto subito che io di numeri, percentuali e sondaggi non intendo parlare», esordisce
Zatta con ferma gentilezza. «Primo, perché non è nel nostro stile sbandierare risultati prima di averli ottenuti per davvero; secondo, perché credo che di qui alle elezioni ci sia lo spazio perché le tante società che ancora non hanno maturato una decisione abbiano modo di farlo. Per il momento, preferiamo lavorare sul piano degli incontri e delle relazioni dirette: solo negli ultimi giorni sfrutteremo un piano di comunicazione più incisivo».
Il Veneto porta a porta (hanno inaugurato i club veneziani e trevigiani), la Lombardia già in
ampie zone, il Piemonte, mezza Emilia-Romagna, le Marche, l’Abruzzo: in quattro settimane senza sosta la prima parte della tournée è andata via liscia, il difficile viene adesso con agosto di mezzo ed alcuni territori, Lazio e Lombardia in primis, decisivi
nel computo finale dei voti: «Effettivamente stiamo facendo uno slalom tra le ferie di presidenti e dirigenti dei club, e del resto il periodo è quello che è. La data delle elezioni così ravvicinata» spiega il candidato «stringe di molto i tempi per poter incontrare personalmente le società, ma alla fine riusciremo comunque a confrontarci con
tutti». Per chi conosce i delicati meccanismi che da sempre muovono le cose della palla ovale a Treviso e in Veneto, la candidatura di Zatta ha avuto e continua ad avere una valenza simbolica fortissima, il sintomo di un’insofferenza nei confronti delle politiche federali che, se da un lato si fanno belle dei risultati economico-politici legati all’orbita delia Nazionale (su quelli sportivi meglio non approfondire), dall’altro vengono vissute dalla base con segnali sempre più forti di distacco, insofferenza e sensazione di abbandono.
«E’ dalle società», precisa Zatta, «che occorre ripartire per invertire la china, ed occorre farlo subito, senza perdere tempo».
Nella sua visione, una Federazione meno “palazzo” e più “squadra nella squadra”. «La Federazione deve essere una società di servizi a disposizione dei club, uno strumento in grado di tracciare le linee strategiche complessive determinando come sfruttare in maniera condivisa quel patrimonio e quelle risorse che non le appartengono direttamente, ma che sono di tutto il movimento. Ecco perché diventa imprescindibile la convocazione degli Stati Generali del rugby italiano, attraverso cui decidere dove vogliamo che vada il nostro rugby nell’immediato futuro». Uno stop deciso anche alle rendite di posizione garantite.

Bilanci FIR, Dondi risponde a Zanovello. Per la pubblicazione bisognerà ancora aspettare

Qualche giorno fa vi ho proposto la richiesta ufficiale spedita in FIR dal presidente del CUS Padova Roberto Zanovello per poter avere i bilanci della federazione degli ultimi quattro esercizi, così come prevede il nuovo Statuto approvato dal CONI ed entrato in vigore poche settimane fa.
La risposta del presidente Dondi non si è fatta attendere. Dunque, per i bilanci 2008, 2009 e 2010 le regole non cambiano perché lo Statuto non è ritenuto retroattivo: quindi per poterli visionare la teoria dice che con una richiesta e previo appuntamento è possibile andare in FIR per la semplice consultazione.
L’ultimo bilancio, quello del 2011, invece sarà reso pubblico solo dopo l’approvazione definitiva da parte del CONI. Lo prevede il regolamento del massimo organo sportivo italiano e c’è quindi poco da dire. Certo, quel bilancio ha avuto il via libera FIR se non sbaglio lo scorso mese di aprile e ormai siamo ad agosto, a poco più di un mese dalle elezioni presidenziali. E’ vero che il CONI è piuttosto preso per le Olimpiadi, però davvero servono 4-5 mesi per avere l’imprimatur definitivo? Da un punto di vista puramente legale c’è al solito poco da eccepire, ma alla fine – con ogni probabilità – l’Ovalia italiana andrà a votare senza conoscere nel dettaglio i bilanci degli ultimi quattro anni, una robetta da circa 150-160 milioni di euro.
Perché se alle difficoltà di poter visionare – solo visionare, non fotocopiare o altro – un documento di cui non si conoscono le peculiarità (un bilancio può essere redatto in molte maniere, ma la richiesta da far pervenire alla FIR deve essere estremamente precisa. Senza contare poi i documenti che normalmente “circondano” un bilancio, e che spesso dicono moltissimo) si aggiunge anche una inspiegabile ritrosia nella dirigenza dei vari club ad avanzare quella richiesta… beh, il quadro è completo.
Ringrazio ancora una volta Roberto Zanovello per avermi girato la risposta che ha ricevuto dal presidente Dondi e che vi propongo

Soldi e bilanci, ma quelli dei club di Eccellenza. Una storia del terrore?

Francesco Costantino per La Meta. Un bell’articolo davvero.

In Francia esiste la Direction nationale d’aide et de contròie de gestion. Un organismo che ha il compito di certificare che le squadre francesi del Top 14 e della ProD2 rispettino i parametri fissati per partecipare ai rispettivi campionati. Un garanzia nei confronti dei giocatori e del movimento intero. Chi non è a posto con i conti subisce pene durissime che vanno dalla penalizzazione in classifica fino alla retrocessione. Perché da noi questo
non succede?
IL PARADOSSO ITALIANO. Perché, prima di tutto, in Italia non esiste il professionismo, Con tutti gli obblighi che questo status impone alle gestioni delle società. I giocatori si lamentano dei mancati pagamenti e hanno ragione ma, dati alla mano, quante squadre sono a posto con i conti a oggi? Questo per dire che scommettere su una vita sostenuta dal rugby è pura follia. E se arrabbiarsi per un contratto disatteso è legittimo (oltre che legalmente inaccettabile) non è altrettanto capibile l’atteggiamento di chi fa finta che non esista un mondo reale atteggiandosi ancora adesso a “giocatore professionista”. (…)
E se ci si impegna a corrispondere un emolumento bisogna poi impegnarsi a farlo. Sembra un concetto lapalissiano ma in Italia non è così.
LA SITUAZIONE È PESANTE. Quante sono le squadre di Eccellenza che, a oggi 29 luglio, hanno saldato tutte le mensilità della passata stagione? Sarebbe bello rispondere ma qui ci troviamo nel campo delle ipotetiche della realtà.
L’unica cartina tornasole è quella legata ai giocatori. Che parlano e aspettano di vedere i soldi. Spero di essere smentito da un bilancio ufficiale e dalle lettere degli atleti che dichiarano di avere preso tutto ma sono pronto a dire che i Crociati, ad esempio, sono tra le società meno virtuose del campionato con emolumenti pagati fino al dicembre 2011! Ma stiamo scherzando? E per carità cristiana taccio di tutti quei club che si guardano bene dal
saldare il pregresso (premi compresi) pur allestendo senza grossi impedimenti la rosa per la nuova stagione. In tutto questo la federazione tace. E se ne frega. Anzi, diventa addirittura complice. Prendiamo il caso Aironi. Molti tesserati hanno lamentato pesanti ritardi (non ultimi, in una dura lettera mandata ai giornali, i dipendenti della franchigia) ma da Parma (sede della FIR fino al prossimo 15 settembre) nessuno ha mai considerato la possibilità di escutere la fideiussione (assicurativa e non bancaria…) che i Melegari avevano posto a garanzia. Perché quei soldi non sono stati pretesi e ottenuti?
(…) non è moralmente accettabile far partire sullo stesso piano le società che, con grandi sacrifici, hanno pagato tutti i loro “dipendenti” con quelle che, invece, continuano a proporre fantomatici piani di rientro.
(…) La matematica non è un’opinione mentre il rigore e la serietà, quando si parla di rugby italiano, paiono esserli.

Chiesa, Bocchino e una storia parecchio italiana

Enrico Borra per La Meta

In una stranissima settimana di luglio si sono incrociati i destini di due ex (o future) promesse del nostro rugby: Riccardo Bocchino e Alberto Chiesa. (…)
Poi Chiesa è sparito dai radar federali mentre a Bocchino sono state concesse opportunità colossali. Mentre il primo faticava nelle sue prime esperienze a Prato infatti, il secondo è arrivato a vestire la maglia degli Aironi (speditoci più che richiesto dalla franchigia lombardo-emiliana) e della Nazionale di Mallett e Brunel. L’ultima non più tardi di un mese e mezzo fa nelle Americhe. Bocchino si è fatto anche un mondiale, mica robetta, e ora? Beh, in teoria lui dovrebbe essere il punto fermo del futuro azzurro, che piange la carenza di dieci di ruolo tanto da introdurre una norma regolamentare che obbligherà le formazioni di eccellenza
a schierare solo aperture “made in italy”, mentre Chiesa dovrebbe vivacchiare tra Eccellenza e Serie A, colpevolmente dimenticato dai selezionatori Azzurri.
Nella realtà sta avvenendo l’esatto contrario. A 24 anni, con quattordici cap sulle spalle, il playmaker laziale è vicino a firmare per la “sua” Capitolina (Serie A1), mentre il livornese farà per la prima volta il suo ingresso nel giro che conta grazie alla chiamata (tardiva
ma assolutamente doverosa) delle Zebre. Fatemi capire: prima si spedisce Bocchino di forza agli Aironi, che non ne fanno richiesta, e poi, quando la FIR decide di fare una franchigia federale, non lo coinvolge nel progetto per mantenerlo ancorato all’alto livello internazionale?
Possibile puntare così tanto su un giocatore e ritrovarsi tra le mani un ragazzo di 24 anni perso nel gioco e soprattutto nella fiducia in se stesso; senza quasi più forze e motivazioni per andare avanti? Cosa è cambiato in meno di un anno? Archiviata una stagione negativa
vissuta con la maglia degli Aironi, l’ultimo anno giocato con I Cavalieri Prato sembrava aver ridato a Bocchino lo stimolo a fare bene. Dopo la convocazione alla Coppa del Mondo è infatti arrivata quella senza dubbio più significativa di Brunel per la toruneé estiva. Una tournée che ha mostrato un giocatore con i limiti di sempre ma anche con qualità sopra la media per il panorama italiano. E allora? A me Bocchino non è mai piaciuto. Non in campo
intemazionale, per lo meno. L’ho scritto più volte in tempi non sospetti. In uno dei fondi del dopo-mondiale per insiderugby però, consigliavo di continuare a puntare su di lui in previsione della Coppa del Mondo del 2015. Quantomeno perché non esistono al momento
alternative in grado di prenderne il posto (e lui in Inghilterra avrà 27 anni). Si può formare un giocatore di livello internazionale in poco più di tre anni? Certo che si può ma é dannatamente complesso e chi comanda il nostro alto livello ha già dimostrato in passato
l’incapacità di riconoscere il talento e, soprattutto, di farlo fruttare.
Allora ecco che torna prepotentemente in auge l’idea dei DAT illustrata nel numero scorso (e, soprattutto le sue conseguenze): perché se avessimo avuto in mano la scheda di Bocchino avremmo avuto almeno la metà delle informazioni acquisite per tentativi nel corso degli anni e, forse, Chiesa avrebbe fatto parte del giro della nazionale maggiore da qualche anno in più. O, forse, al loro posto ci sarebbero altri ragazzi più meritevoli.

2015, una finale “italiana” di Heineken Cup che si allontana?

Portare in Italia la finalissima dell’edizione 2015 di Heineken Cup e’ un sogno a cui l’attuale presidente FIR Dondi sta lavorando da tempo. Cosa non facile, per motivi strettamente sportivi e politici, ma comunque un progetto in piedi da tempo.
Non mancano di certo gli avversari da superare, ma ora alla realizzazione di questo piano si frappone un nuovo ostacolo. Che manco a farlo appposta ha la foggia di una palla rotonda.
All’Uefa e’ infatti arrivata la richiesta ufficiale che ad ospitare la finale di Champions League di calcio 2015 sia lo stadio milanese di San Siro. Milano, che proprio in quei mesi ospitera’ Expo 2015, vorrebbe diventare cosi’ cuore dell’Europa sportiva con il massimo evento calcistico di quell’anno, in cui non sono in programma ne’ mondiali ne’ europei.
Un problema anche per il rugby, visto che il catino che vede normalmente all’opera Milan e Inter e’ uno dei due in lizza anche per la candidatura ad ospitare la finalissima della massima competizione per club del Vecchio Continente (l’altro e’ l’Olimpico di Roma). L’Uefa da parte sua ha gia’ fatto sapere che San Siro ha poche possibilita’ di ottenere la finale pallonara, proprio perche’ non si vogliono concentrare nella medesima citta’ troppi grandi eventi. Una giustificazione che e’ una doccia fredda anche per le ambizioni del rugby. Certo rimane aperta l’opzione romana, ma per quell’anno i nostri partner europei potrebbero mettere dei veti anche sulla capitale. Magari usando l’Expo come scusa.