Mondiale quasi alle porte: il borsino delle protagoniste

Un articolo che ho scritto per il sito di Radio R101

Al 9 settembre mancano nove mesi, o poco più. Quel giorno inizia il Mondiale in Nuova Zelanda, due giorni dopo il debutto dell’Italia contro l’Australia. Come stanno le squadre più attese?

Nuova Zelanda: scoppia di salute. Gli All Blacks hanno appena finito un anno da incorniciare, con un’unica sconfitta contro l’Australia ad Hong Kong. Partita gettata al vento dai tuttineri che l’avevano in mano e che l’hanno persa all’ultimo secondo. Capita. Un Tri-Nations spaventoso, in cui hanno annichilito wallabies e Sudafrica. E scusate se è poco. Un gioco spettacolare e potente, una infinità di soluzioni e – da novembre – il talento di Sonny Bill Williams in più. Sembra tutto perfetto: oggi il Mondiale gli All Blacks possono solo perderlo. La condizione ideale per l’ennesima delusione iridata.

Sudafrica: i campioni del mondo in carica arrivano da un anno negativo. Poteva essere addirittura disastroso, e così è stato fino ai test-match autunnali, dove però si sono registrati sensibili miglioramenti nel gioco e nei risultati. La conduzione tecnica è incerta, ma uomini e talento ce ne sono in abbondanza. E il gioco tipicamente spartano ed efficace degli Springboks non necessita di un lungo “tirocinio”. Saranno sicuramente protagonisti, ma che peccato vedere uno come Habana ricevere palloni con il contagocce…

Australia: squadra molto giovane, talentuosissima e in crescita. Deve migliorare nella concentrazione: troppi alti e bassi nel corso di una stessa gara, con giocate spettacolari che si alternano a improvvisi black-out. Tra quattro anni, in Inghilterra, sarà probabilmente la squadra da battere. In Nuova Zelanda sulla carta partirà invece un po’ più indietro.

Francia: continuo a pensare che sia la più seria pretendente al titolo assieme ai padroni di casa. Una prima parte di 2010 fenomenale, poi un lento ma costante calo, culminato nel tracollo interno con l’Australia dello scorso novembre (59 a 16, mica bazzecole). Ci sono problemi tra la federazione e i club per l’utilizzo dei giocatori, qualcuno critica a viso aperto il ct Lievremont. Ma è una squadra che sa unire potenza, velocità e imprevedibilità come nessun altro. Quasi, nessun altro.

Inghilterra: insieme al Sudafrica è forse la “grande malata” del rugby mondiale. Non gioca bene, a ogni passo avanti ne fa seguire uno indietro. ok, novembre è stato tutto sommato positivo, ma l’Inghilterra è andata avanti a strappi. Sarà tra le protagoniste? Sicuramente: gli inglesi, come i tedeschi nel calcio, non muoiono mai. E non dimentichiamoci che nel 2003 hanno vinto un Mondiale giocando maluccio (eufemismo).

Irlanda: la squadra che ha stupito e fatto applaudire nel 2009 è un lontano ricordo. Gli uomini in maglia verde si sono parecchio involuti, c’è grinta e voglia ma spesso non basta. Rimangono forti, ma meglio per l’Italia, no?

Galles: furore agonistico, cuore – da sempre le caratteristiche del XV in maglia rossa – ci sono sempre e non mancheranno mai. C’è anche del talento (Shane Williams su tutti, ma anche l’ormai certo ritorno di Gavin Henson) che però va un po’ ad intermittenza. Non insuperabili, ma come dice un vecchio adagio inglese, “i gallesi non li batti mai, al massimo fai un punto più di loro”.

Scozia: Come l’Italia. Possibilità di vittoria finale meno di zero. I quarti sarebbero già un ottimo risultato. Come l’Italia, appunto.

Argentina: nel 2007 in Argentina fu la sorpresa, arrivando al terzo posto. Oggi i pumas sembrano un po’ appannati. Però mai fidarsi di loro: nelle grandi occasioni si trasformano.

 

I primi 4 mesi di Celtic League

Da Rugby 1823

Il 2010 è entrato nella storia del rugby italiano per l’ingresso di Treviso e degli Aironi nella Celtic League. Quattro mesi di palla ovale celtica, ventidue partite giocate, sei vittorie. Ma anche Monigo e Zaffanella pieni di appassionati, cambi di tecnici, giovani italiani esplosi e delusioni cocenti. Dentro e fuori dal campo. E dopo un girone completato si può tirare una prima, sommaria, somma sull’avvenura italiana in Celtic League. Senza dimenticare che, le somme vere, si tireranno tra almeno un anno e mezzo.

Quello che seguirà, infatti, è solo il punto della situazione di un’avventura che è ancora “work in progress”. Nessun giudizio definitivo, quindi. Nessuna bocciatura senza appello, né esaltazioni premature. Solo una breve, lista, di quello che in questi primi mesi di Celtic League ha funzionato o meno nella storia degli Aironi e di Treviso.

I più celtici
1. Sei vittorie su undici partite. Il girone d’andata del Treviso è, da un punto di vista sportivo, qualcosa che pochi avrebbero immaginato il giorno dell’esordio. Mancano i punti di bonus, che pesano in classifica, ma i veneti sono a un solo successo di distanza da chi lotterà per i playoff.

2. Comunicazione 2.0. Un sito internet funzionale, un canale tv su Youtube aggiornato con tutti gli highlights, fotografie offerte da una delle agenzie più importanti e la gestione della pagina di Facebook di alta qualità. La comunicazione degli Aironi è già proiettata al professionismo, anni luce davanti al rugby italiano.

3. Giovani azzurri. Nonostante le continue polemiche sui troppi stranieri, è innegabile che l’avventura celtica sta facendo crescere esponenzialmente una generazione di rugbisti italiani che, difficilmente, avrebbero potuto migliorare restando nel vecchio Super 10. Da Giulio Toniolatti a Tito Tebaldi, da Paul Derbyshire a Tommaso Benvenuti, da Lorenzo Cittadini a Simone Favaro. Senza dimenticare i Pavanello, gli Zanni, i Pratichetti, Staibano, Bernabò, Sgarbi, Ghiraldini che finalmente si confrontano settimanalmente con l’alto livello. Sperando che, presto, lo stesso accada per Buso, Benettin, Gori, Bocchino e gli altri azzurri che avranno occasione di crescere in maniera importante.

4. Stranieri di valore. Ok, qualche sola se la sono presa anche a questo giro. Il Laharrague d’inizio stagione, o il Maddock trevigiano, per esempio. Ma giocatori come Botes, Marshall, De Waal (esploderà, aspettate e vedrete), i due Williams, Krause, e Van Zyl sono giocatori di livello che meritano il posto che si sono guadagnati.

5. Massacri evitati. Chi si aspettava delle ripassate storiche è rimasto deluso. Qualcuno, ironicamente, si è chiesto come avrei commentato un 60-17 subito dalle italiane (risultato di Ospreys-Scarlets). L’avrei commentato per quello che era, una lezione pesante. Lezione che, a oggi, Aironi e Treviso non hanno dovuto seguire, visto che i maestri celtici hanno vinto, ma mai stravinto. E, forse, questo è il risultato migliore delle italiane, ancor più dei sei successi di Treviso.

I meno celtici
1. Zero vittorie in undici partite. Non ci sono giri di parole da fare quando un intero girone si chiude senza un successo. Gli Aironi hanno iniziato con grande difficoltà l’avventura celtica e a oggi non hanno ancora portato a casa una vittoria. Il successo con Biarritz è stato un buon segnale, come le ultime prestazioni, ma la strada degli Aironi sul campo da gioco è ancora lunga.

2. Comunicazione caduta. La Celtic League, come disse Franco Bernini, doveva togliere il rugby italiano dalla pagina dei necrologi della Gazzetta. Insomma, doveva servire a dare visibilità alla palla ovale anche al di fuori dell’Italrugby. Un risultato per adesso non ottenuto. Se vi è un po’ più di spazio, la copertura mediatica della lega celtica in Italia è ancora pietosa. Dalle tv alla stampa sembra che le vicende di Treviso e Viadana non interessino agli italiani. I motivi? Immaginabili. Le soluzioni? Difficili da raggiungere.

3. Dahlia appassita. Un canale semisconosciuto, commenti tecnici di livello infimo, segnale digitale che appare e scompare a sorpresa nelle varie regioni italiane e una crisi economica che rischia di farla fallire. La scelta Board/Fir di puntare su Dahlia è stata una scommessa persa. Lo avevamo detto e ribadito fin dal principio: all’inizio era meglio rinunciare a una fetta della torta per garantirsi visibilità e qualità televisiva.

4. Territorio ristretto. E’ uno dei punti su cui si è già discusso a lungo, fin dal principio. Treviso e Viadana rappresentano un territorio limitato, il centrosud è tagliato fuori dall’avventura celtica e l’incapacità (di Treviso) di fare squadra con le altre realtà venete ha ristretto ancora di più il campo. Un problema senza soluzione, attualmente. Su questo punto si deve aspettare il futuro e la possibilità, che non è utopia, di novità nei prossimi anni.

5. Troppo pane e salame societario. Fiducia (per gratitudine e amicizia più che per meriti o capacità) alle persone che sono state vicine alla società negli anni della nascita e crescita, ma che arrivano da una realtà dilettantesca e “alla buona”; incapacità di costruire un patrimonio professionale all’altezza della sfida celtica. Treviso e Aironi sono ancora lontanissimi, da un punto di vista di struttura societaria e mentalità, dagli standard minimi richiesti nello sport professionistico del nuovo millennio. Questa dev’essere una fase transitoria, ma rapida, per arrivare a due società che sappiano confrontarsi con sfida più impegnative del Super 10. Franco Bernini, per sua stessa ammissione non adatto al professionismo estremo della Celtic League, dev’essere l’emblema di tutta la pulizia che deve venir fatta, a tutti i livelli. Come sottolineato anche da Checchinato.

6. Quel brutta pasticciaccio federale. E’ il peccato originale dell’avventura celtica. Il caos creato dalla Fir tra il 2009 e l’inizio 2010 è un peso che la Celtic League azzurra si porterà avanti ancora a lungo.

Top 14: 5 punti di penalizzazione per il Bourgoin

Ora è ufficiale. La Direction nationale d’aide et de contrôle de gestion (DNACG) della Ligue nationale de rugby (LNR, la federazione francese) ha inflitto 5 punti di penalizzazione per il il CS Bourgoin Jallieu. La società transalpina, nel mezzo di una pesante crisi finanziaria, secondo alcune voci rischiava adirittura la retrocessione. Una decisione invitabile quella presa dalla federazione francese, visto che il club celeste-granata aveva tempo fino al 31 dicembre per chiudere il bilancio d’esercizio relativo alla stagione 2009/2010. La società sperava in una proroga di un mese, ma la Francia non è l’Italia…
Il Bourgoin, attualmente ultimo in classifica, ha annunciato ricorso in appello.
Il buco nel bilancio della società viaggerebbe intorno al milione e mezzo di euro

Gareth va a Hollywood. Anzi: è a Hollywwod

Del film di Rourke sul monumento del rugby gallese abbiamo detto più volte. Intanto il buon Gareth ha già iniziato un mini-tour a Los Angeles con un fitto programma di appuntamenti, ché da quelle parti la palla ovale è si conosciuta, ma nella sua versione più buzzurra. Primo stop a uno dei talk show più noti a quelle latitudini, l’Ellen Degeneras Show. Questo il suo intervento

Panchine azzurre & Mallett-Brunel: sotto la lente di ingrandimento

Right Rugby analizza la situazione dopo le clamorose voci che arrivano dalla Francia. E mi trova totalmente d’accordo per quanto riguarda il paventato timore circa l’annuncio del cambio allenatore prima del Mondiale.

Un tipico trappolone di stagione è il fuoripista: cose da lasciar perdere se non si è nativi, o accompagnati da. Nel caso dei nostri interessi rugbistici, il fuoripista è farsi abbacinare dalla poetica tutta calcistica del valzer delle panchine coi suoi riti, i suoi pedinamenti, i suoi appostamenti, le sue false piste, il suo puntare sulla fuffa e sulla quantità, tanto l’importante è poter dire l’avevo detto io. Che tristezza.
Presa quindi con tutte le pinze, la notizia del momento, peraltro confermata da uno degli interessati, è l’incontro di Dondi e/o Federali incaricati con Jacques Brunel, guascone di 55 anni, mercuriale e tostissimo director of rugby di Perpignan, dal lungo curriculum come assistente di Laporte nei Bleus e prima come giocatore e tecnico ad Auch, Pau e Colomiers, la créme dei luoghi storici del rugby del Sud-Ouest. Il quale, pochi lo ricordano, fu peraltro ospitalizzato nel 2009 a causa di un rischio d’arresto cardiaco …
Comunque sia, dal nostro punto di vista e sempre che non si tratti solo di sondaggio senza impegno, vale più che altro come conferma che la FIR sarebbe (saggiamente) orientata verso l’ambiente e l’approccio transalpino, non più anglosassone – sudafricano, anche se a quel punto ci dovranno spiegare che ne sarà del progetto Celtic.

L’antefatto della vicenda è noto ai due lettori di RR: Nick Mallett, attuale allenatore Azzurro, ha fatto pubblicamente capire che non è più interessato a proseguire l’esperienza dopo i Mondiali (i famosi “io sono Mallett, posso scegliere dove andare ad allenare” e il suo mitico “chi non riconosce quanto ho migliorato la nazionale italiana, di rugby non capisce un c…” indirizzata all’ambiente in senso stretto). I contemporanei minuetti Federali, vòlti a dar da intendere che la decisione di chiudere con Mallett sarebbe loro, lasciano il tempo che trovano e in ogni caso non cambiano la sostanza delle cose.
C’è anche un lato ridanciano nella vicenda: se Mallett s’è stufato e effettivamente può andare ad allenare dove vuole, chi ci rimetterà sarà il “suo” staff impostogli dalla Federazione, cioè Troncon e Orlandi.
Tornando sul piano pratico, la situazione ha un duplice risvolto: da un lato, esperienza già vissuta nel 2007, andremo ai Mondiali con un allenatore dimissionario; dall’altro si deve identificare il prossimo allenatore (e staff, perchè Mallett docet, coi “raccomandati” non si va da nessuna parte), dato che ottobre 2011 è dopodomani.
Per il punto due c’è molta frenesia come spesso capita in Italia: si cita il caso del coach di Castres Labit che ci sarebbe sfuggito rinnovando col club francese fino al 2013, o quello più lontano di Saint Andrè. Lo stesso Brunel e i suoi collaboratori in pectore Guidi (Fir) e Mihlas (La Rochelle) si dice sarebbero in contatto con Biarritz. Il tutto ci pare un po’ strumentale, dicesi trattativa, ma tant’è … Rimane certo che (a) un incontro non fa un contratto firmato e (b) le conferme arriveranno minimo dopo il Sei Nazioni o meglio a fine del Mondiale, come nella transizione tra Berbizier e Mallett stesso nel 2007.
Piuttosto che correr dietro alle “bombe di mercato”, a questo punto varrebbe piuttosto la pena di analizzare i risvolti del fatto di andare ad affrontare i Mondiali guidati da uno staff dimissionario. Qualsiasi manager di alto livello vive di immagine e successi, non certo di acrimonie e piccole vendette, quindi non “smobilita” mai, garantito. L’impegno di Mallett fino alla fine può quindi essere dato per scontato. Il problema semmai è la credibilità e l’ascolto che “lo spogliatoio” deciderà di concedergli.
Saremo degli inguaribili ottimisti, ma la nostra idea è che la situazione interna del 2011 sia da questo punto di vista molto diverso dal 2007: oggi in squadra non ci sono teste calde alla Troncon in contrapposizione personale con un tecnico fumino come Berbizier; l’ha ammesso pure Dondi che i giocatori sono tutti compatti dietro al tecnico. Del resto è questo uno spogliatoio che non è insorto dopo che Mauro Bergamasco è stato lanciato kamikaze a Twickenham, e anche gli uomini del Racing sono tornati a Canossa senza colpo ferire; chi mai si potrebbe ergere ora a capo di una fronda suicida: Bocchino? Tebaldi?
Di più: a nostro modesto avviso i “senatori” Azzurri hanno in essere con Nick una sorta di “patto di sangue” non sancito ma consacrato dalla consapevolezza che per (quasi) tutti questa sarà l’ultima occasione per lasciare una traccia nella storia del rugby nazionale. La nostra ferma idea è che ci proveranno sul serio questi Azzurri mai troppo amati dall’ambiente. Vedremo fino a dove li porterà carattere e skill: nè Mallett nè Brunel scendono in campo. Anzi no: Brunel è sempre a bordo campo e Mallett sale e scende dalla tribuna, quando allena i Barbarians …