Il rugby italiano fa l’apache…

Maurizio Crosetti su Repubblica di oggi

Eravamo a Berlino, nel 2006, dentro unpomeriggio scintillante di sole. Stavamo andando allo stadio per la finale della Coppa del Mondo. E Corrado Sannucci, il nostro caro Corrado, diceva: «La vera finale, la vera  impresa  sarà quando li batteremo al Sei Nazioni, questi francesi, mica a pallone». Ora è venuto quel giorno, Corrado, anche se tu non l’hai visto. Ma noi pensiamo che sia stato un po’ anche per te. Sembrava uno di quei sogni che fanno bene solo al cuore, e alla fantasia. Una speranza da piccolo, nobile popolo di un grande sport sempre meno periferico, il rugby: però, ancora poco o nullarispetto ai rimbalzi di un pallone sferico, non ovale. Un’enclave, una terra tutta da conquistare, anche un po’ una riserva indiana. Ma poi succede che gli apaches la smettano di restare sul margine della collina, ombre lontane in controluce, per scendere invece sul campo di battaglia e conquistare la diligenza. Chi ama veramente lo sport, chi fa parte di una minoranza orgogliosa, sa che giorni del genere si possono attendere anche una vita intera, e quando poi arrivano la illuminano tutta. I ragazzoni del rugby azzurro, e insieme a loro i tifosi, gli appassionati, compresi gli adepti dell’ultima ora, adesso fanno parte della categoria di chi sa che il concetto di impossibile si sviluppa e cresce solo nell’ammodi chinonhacoraggio. Lo chiamiamo sport minore, poi ogni tanto ci accorgiamo che ci fa increspare la pelle più di tutto ilresto. Succede quando unita -liano vince l’oro alle Olimpiadi, quando uno sconosciuto ce lafa a nomedi tutti, senzaessereunidolo degli stadi, uno con la faccia del vicino di casa. Bello che stavolta accada nei giorni dell’unità d’Italia, perché lo sport resta un collante formidabile, unluogo divera appartenenza. Quello che agli atleti di strada ancorariesce, sembra invece lontano dai nostri calciatori sempre più sconfìtti e isterici. Forse è l’affermazione di un diverso modello sportivo, di una più matura forma di rispetto e di lavoro. Evitando di demonizzare il calcio (anche questa, in fondo, unamoda), ce n’è abbastanza per riflettere un momento. Un amico italiano che vive in Lussemburgo e gioca a rugby con una maggioranza di compagni francesi, ci ha appena mandato un sms. Dice: sono sceso in piazza conil tricolore in testa,  amo’di bandana,gridandocomeunmatto. Vogliamo immaginarne tanti, così, adesso. Ragazzi di un altro sport possibile. Cavalieri di un sogno da strapazzo, cioè meraviglioso. Tu li conoscevi, Corrado, e ti piaceva sognare lo stesso

Un vera giornata da Guinness dei Primati. Grazie a migliaia di lattine di birra

Da repubblica.it

Mentre la Nazionale scriveva in campo una pagina di storia bettendo la Francia per la prima volta nel 6 Nazioni, il rugby italiano è entrato anche nel Guinness dei Primati grazie a Peroni. La scultura di lattine di birra presentata oggi al Terzo Tempo Peroni Village del Flaminio, in occasione del match della quarta giornata del 6 Nazioni, è stata certificata dalla giudice Lucia Sinigagliesi (Adjudications Manager di Guinness World Record) quale opera originale ed inedita, alla presenza dello stato maggiore di Peroni. La palla ovale è composta di 27 strati e le lattine di birra Peroni sono 20.076.

L’opera è stata costruita attraverso le lattine raccolte in coincidenza con i tre match interni giocati dall’Italia (Irlanda e Galles i precedenti) e consegnate dal desk del record di Peroni al Villaggio del Flaminio. Ogni lattina è stata firmata alla consegna dai tifosi, che hanno ricevuto la certificazione della partecipazione alla corsa al Guinness. A completare l’opera, le lattine raccolte e firmate dagli azzurri della Nazionale italiana, arrivati al Terzo Tempo Peroni Village alla fine della partita per concedersi all’abbraccio dei tifosi. Quando è stata promossa anche l’attività dell’associazione Olivia, che con Martin Castrogiovanni porta avanti il progetto “InSegnare per Integrare”, che sostiene il bilinguismo, ossia la compresenza a scuola e nello sport dell’italiano e della lingua dei segni per i bambini sordi.

Un po’ di cose sparse che non dimenticherò mai di Italia-Francia

– Andrea Masi. Una partita immensa, dal primo all’ultimo minuto. Magari non precisissimo nel gioco al piede, ma una costanza e una capacità nel proporsi in avanti che non si vedeva da tempo dalle parti azzurre. E una domanda inevitabile: come non farlo giocare da 15 adesso?

– Secondo tempo, l’Orco Chabal – pessima partita la sua – che va in tackle su Semenzato, a cui dà parecchi chili e centimetri. E “Mozzarella” che non fa una grinza. Fabio 1 Chabal 0.

– Le mie mani in tribuna stampa, che hanno cominciato a tremare a partire dal 70′ in poi. Gli ultimi cinque minuti a scrivere non ci ho più nemmeno provato

– Le facce dei giocatori francesi all’uscita dagli spogliatoi.

– Il solito, splendido, Flaminio che a pochi minuti dalla fine canta l’inno d’Italia con un vigore mai visto (e sentito)

– Carlo Festuccia e Gonzalo Canale. Bravissimi. E a Gonzalo perdoniamo la poca reattività in occasione della prima meta francese. A volte la “classe operaia” va davvero in Paradiso

– Il coraggio di BergaMirco. Perché calciare bene i primi due tiri da fermo, sbagliare in maniera invereconda il terzo e fallire il quarto, per poi metterne a segno due decisivi e affatto facili non è da tutti

– Quell’attimo di incredulità subito dopo il fischio finale, una manciata di secondi in cui il tempo si è fermato e quasi 40mila persone hanno smesso di respirare per chiedersi “è davvero finita?”, “è veramente successo?”

– La paura dei francesi, che fin dal primo minuto di gioco hanno capito che avrebbero trovato pane per i loro denti. Una paura testimoniata dal loro caos tattico e da un paio di scelte inequivocabili: un calcio da metà campo a oltre 20 minuti dalla fine e un tentativo di drop che mai avrebbero cercato in altre occasioni

– La determinazione degli azzurri fin dal primo secondo. Sono scesi in campo con le idee chiarissime su cosa fare e hanno messo immediatamente in difficoltà i francesi, che non ci hanno capito un granché fin dalle prime battute

– L’intervallo. In tribuna stampa è sempre un momento in cui scambiare qualche impressione con i colleghi. Ieri circolavano facce un po’ stranite nei 10 minuti di riposo. La partita era sull’8 a 6 per i francesi, apertissima. Da quanto non succedeva? Però nessuno osava pronunciare la parola “vittoria”, solo cenni, ghigni maliziosi e sorrisi contenuti…

– I dieci difficili minuti(scarsi)  in cui tutto sembrava aver preso una brutta piega: la seconda meta francese, i due errori di Mirco dalla piazzola, il 18 a 6 per i galletti. Alzi la mano chi non ha pensato “ora mollano, se la sono giocata per un’ora contro un avversario al di là delle loro possibilità, accontentiamoci”. Invece.

– La paura dei minuti finali, quelle mischie che sembravano interminabili. Il terrore di una punizione che ci avrebbe condannato.

– La gioia indescrivibile per la vittoria. Sentirsi un po’ pirla perché hai le lacrime agli occhi. Poi ti giri e ti guardi attorno e ti rendi conto che sei in buona e numerosa compagnia. Sì, anche in tribuna stampa.

– I tifosi del cancello 19. Un gruppo di pazzi adorabili, carichi di cibo e vettovaglie (e che cibo e che vettovaglie!) da distribuire a chiunque passi da quelle parti. Lo spirito di uno sport. E grazie a Davide Libertucci di avermeli fatti conoscere

Ps: unico neo di una giornata perfetta, i fischi su un calcio di Parra. Non si fa, punto e basta. Il rugby non è quella cosa lì.

Video: una giornata storica con Giovanelli, Masi e tutti gli altri

A questo link i servizi di La7

Fotogallery: Super Rugby, il quarto turno

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