Al-Jazeera vuole fare la guerra a Canal+. Secondo Midi Olympique infatti il canale satellitare panarabo ha tutte le intenzioni di sbarcare nel rugby in quel di Francia e di rompere così le uova nel paniere alla tv attualmente depositaria dei diritti.
Canal+ fino al 2016 può stare ranquilla, perché fino a quella data i contratti danno ragione a lei, ma dopo… Quell’anno infati verranno ridiscusse le assegnazioni dei diritti e Al Jazeera è un concorrente che mette paura.
Intanto il canale arabo inizierà ad occuparsi di rugby già dalla prossima stagione, con una trasmissione dedicata alla palla ovale che dovrebbe trovare posto su “Be In sport 1” e “Be in sport 2”.
Mese: aprile 2012
Caso-Aironi, e se il corvaccio del malaugurio fosse Monza?
Francesco mirtola, su Il Giornale di Monza
Gli Aironi chiudono. O quantomeno, la Federazione Italiana Rugby revoca la licenza
per la Celtic League al sodalizio del presidente Silvano Melegari, nato a Viadana e poi diventato un punto di riferimento per tutto il mondo ovale nel Nord Italia.
Anche Monza era rientrata nella sfera di competenza degli Aironi; la società cittadina di rugby era «fiancheggiatrice» del club di matrice mantovana e il «Brianteo» era stato teatro, non senza polemiche, delle partite di «Heineken Cup» (la Champions’ League del rugby) 2011-2012.
Cosa è successo? Gli Aironi sono uno dei due club internazionali del rugby italiano (l’altro
è la Benetton Treviso), «patrocinati» dalla Federazione e impegnati nelle competizioni
continentali. A Viadana hanno iniziato a scarseggiare i fondi ed è stato chiesto alla Fir un «anticipo» sul contributo della prossimastagione. La Federazione ha detto no ed ha revocato la licenza alla franchigia. E ora? La Fir ha necessità di trovare, entro il 25
aprile, un’altra realtà che possa essere «investita» della licenza; in caso non ci fossero «volontari», sarà la stessa Fir a gestire una squadra, a cui sarà necessario trovare una «base operativa». Possibile che si resti a Viadana (la Regione Lombardia ha
investito quasi 4 milioni di euro nella ristrutturazione del locale stadio), ma si fanno anche i nomi di Parma, Roma e… Monza.
Il capoluogo è sempre piaciuto molto ai vertici federali, sia per la «contiguità» con la piazza milanese, sia per l’interesse che la palla ovale sa suscitare in zona.
Intanto, però, un pensiero «cattivo» si fa strada. Che Monza «porti male» allo sport di alto
livello? Gli Aironi, ambiziosi e – sembrava – solidi, sono planati in Brianza, con fascino e motivazioni, salvo poi scapparne dopo un mese di polemiche, fraintendimenti e bastoni fra le ruote con il Monza Brianza per l’utilizzo dello stadio. «A Monza non torneremo mai più, almeno finché ci saranno quei dirigenti al Monza calcio», aveva detto il dg Andrea Armagni al termine della tumultuosa esperienza brianzola di «Heineken». È di poche settimane fa, invece, l’annuncio di addio della Gabeca Pallavolo, sbarcata a Monza nell’estate del 2009 portando con sé il prestigio di una serie A1 di pallavolo maschile. Contestuale all’arrivo della Gabeca, ci fu la fuga milanese del Vero Volley (squadra di pallavolo in A2 maschile).
A ben guardare, c’è anche la radiazione patita dalla Forti e Liberi pallacanestro nella
scorsa estate. Situazioni diverse, esiti paralleli: è colpa dell’onnipresente «crisi», solo casualità o Monza (istituzioni, territorio e varia umanità tutta), ha la sua parte di responsabilità?
Una questione di professionalità: è una formalità?
Il professionismo nel rugby entra il 26 agosto del 1995. Quel giorno l’International board mise fine a tutte le restrizioni in tal senso, riconoscendo una metamorfosi che era già ampiamente in atto.
Il professionismo, non solo nel rugby, ha per primo effetto maggiori introiti derivanti dagli sponsor e un innalzamento dei guadagni dei vari attori che si muovono sopra e attorno al palcoscenico ovale: giocatori, dirigenti, procuratori, eccetera eccetera…
Una cosa normale, niente di nuovo sotto il sole, anche se questa trasformazione è avvenuta con metodologie e tempistiche diverse a seconda delle varie latitudini. Una professionalizzazione dei ruoli che è andata a braccetto con il professionismo. Un bisticcio di parole, ma il senso è quello.
Una rivoluzione partita dal campo e che poi ha permeato l’intero ambiente. Non sempre però. O comunque non in maniera sufficiente o uniforme. Questo è il caso dell’Italia, che tra le grandi “potenze” rugbistiche è quella che lamenta un minor tasso di professionalizzazione dei ruoli. E non parlo tanto dei giocatori, quanto di tutto il resto del movimento.
Dirigenti federali, dirigenti di club e società spesso ancora legati a una visione del rugby “pane e salame”. Una visione che non va persa nei livelli più bassi e nelle categorie giovanili, ma che va necessariamente messa un po’ da parte nel momento in cui si sale nella piramide del movimento. Cosa che invece non avviene, oppure accade in maniera troppo episodica e a macchia di leopardo. Posso capire che parlare di sponsor e finanziamenti sia poco poetico, ma il mondo gira da quella parte e non affrontarlo per il lato giusto rischia di portare a morte certa anche quelle aree di genuino dilettantismo che come ho appena detto vanno assolutamente preservate in alcuni ambiti.
Non che manchino esempi positivi, ma sono troppo pochi. E il risultato è quello di vedere troppi passi molto più lunghi delle proprie gambe, progetti e ambizioni importanti poggiate su fondamenta che nel migliore dei casi sono traballanti.
A lamentarsi della mancanza di progetti a lunga scadenza sono poi spesso dirigenti che a qualsiasi livello occupano poltrone decisive da diversi lustri. E le eventuali colpe o responsabilità, va da sé, sono sempre di qualcun altro.
Un movimento anche economicamente maturo senza una leadership “politica” professionale a tutti i livelli è destinato a un fallimento progettuale inevitabile. Detto in stampatello: non si va da nessuna parte.
Mi si dirà che qualcuno in questo clima ci ha marciato. Vero, ma questo non fa che sottolineare anche l’impreparazione di chi invece avrebbe voluto fare qualcosa di diverso.
Dirigenti, staff tecnici, ma anche giocatori, che si sono accontentati di una migliore situazione economica (i non molti che giocano nelle squadre più di vertice, ovviamente) senza però rendersi conto che professionismo vuol dire anche dare vita a una vera e moderna associazione di categoria. Esiste l’AIR, non me ne vogliano i resposabili, ma quanto quell’associazione è realmente rappresentativa del mondo degli atleti? Certo è l’unica, ma basta questo? Il caso-contratti esploso circa tre mesi fa prima di tornare “dormiente” è esemplare: la federazione che decide alcune modifiche, l’AIR che le appoggia e controfirma, e i giocatori che – novelli carbonari – si riuniscono “segretamente” per far pervenire al Consiglio Federale le loro lamentele. Non il massimo del professionismo, in effetti, da qualsiasi lato lo si pigli.
Mantenere un’anima “artigianale” va benissimo, può diventare addirittura una ricchezza, ma fuori bisogna attrezzarsi per un mondo che è cambiato e che richiede un alto livello di professionalizzazione, dalla federazione ai club, passando per comitati e franchigie fino alle categorie di rappresentanza. Se non lo si fa, più che guardare avanti il nostro movimento dovrà seriamente guardarsi da chi dietro sta crescendo molto velocemente e con basi più solide delle nostre.
Padova non crede a una franchigia veneta per il Pro12
Da Il Mattino di Padova, Federico Fusetti
Mancano i soldi, e la Federazione decide di togliere agli Aironi di Viadana la licenza per
partecipare alla Celtic League dell’anno prossimo. Un provvedimento pesante, che si ripercuoterà su tutto il rugby di vertice italiano. E che potrebbe avere ripercussioni in Veneto, anche se non immediate.
La Fir ha indetto un bando di partecipazione a cui rispondere entro il 25 aprile, e al quale
potrebbero ripresentarsi anche gli stessi Aironi. In passato si era parlato di una franchigia
che unisse Padova a Rovigo, oppure di una realtà regionale, magari ribattezzata Dogi,
selezione a inviti che tanti ricordi ha lasciato nei tifosi degli anni ’80.
«Intanto occorrerebbe sapere esattamente quali sono gli accordi tra Aironi e Federazione», spiega il direttore sportivo de! Petrarca Corrado Covi, che dei Dogi è stato tante volte protagonista.
«Io spero che gli Aironi trovino la forza di rialzarsi, altrimenti il messaggio che daremo come rugby italiano sarà davvero negativo, un brutto spot per noi. Le scelte strategiche
della Federazione per l’alto livello degli ultimi anni sono state tutte finalizzate a creare due franchigie, se poi va a finire così…».
Sul possibile intervento delle società venete, però, Covi è scettico. «Per esperienza diretta
so che tutte le società dell’Eccellenza hanno i loro grattacapi, e l’impegno principale è
quello di arrivare a fine stagione senza problemi finanziari. Dal momento che il nodo principale sono i soldi, però, trovo altamente improbabile che una cordata veneta possa mettere su piatto cinque, sei milioni di euro in due settimane». (…)
Perpignan fa i conti e dice no alla festa catalana
Nelle scorse settimane se n’era parlato ma alla fine non se n’è fatto nulla, “colpa” della mediocre stagione del Perpignan e della conseguente paura del suo presidente Paul Goze di partire lancia in resta e di ritrovarsi con poco più di un pugno di mosche e un risultato economico insoddisfacente.
Stiamo parlando della “festa catalana”, quella che lo scorso anno aveva portato a Barcellona oltre 50mila tifosi che avevano riempito come un uovo lo stadio Montjuïc in occasione del quarto di finale di Heineken Cup tra Perpignan e Tolone.
Quest’anno si era pensato di bissare in occasione del match di Top 14 tra i giallorossi e il Tolosa, in programma venerdì sera, ma il patron del Perpignan ha preferito soprassedere e rimandare il tutto al prossimo anno.
