Tocchi & Noceto: foto e facce da una festa

Il Nocetouch è uno dei più noti tornei estivi di rugbi “al tocco”. Francesca Olivetti ha scattato questa e altre foto

Difficoltà e passione: Roma riparte

Valerio Vecchiarelli per Il Corriere della Sera Roma

Piano piano la tela bianconera prende forma. C’è molto da rammendare per mettere qualche toppa ai buchi creati dagli ultimi anni della gestione di Paolo Abbondanza, ma al termine di questa settimana finalmente il progetto Rugby Roma 1930 vedrà la luce. Il presidente Sandro Missori guida la cordata di ex giocatori e nuovi «pasionari» che hanno voluto gettare un’ancora di salvataggio al più prestigioso club della Roma ovale, Umberto Montella e Marco Gabrielli stanno lavorando per dare una fisonomia alla struttura tecnica, l’avvocato Andrea Rossi si occupa di tutte le beghe legali, il resto è una sorta di azionariato popolare che viene richiesto a chi ha a cuore la vecchia maglia bianconera.

Venerdì il gruppo ha preso possesso del campo delle Tre Fontane, aspettando la consegna ufficiale della gestione da parte del Comune: «Ma lì ci sono 500 ragazzi, noi ci siamo impegnati per iscrivere la squadra al campionato di Eccellenza, credo che quello sia un passaggio obbligato», dice Umberto Montella, una delle anime dell’operazione salvezza. Nell’aria c’è una netto ridimensionamento di quell’idea di professionismo che ha rovinato il rugby italiano, fino a portarlo a una difficile crisi economica: allenamenti la sera per dar modo ai giocatori di fare altro per guadagnarsi da vivere, una politica di rimborsi spese accorta, 2 0 3 stranieri di grande nome intorno a un importante allenatore e poi la conferma del gruppo che quest’anno, tra mille difficoltà, ce l’ha messa tutta per tirare avanti con dignità. In partenza, però, ci sono Persico, D’Apice, Boscolo, Pavan, Saccardo, Cicchinelli e Rawson e allora se ci saranno soldi da spendere, saranno messi tutti sul settore giovanile. Per adesso tanto lavoro oscuro, anche se c’è un campionato da affrontare e una lunga stagione da inventare.

Accademie e movimento di base, il dito nella piaga

L’imperdibile rubrica “Mischia aperta” di Antonio Liviero su Il Gazzettino

E’ vero: il rugby è cambiato molto dagli anni Novanta a oggi. Purtroppo in peggio per l’Italia. La nostra Under 19 ha sconfitto due volte l’Inghilterra nel ’90 e nel ’91 e ha pareggiato nel ’92. L’anno dopo è arrivata terza ai mondiali di categoria, e nel ’94 seconda. Nel 2011 siamo costretti a spareggiare con Tonga per rimanere nella fascia A. Abbiamo perso posizioni ma sarebbe semplicistico attribuire ogni responsabilità alle accademie federali istituite a partire dal 2006 col progetto pilota di Tirrenia. In fondo tutte le federazioni ne sono provviste. Tuttavia sarebbe opportuno pensare a un aggiornamento dei contenuti e riconsiderarne modello e funzioni. L’impressione è che la Fir, concentrando l’attenzione sulle proprie creature abbia finito per trascurare la base vitale del movimento. E che i centri di formazione dei club, specie nelle aree più vocate, abbiano finito per sentirsi nel migliore dei casi umiliati ed emarginati, nel peggiore sollevati da un pesante impegno, tanto ci pensa l’accademia. E del resto a volte l’atteggiamento della federazione è sembrato proprio quello del “ghe pensi mi”.

(…) è venuta meno una certa spinta nel reclutamento e ciò ha impedito di allargare la base limitando le probabilità di scoprire talenti naturali. Poi perchè si è prodotto un pericoloso automatismo tra lo stare in accademia e il giocare in nazionale, con l’effetto posto-garantito. Terzo, e di conseguenza: tra le cose che sembrano mancare in Italia a livello giovanile c’è di sicuro la lotta per la maglia della nazionale, che invece è molto dura e aperta in altri paesi come la Nuova Zelanda e l’Inghilterra ma anche l’Irlanda e il Galles.

(..) Come rimediare? Ristrutturando la piramide del movimento. Allargando la base dei praticanti, rilanciando i centri di formazione dei club di Eccellenza e finanziandoli in maniera importante, come accade in Francia, sulla base di parametri precisi (strutture, risultati, qualità della didattica, formazione scolastica). Collegandoli alle franchigie di Celtic che devono poter contare su proprie accademie come accade ad esempio a Limerick e Dublino. Le accademie federali restano importanti. Ma non bastano e non devono assorbire tutte le risorse né sovrapporsi alle realtà di punta del movimento giovanile, per non penalizzarle.

(…) Il tutto andrebbe tenuto assieme da un piano di lavoro comune, ispirato a una linea tecnica condivisa. E magari periodicamente guidato dal miglior know-how oggi disponibile in Europa: non perchè i nostri tecnici non siano all’altezza, ma perchè l’alto livello è incompatibile con l’autoreferenzialità e si nutre di confronto continuo. Utopia?

Cavinato e Calvisano, oggi la presentazione

Eugenio Barboglio per Brescia Oggi

A lui è legato il primo successo, dei due, del Calvisano nel campionato italiano di rugby. Quello con ancora tutte le migliori dentro, quello prima dell’era nella quale la parola franchigia rimandava al massimo al basket Nba e mai si sarebbe pensato che potesse avere un posto anche nel rugby. Invece lo ha avuto, da quando è andata in porto l’operazione Celtic League, sono nati i superclub, le franchigie appunto, e il campionato di Eccellenza o Super 10 ha perso Treviso e Viadana e non è più stato lo stesso. Meno eccellente e meno super di quando lo vinse Andrea Cavinato.
Appunto di Cavinato parliamo, il tecnico di quel primo scudetto, la felicità più pura, perché la prima, che si sia provata nella Bassa del rugby. Quel 25-20 al Treviso, la «sua» Treviso, nel senso di Cavinato appunto, che della capitale della Marca è figlio. Figlio doc, nato nel cuore, nella centralissima piazza Duomo, da una famiglia di rugbisti imparentata con altre di rugbisti (sua mamma è una Casellato, il cognome di tanti giocatori della storia biancoverde), in quegli intrecci e filiere che solo da quelle parti, nella culla del rugby italiano, si possono trovare, ancor oggi.
A sei anni da quel trionfo Cavinato torna oggi a Calvisano. E non è, non può essere, un ritorno qualsiasi, proprio in virtù di quel precedente splendente e ancora impresso nella memoria, ma non irripetibile poiché la società dei Gavazzi e dei Vaccari, dei Vigasio e dei Casali la bissò tre anni dopo con alla guida un francese con il cognome da druido di Asterix: Marc Delpoux. Non più con Cavinato, lo «Special One» degli allenatori di rugby, come lo definiranno più tardi per via del suo “caratterino” che è notorio nell’ambiente e che lui è il primo a riconoscere: «Non sono facile da gestire, sono un terremoto», confessò la notte del trionfo di Padova.

ANDREA SE ne era andato da Calvisano due anni prima, dopo la sconfitta nella finale disputata ancora con la Benetton Treviso dell’amico ed ex giallonero Craig Green. «La responsabilità era mia» ammise allora nel dopogara del monzese stadio Brianteo, sapendo già che l’avventura nella Bassa non avrebbe avuto un seguito, era al capolinea. Che un nuovo assalto al cielo, se gli fosse ricapitato di ritentarlo, non sarebbe stato con il club bresciano. Se ne andò a Parma e poi, dopo la rivoluzione Celtic League che ridisegnò (ma succede spesso) la mappa dei campionati nazionali, di nuovo alle giovanili azzurre, dove stava anche quando, nell’estate del 2004 Gavazzi gli telefonò per affidargli le chiavi della sua di rivoluzione: tanti italiani di belle speranze con i quali riuscire dove per quattro volte si era fallito: vincere lo scudetto e raccogliere l’eredità della Concordia Brescia, rimasta irrivendicata per troppo, per trentanni. E il bizzoso architetto veneto ci riuscì, grazie ai ragazzi portati dalla nazionale junior (un’operazione che forse in qualche misura si sta ripetendo) ma anche con la precisione di Fraser, infallibile giustiziere di Treviso, con la fisicità di Ackermann e Ngauamo, con le ultime ma ancora devastanti accelerazioni di Paolo Vaccari, con la fantasia di Griffen, l’unico eroe del Plebiscito che da oggi ritroverà sui campi del San Michele.

ANCHE STAVOLTA il suo percorso arriva dalla nazionale giovanile, che ha appena guidato in un Mondiale junior chiuso con il minimo sindacale di un 11esimo posto che evita agli azzurrini l’esclusione dalla élite giovanile ma conferma che i grandi sono lontani oggi come un tempo. Come forse anche il 47enne figlio di Ennio, mediano di mischia della Treviso degli anni ’50, deve aver detto, senza i giri di parole che la sua indole non conosce, al capo della Fir Giancarlo Dondi in un polemico addio. Non lo sapevamo, ma quello del Brianteo dell’8 giugno di cinque anni fa invece era un arrivederci.

Bye bye pasta e birra: gli addi di Castro

Lo stralcio di un articolo di Claudio Lenzi su Gazzetta.it

Tra i 36 a radunarsi (a Villabassa, ndr), anche Martin Castrogiovanni, il più cavernicolo dei rugbisti alla prossima Coppa, considerata l’assenza del francese Chabal, giunto a fine corsa con la Francia. Pochi sanno che il pilone azzurro, tra i più forti al mondo, una volta tornato dal Sei Nazioni al proprio club, il Leicester, ha dovuto fare i conti con una diagnosi medica – è proprio il caso di dirlo – difficile da digerire. Celiachia: il responso dei medici dopo che il 29enne azzurro aveva dato segnali di spossatezza e lamentato difficoltà nel mantenere il pesoforma, come riporta ilthisisleicestershire.co.uk. In un attimo, il Martin titolare di due ristoranti italiani in Inghilterra s’è ritrovato a tavola senza pasta, pizza, dolci, ma soprattutto birra. Non sarà stata la fine del mondo, ma l’inizio di una dieta molto rigida sì. I benefici, però, sono evidenti: basti guardare i progressi dell’ultimo vincitore di Wimbledon, Novak Djokovic, anche lui celiaco

QUI POTETE LEGGERE L’INTERO ARTICOLO