Uenuku – Una fotografa downunder: una gita a… Christchurch!

di Stefania Mattana

Andare in Nuova Zelanda e non passare per Christchurch? Impossibile per la nostra Sabrina Confonti, che ha visto con i suoi occhi come il buonumore e il sorriso non siano scomparsi dai volti dei cittadini della garden city. Una passeggiata tra quello che il sisma ha lasciato per le strade e poi di corsa a lavorare! Dove? Agli allenamenti degli All Blacks!
di Sabrina Conforti

“Vado a Christchurch tre giorni” – “Non hai paura?”
Non ci avevo nemmeno pensato. So che ci sono frequenti scosse di assestamento, ma “nel mio mondo fatato” non può succedere nulla, E poi scusa, ci sono gli All Blacks!

Nel tragitto Aeroporto-Casa (grazie Craig!) mi guardo intorno, pare tutto normale. Inizio a fare un sacco di domande, forse troppe per le 8 di sabato mattina…
La mia curiosità continua durante il primo appuntamento per il seguito del reportage sulle donne in Nuova Zelanda. Sono fortunata, questa manager segue il piano di…

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Uenuku – De Villiers anti-haka divide la Nuova Zelanda

di Stefania Mattana

Sono di qualche giorno fa le parole del coach sudafricano Pieter De Villiers che definiscono la haka “noiosa” e dannosa alla stessa cultura maori nella sua ripetitività.
Ebbene, per quanto antipatico e antropologicamente poco logico possa essere il pensiero di De Villiers, in Nuova Zelanda non tutti si sentono di bocciarlo, mentre diversi All Blacks si sono schierati dalla parte di quelli che condannano le sue affermazioni.
Peter Love, fiduciario di una organizzazione che amministra le riserve Maori, ha dichiarato che effettivamente si sta assistendo a un abuso della cultura Maori, sottolineando l’uso a suo dire particolarmente infelice delle haka per i numerosi flash mob che si stanno verificando in tutto il mondo in corrispondenza della RWC.
“Sono preoccupato per il nostro patrimonio culturale – ha detto Love – di cui a volte si abusa e la si presenta in maniera inadeguata. La haka per esempio viene eseguita al di fuori di occasioni speciali” Il riferimento agli ultimi flash mob di Madrid e di Sydney sono poi evidenti dalle altre parole di Love: “Nella nostra cultura la haka è una cosa talmente speciale che anche il suo uso nello sport la “imbastardisce”. Pieter de Villiers ha ragione quando dice che stiamo perdendo il rispetto nei suoi confronti.”

Un purista della cultura maori che ha le sue buone ragioni per scontrarsi contro il bieco showbiz che strumentalizza aspetti “esotici” di altre culture per sfruttarne l’appeal e far guadagnare bei soldoni alle aziende. Ma dall’altra parte c’è anche la tradizione della haka legata allo sport, in particolare al rugby. Un pezzo della storia ovale neozelandese è strettamente unita alla celebre danza Maori, che ha contribuito a cementare l’identità nazionale del Paese.
“Troppa haka? Ma come si può dire questo?” ha commentato incredulo Andy Ellis.
“Io non credo che nessuno dia veramente retta a tutto quello che De Villiers dice o pensa”, ha aggiunto Corey Flynn, che di Maori ha anche il sangue.
“La haka è parte della nostra storia, della nostra tradizione – ha dichiarato Ma’a Nonu – Noi ne siamo orgogliosi, non mi importa di cosa pensa De Villiers”.

Polemiche sterili e dichiarazioni di fierezza che di certo non fermeranno da sole né le (giuste) crociate dei Maori né il grande (e intensivo) sfruttamento dei media di questa danza così affascinante ma anche così fragile. In media stat virtus, dicevano gli antichi latini. E speriamo che lo capiscano un po’ tutti.

Video: la gigantesca Haka di Nelson

Uenuku – Pieter De Villiers, un provetto antropologo tra i coach

di Stefania Mattana

Che Pieter De Villiers fosse un uomo dalle strabilianti doti poliedriche lo si era compreso da tempo: allenatore degli Springboks, esperto di gossip, eterno polemico nei confronti del gioco All Blacks, fautore della crociata anti off-load e ora anche esperto antropologo. Ebbene sì, chi avrebbe mai pensato che un coach di rugby ne capisse anche di discipline etnologiche? Sono di oggi infatti le parole di De Villiers che espongono una sua interessante (!) teoria: la haka neozelandese sta perdendo il suo significato culturale perché viene eccessivamente riprodotta.
“Per me ci sono troppe haka in giro – ha dichiarato – La haka sta perdendo la sua intensità, la gente sta iniziando ad abituarcisi. Non è più una novità e la gente non la rispetta più”-
Il coach del Sudafrica si riferisce nel dettaglio alle attività ed eventi di contorno legate alla Coppa del Mondo, che logicamente abbracciano gli aspetti della cultura Maori più significativi e noti al grande pubblico. Durante il mondiale, infatti, in tutta la Nuova Zelanda si può assistere a un gran numero di haka, organizzate in maniera diversa e dal differente significato etnologico: dalle danze di benvenuto rigorosamente performate da Maori ai flash mob per strada e nei centri commerciali, fino a giungere alla celebre “Ka Mate” degli All Blacks poco prima dell’inizio dei loro match.
Tutto un danzare complusivo, secondo De Villiers, che minerebbe il significato della haka stessa, facendone perdere l’essenza intrinseca e l’interesse del pubblico nei suoi confronti. “Non si può attraversare la strada senza che qualcuno faccia una haka. Alla fine questo non può che portare ad annoiare chi le guarda”, è stata la sua conclusione finale.

La risposta neozelandese non si è fatta di certo attendere. Malcom Mulholland, ex rugbista Maori, ha dichiarato che non c’è modo più meraviglioso della Haka per illustrare al mondo la cultura indigena kiwi. “Le Haka sono organizzate da Maori e mostrano la nostra cultura. Spesso si fondono con la cultura moderna, e cerchiamo di adattarle ad essa; è un modo per far apprezzare alla gente un pezzo della nostra identità”, sono state le parole di Mulholland. C’è da dire che alcuni tentativi di fondere la modernità con la sacralità della danza Maori per eccellenza hanno lasciato a desiderare: la haka a volte è stata anche strumentalizzata dalla pubblicità, rischiando di farla cadere nel baratro del ridicolo.

Tuttavia, il concetto di De Villiers rimane per me un mistero: la simbologia di un’azione non può perdere la sua forza intrinseca solo per via della sua reiterazione nel tempo, specialmente se il suo “peso” etnologico è spesso e volentieri ben equilibrato rispetto al contesto sociale in cui essa di verifica. A maggior ragione se questa danza diventa un’icona e una forma quasi idealitipica di un’identità che vuole esprimere la sua imprescindibile presenza nell’economia di un evento così importante come la Coppa del Mondo di rugby.
In parole povere, coach De Villiers dovrà studiare un po’ di più se vuole una laurea Honoris Causa in antropologia. O magari mi scrivesse una email, prima di dire certe cose.

All Blacks in visita a Christchurch

Gli All Blacks, impegnati in questi giorni nei mondiali di rugby nella loro terra, la Nuova Zelanda, hanno reso omaggio alle vittime del terremoto del 22 febbraio scorso visitando Christchurch, una delle città più colpite. Sette mesi fa morirono 181 persone, le strutture subirono gravi danni e vennero annullate le partite del mondiale che si sarebbero dovute svolgere in città. Una delusione senza fine per una popolazione che fa del rugby una religione.”Non si giocheranno partite qui – dice uno degli All Blacks, Sam Whitelock – allora per qualcuno questo è l’unico modo durante la Coppa del mondo per sentirsi partecipi. Noi siamo molto contenti di incontrare queste persone e di passare il tempo con loro”. Inoltre, molti dei campioni della nazionale di rugby neozelandese sono cresciuti professionalmente nella squadra locale, compreso il capitano Richie McCaw.