Rugby, tv (in chiaro e non) e franchigie zonali: Right Rugby ne ha per tutti

Un estratto di un lungo articolo su Right Rugby su due temi tra i più dibattuti nel mondo ovale italiano: la possibilità di dare in chiaro il rugby celtico “sfruttando” la crisi Dahlia e sull’idea delle franchigie zonali, rilanciata qualche settimana fa da Rugby Union Times.

Chiare fresche dolci tv – C’è chi, con le migliori intenzioni per il rilancio del rugby, tenta di trasformare in “opportunità” il problema della crisi di Dahlia Tv, concessionaria dei diritti di trasmissione (criptati) della Celtic League. E chiede alla Fir di ridestinare la trasmissione tv delle partite delle Italo-Celtiche a qualcuno che lo faccia in chiaro: della serie “più vacche mostri in fiera, più ne vendi“. Poichè il freno sta non nel fatto che il rugby sia sport minore ma nei costi di produzione, si propone addirittura di allestire un centro di produzione tv federale.
Beh, l’idea ci lascia un po’ perplessi; anche il Presidentissimo Dondi a domanda ha risposto con occhio vacuo alla Catalano, che prima di spendere proverà a vendere i diritti di produzione a chi lo fa di mestiere, chiaro o criptato che sia, e il concetto ci pare non faccia una grinza. A dirla tutta, il problema non ci pare la diffusione del prodotto “rugby italiano” ma la sua qualità.
Il pubblico “casuale” guarda la partita, allo stadio o in tv, e i giornali scrivono non perchè “sei in tv” ma solo quando c’è “spettacolo”. Che non significa “qualità” o “valori” fini a se stessi nè tantomeno vincere sempre, ma almeno dar l’impressione che ce la si può fare, ingaggiando e giocando alla pari coi migliori. Tipo calcio: mica si vince sempre – i mondiali una volta ogni vent’anni, la Champions una volta ogni tre/quattro – ma le italiane bene o male sono in lizza. Lo dimostra la Nazionale di rugby stessa: che l’interesse sempre elevato per essa sia per via del bell’Inno, o piuttosto perché gli Azzurri se la giocano, spesso perdendo ma lottando per ampi sprazzi alla pari, in contesti di livello assoluto come il Sei Nazioni o sfidando Australia e All Blacks?
Dice, si ma coi club è diverso: la Celtic non decolla, fa poca audience. Risposta: tanto per cominciare l’aver portato una media di 3.500-4.500 spettatori live negli stadi del rugby in Italia non è cosa da poco, siamo a livello di serie B di calcio, non male come inizio. E poi fa solo che le due comincino a vincere con regolarità o, sia mai, a competere per il titolo … Siamo al punto: se hai “qualità”, saranno i supermarket a cercarti per esporti sul banco, altrimenti puoi anche essere al posto del tg delle otto, ma nessuno ti guarderà: il rugby “Eccellente” è su RaiSport da sempre, in chiaro, eppure …
La conseguenza di tutto ciò è che non esistono scorciatoie al duro lavoro sulla qualità, con obiettivo vincere; la tv in chiaro arriva di conseguenza, come i Gran Premi d’automobilismo.

Tutti assieme appassionatamente – A proposito di scorciatoie, c’è una seconda idea volonterosa per lo sviluppo. Le nostre in in Euro Challenge vanno quasi sempre a far da punching ball, il Trofeo Eccellenza interessa a meno di nessuno; allora qualcuno chiede di rispolverare l’idea delle franchigie nazional- territoriali come aggregazione di club, con la FIR che si fa carico (cioè paga) l’allestimento di quattro squadre fatte prelevando giocatori dei club per i mesi necessari a mandarle in Europa.
A parte che dieci (i club Eccellenti) diviso quattro non viene bene, a parte che si va finalmente consolidando un minimo flusso di scambio bidirezionale di giocatori tra alcune realtà Eccellenti e le due Celtiche, l’aspetto positivo e serio è che questa proposta è accompagnata da mini studio di fattibilità con stima dei costi. Ma non sappiamo se i 3-5 milioni stimati totali ci siano, men che meno se sarebbero sufficienti a allestire compagini in grado di ben figurare da subito in Challenge, sennò tanto vale.
Quel che ci pare poco valutato sono i problemi nell’allestire quattro “mini nazionali”, come se una squadra fosse la mera somma dei giocatori a disposizione. Evidentemente i limiti e i tempi necessari evidenziati dall’esperienza Aironi non sono ancora ben compresi da tutta la critica.
Potrebbe risultare più agile e meno invasivo imitare le pratiche di scambio tra Celtiche e Eccellenti: i club qualificati al torneo Amlin opportunamente incentivati dalla Fir, potrebbero richiedere alcuni giocatori in prestito solo per la Coppa a quelle rimaste a casa, che avrebbero il vantaggio di essere pagate. Ponendo al contempo precisi limiti all’incasso dei contributi federali – chessò, almeno tre punti conquistati fuori casa AND/OR almeno sette in casa, perdita del diritto a partecipare alla prossima Coppa per chi porti a casa meno di quattro punti totali in stagione: questi sarebbero incentivi a basso impatto ed alta resa per far bene e rassicurare la ERC, altro che franchigie.

Passi avanti per il “nuovo” Flaminio

Da solorugby

Un incontro presso la Sovrintendenza capitolina per esaminare la questione dell’ampliamento dello stadio Flaminio. Una riunione di “natura tecnica che ha visto la partecipazione degli uffici competenti, propedeutica a definire le fasi successive del progetto che non ho mai definito ‘decisivo’, come attribuitomi erroneamente”. Mette i puntini sulle “i” il presidente della Commisione Cultura e Sport del Comune di Roma Federico Mollicone, informando gli organi di comunicazione circa il vertice tenuto ieri, necessario a stabilire i tempi per la riqualificazione della “casa del rugby italiano”. Un progetto che, a margine della presentazione del Sei Nazioni, Mollicone definiva “già in fase ‘Lavori in corso’. A marzo completeremo l’opera di ristrutturazione delle aree sottostanti la tribuna coperta. Da marzo 2012 a dicembre dello stesso anno provvederemo all’ampliamento”.
Infine, nella nota diramata stamani, metafore rugbystiche per… placcare le voci: “Dispiace l’immotivata aggressività di alcuni organi di stampa rispetto alla totale disponibilità e alla buona volontà dell’Amministrazione capitolina che ha come unico obiettivo quello di portare a meta l’ampliamento dello stadio. Per il bene della città, dello sport romano e dei suoi tifosi”.

Sbarrando la strada al doping

Dal sempre attentissimo minirugby.it

Non parlarne non serve. Parlarne sì, e non solo per esorcizzare il problema.
Doping, termine noto a tutti che indica tutte le pratiche relative alla assunzione di sostanze illecite – anche medicinali – da parte di uno sportivo con lo scopo di accrescerne le performance.

Cocco di mamma si dopa
La notizia che in questi giorni ha fatto scalpore viene dal mondo del calcio, del calcio giovanile però, non da quello professionistico. Nella capitale, l’Atletico Roma – che è la terza società calcistica della città la cui prima squadra è seconda in classifica in Prima divisione, quindi alle soglie della Serie B – ha disposto, primi in Italia, test antidoping anche sul settore giovanile.
I controlli sono avvenuti con il consenso dei genitori, essendo gli atleti minorenni. I dirigenti del club hanno fatto una amara scoperta: tre atleti categoria Allievi nazionale, hanno quindi sedici anni, sono risultati positivi e sono stati sospesi. Anche cocco di mamma imbroglia allora.
Il settore giovanile è diretto da Luca Bergamini, che è convinto, giustamente, che la lotta al doping e alla droga deve essere al centro di un progetto sportivo che mira ai proteggere i valori dello sport: non si gioca solo per vincere e comunque lo si deve fare nel rispetto di se stessi e delle regole, per garantire sia la crescita sportiva sia quella umana dei ragazzi.

“Noi siamo stati la prima società professionistica che ha adottato controlli di questo tipo nel settore giovanile. Lo abbiamo fatto non con uno spirito poliziesco, ma per educare i nostri ragazzi. Chi arriva a giocare con noi, sa stoppare la palla o tirare in porta: ma non ci basta. Vogliamo che sappia anche come si comporta un’atleta, cosa deve mangiare, quali medicine prendere. Ma, soprattutto  cosa non deve fare: droga e doping sono i nemici dello sport, del calcio e della loro crescita”

Papà devo emergere a qualsiasi costo?
Lo sport ha una dimensione morale oppure è una mera officina di atleti che sgomitano nella illusione di diventare qualcuno?
Per i genitori una riflessione sul motivo per il quale portano i loro figli al campo è doverosa.

Le verifiche attuate dal Settore giovanile della Federcalcio – presieduto da Gianni Rivera – hanno dimostrato che i ragazzi, coinvolti incontri con le scuole, per accrescere le loro performance sportive sono disponibili ad assumere sostanze proibite, ovvero non c’è pregiudizio – come invece dovrebbe essere – verso il doping.
Aggiungiamo a questo che la diffusione di sostanze da “sballo”, in ambienti extrasportivi, completa il quadro.
L’aspetto più allucinante della vicenda lo sottolinea in una intervista apparsa su Repubblica.it proprio Gianni Rivera, che pensa che i controlli antidoping nei settori giovanili possono trovare un avversario nei genitori dei ragazzi.
“E’ una questione culturale. Molti genitori purtroppo pensano che usare una sostanza vietata possa migliorare la prestazione sportiva, sperando così che il proprio figlio possa emergere meglio e più rapidamente, in prospettiva di un veloce guadagno. Non si rendono conto che magari il danno non arriva subito, ma potrebbe essere ancora maggiore in futuro. Per questo è importante la prevenzione”.

Se i genitori non fanno della lotta a queste pratico un caposaldo dell’educazione probabilmente è anche perché l’informazione è poca e non c’è un accordo generale netto, come dovrebbe essere, sul fatto che
Il doping nella pratica sportiva sia nocivo e inopportuno, intollerabile e basta, alla faccia di chi ritiene che essendo troppo diffuso negli sport agonistici e quindi risultando un fattore selettivo tra chi ne è favorito e chi invece non vi ricorre.

Così fan tutti… e allora vai col doping!
È di pochi mesi fa l’affermazione all’Associated Press del magistrato 80enne Ettore Torri, titolare della Procura Antidoping del Coni, colui che ha stangato diversi ciclisti (Petacchi, Basso, Di Luca, Riccò…), probabilmente sconfortato da quanto vede quotidianamente ha detto:

“Più mi occupo di doping e più mi stupisco di quanto il fenomeno sia diffuso e radicato. Temo non sarà mai debellato perchè il doping si evolve in continuazione e in giro ci sono sostanze per le quali non esiste ancora un test. C’è sempre la scusa di una nonna o un filetto. Siccome tutti i ciclisti si dopano, tanto vale liberalizzare”.

Una provocazione? Temo di no, altri sostengono infatti che solo uno su cento viene preso e che nel frattempo gli altri 99 competono e vincono. Nel ciclismo, nel calcio e probabilmente anche nel sempre più esasperato rugby muscolare professionistico.
La teoria è: se vuoi competere in un ambiente in cui molti si aiutano con sostanze chimiche, devi farlo anche tu. Quindi meglio liberalizzare.
Ma se questo è il professionismo, la scelta non può essere  “allora ne sto fuori, perché fa male e perché opto per una diversa opzione, quella morale?”
Lo sport deve per forza avere al vertice degli interessi di un atleta e del pubblico la competizione professionistica costi-quel-che-costi?

E il rugby che fa?
Il rugby, sport tradizionalmente amatoriale e geloso, tra l’altro, di questa amatorialità (nel calcio ho l’impressione che non sia così), è estraneo al problema doping?
I genitori di adolescenti cresciuti tra un festival e l’altro del mini rugby, sono disposti poi a rinnegare tutto sperando che loro figlio possa guadagnare fama e un po’ di denaro giocando agli autoscontri tra buoi estrogenati?
Se il rugby è una scuola di vita e poi uno stile di vita e poi “la mia vita” (rugbisti per sempre no?), allora un rugbista non può rinnegare e tradire accettando il doping: o doping o rugby!

Oltre al professionismo nel rugby esiste tanto altro per cui vale la pena di impegnarsi. Quando vedo la passione di certi ex giocatori mentre allenano i bambini mi convinco che è così.

 

Quella sosta che fa discutere. E anche arrabbiare

Il Gazzettino di oggi. La firma è quella della brava Alice Sponton

Comincia il Sei Nazioni, si ferma il campionato. Con il Prato in testa alla classifica, dopo il primo turno di ritorno disputato, l’Eccellenza tornerà il prossimo 12 marzo. Una decisione che destato non pochi malumori tra gli allenatore veneti. «Bisogna rivedere l’organizzazione del campionato», questo il loro pensiero unanime. Se fino allo scorso anno, mentre gli azzurri partecipavano al torneo i club disputavano la Coppa Italia, oggi non si giocheranno più partite per oltre un mese. Umberto Casellato allenatore del Marchiol Mogliano (nella foto di Alfio Guarise insieme al collega rodigino Polla Roux ieri dopo la sfida fra le due squadre) la pensa cosi: «La Fir deve pensare che Celtic League e Nazionale seguono un percorso, il campionato un altro. La programmazione dovrebbe essere pluriennale e siccome il rugby in Italia sta diventando semiprofessionistico bisogna anche fare i conti in termini economici: un mese di stipendio, casa, luce, gas e acqua pagati ad un giocatore come possono essere ammortizzati da un club? Siamo prossimi alla Coppa del Mondo e non si sa come sarà impostata la prossima stagione. Anche le società hanno grosse responsabilità sulla mala organizzazione del campionato, dovrebbero fare valere le loro ragioni. Se voglio che i miei giocatori in campo siano rigorosi, disciplinati e organizzati, io per primo devo dare loro l’esempio». Pasquale Presutti, allenatore del Petrarca Padova afferma: «Accettiamo le decisioni di chi ha pensato che fosse giusto così, probabilmente non p’era nessuna altra soluzione. È certo però che, come allenatore, organizzo meglio il mio lavoro se come obiettivo ho la partita nel fine settimana. Un mese di stop mi complica un pò le cose. In tutti gli altri paesi che disputano il Sei Nazioni i campionati non si fermano. Qui sì, anche se nessun giocatore delle squadre di Eccellenza è stato convocato da Mallett». Anche Polla Roux della Femi Cz Rugby Rovigo Delta spiega: «Ho un pensiero negativo sul fatto che il campionato si fermi così a lungo. Rompe il ritmo di gioco acquisito dalle squadre in questi mesi. Quando si riprenderà si dovrà cominciare tutto da capo: forma, attitudine, mentalità. Può essere favorevole solo ad una squadra che si ritrova con molti infortunati. La mia soluzione? Giocare da marzo a settembre dopo il Sei Nazioni e prima dei test match: clima migliore e quindi campi più praticabili e meno infortuni, più rugby spettacolo e gente allo stadio, nei mesi più caldi si potrebbe scendere in campo anche in notturna». Mauro Marcuglia, allenatore del Casinò di Venezia Mestre dice: «Quando manca la continuità si perde il ritmo. Credo che questa impostazione sia dunque negativa per il nostro campionato. Quasi nessuna squadra dell’Eccellenza ha giocatori in Nazionale, quindi perché non continuare a giocare? Inoltre 18 partite sono poche e potrebbero essere distribuiti in un altro arco temporale, per esempio da marzo a settembre. Ogni anno invece smettiamo di giocare quando le condizioni dei campi sono migliori e il brutto tempo impervia. Reputo pertanto che sia necessario rivedere l’orga-nizzazione generale dell’Eccellenza»

In 7, per aiutare il XV

Da Rugby 1823

Abbiamo già detto delle polemiche nate tra Pasquale Presutti, coach del Petrarca Padova, e la Fir riguardo alle continue e prolungate pause del Campionato d’Eccellenza causa nazionale e coppe europee. Un tema del quale avevo già parlato mesi fa su La Settimana Sportiva, ma che torna in auge, anche se i tempi e gli eventi portano a conclusioni rinnovate.

Abolita (per fortuna) l’inutile Coppa Italia, con un Torneo d’Eccellenza senza scopo, il campionato italiano di rugby si è ridotto a uno spezzatino indigesto che si trascina per mesi nell’anonimato e nella dimenticanza. Ai club costa soldi (anche se il campionato è chiuso per ferie gli stipendi si pagano comunque!), agli spettatori annoia restare lontano dai campi per settimane e ai giocatori serve poco. Un’esigenza, quelle delle pause in concomitanza con gli impegni dell’Italia, che andava bene in passato, ma che oggi è assurdo, quando il 100% degli azzurri viene pescato dalla Celtic League.
E, allora, come uscirne? La soluzione ci sarebbe e servirebbe non solo a mantenere vivo l’interesse sul massimo campionato, a rendere meno antieconomico per i club il rigido inverno europeo, ma potrebbe dare una spinta a quella disciplina che, anche se in Fir se ne dimenticano spesso, tra cinque anni sarà olimpica: il rugby seven. La soluzione ce la dà l’Inghilterra, dove dalla scorsa stagione alla fine dell’Aviva Premiership si è disputato un torneo di rugby a sette tra i club d’eccellenza (questa sì che è vera) britannici. Eliminiamo i tempi morti durante l’anno, continuiamo a far disputare l’Eccellenza anche a novembre, febbraio e marzo e facciamo, così, terminare il massimo campionato italiano all’inizio di primavera. E poi? Poi organizzare un torneo di livello di rugby seven, nel quale i club d’Eccellenza possono schierare i loro giocatori per far prendere loro confidenza con la disciplina, migliorare nell’handling e dare alla Federazione un parco giocatori già pronti per poter venir inseriti in una nazionale seven che, magari, potrebbe iniziare anche a essere decente. Sempre che ciò non faccia schifo…