“Un altro Mondiale in Nuova Zelanda”, Lapasset dixit. Ma anche no… (riparliamone tra 30 anni)

A buttare il sasso nello stagno è stato Bernard Lapasset, il presidente dell’International Board. “Il torneo è stato eccezionale, uno dei migliori di sempre. La RWC tornerà sicuramente in Nuova Zelanda”.
Non metto in dubbio qualità dell’organizzazione e risultati, la bellezza dei luoghi o il fatto che quel luogo sia devoto alla religione ovale, però la posizione geografica della terra dei Maori dovrebbe spingere a una qualche cautela in più. Perché è inutile negarlo, è scomoda. Per chi sta nell’Emisfero Nord ma pure in quello Australe. E’ comodo giusto per chi vive a Auckland e dintorni.
Il Mondiale tornerà sicuramente in Nuova Zelanda, così come il calcio non può non andare in Brasile. Però rilassiamoci. Va bene  che Lapasset è impegnato nella campagna elettorale per la sua rielezione, ma far felici 4 milioni di neozelandesi (e una federazione politicamente pesante nel mondo ovale) per scontentare decine di milioni di tifosi di altre latitudini non è il massimo. Riparliamone tra 25-30 anni, please.
Oppure vuoi vedere che l’ha detto perché gli All Blacks vincono solo laggiù…. (battuta!)

 

Nuovo presidente IRB, il voto slitta a dicembre

Nelle prossime ore era in programma l’elezione del nuovo presidente dell’International Board. Il voto dei delegati è stato però posticipato a dicembre, in data da definirsi. Ufficialmente il motivo dello spostamento è dovuto all’intenzione di “defer the vote until after the completion of Rugby World Cup 2011”. Non sovrapporre cioè voto e ultime battute del Mondiale. Motivazione risibile, visto che le date delle ultime due partite sono state decise secoli fa… Probabilmente c’è una situazione di stallo e nessuno dei due candidati – il presidente uscente Lapasset e il suo attuale vice, l’inglese Bill Beaumont -ha voglia di rischiare di perdere di un nulla.

Presentata la nuova Amatori Milano, con i Navarra al timone

Prima L’Aquila, poi Roma, alla fine sono atterrati a Milano. Per tutta l’estate Walter e Carlo Navarra – imprenditori edili abruzzesi ma ormai milanesi d’adozione – hanno provato a entrare nel mondo della palla ovale italica. Alla fine ce l’hanno fatta con quello che era il boccone meno appetibile, non tanto per la storia e la tradizione visto che l’Amatori Milano è la società più titolata d’Italia, ma per lo stato di salute del club meneghino, che esce sfinito da anni di gestione quantomeno discutibile. I risultati si vedono nell’attuale situazione della società: – 16 in classifica in Serie B, e con ogni probabilità diventeranno -20 visto che anche alla seconda di campionato i Tori non si sono presentati in campo.
L’Amatori però vuole ripartire, Walter Navarra è il senior president: “Abbiamo ricevuto una società allo sfascio, senza giocatore e con un buco economico enorme. Il nostro progetto è di partire dall’Amatori, dalle strutture che attualmente sono inesistenti, dal settore giovanile per arrivare a far passare il nostro progetto di franchigia”.
Chi ha fatto il lavoro sporco nella trattativa è stato Giorgio Bartoli, quasi una seconda linea prestata alla scrivania, che guarda lontano: “Vogliamo che le franchigie siano realtà che collaborano con i club tradizionali, che non prelevino i giocatori pagandoli o comprando scarsi stranieri, ma – come succede in Irlanda – siano entità che valorizzano il potenziale umano dei club affiliati, senza toglier loro la proprietà dei giocatori. Non siamo interessati ai superclub come ci sono ora. I nostri giocatori dovranno far parte dei rispettivi club, che devono mantenere la propria identità e la propria tradizione, seppur all’interno di un progetto più ampio”.
Allenatore è Mauro Vaghi, che saltuariamente sarà a sua volta “allenato” dallo staff tecnico del Perpignan: i francesi verranno spesso a Milano proprio per curare la crescita del coach e dei suoi assistenti.
Buon viaggio Tori.
ps: ringrazio Duccio Fumero di Rugby1823 per i virgolettati

Dove va l’Italia ovale dopo Dunedin

C’è chi se la prende con i giocatori, chi con Mallett, quasi tutti con Dondi.
Ora, le responsabilità di quanto avvenuto in campo a Dunedin sono di molti, però non mettiamoci a sparare un po’ a caso nel mucchio. L’Italia è arrivata a 40 minuti dal coronare una vittoria che avrebbe segnato un momento fondamentale per la palla ovale del Belpaese. Non ci è riuscita. Merito soprattutto degli irlandesi che si sono strameritati i quarti di finale, ma anche dalla nostra parte della barricata le responsabilità non mancano.

C’è Mallett che non è stato in grado di far cambiare passo alla nazionale una volta andata sotto ad inizio secondo tempo: per 40 minuti hai imbrigliato le terze linee e i centri irlandesi, non hai giocato benissimo ma in maniera molto intelligente e vai al riposo sostanzialmente in pareggio. Se gli avversari per fortuna, bravura o demerito della nostra difesa riescono a trovare il bandolo della matassa e a riscrivere la storia della partita qualcosa devi fare. Invece nulla. E un giorno o l’altro, caro Nick, ci dovrai spiegare perché la difesa – che fino a un annetto fa era il nostro punto di forza oggi è diventata un mezzo problema.

Ci  sono ovviamente i giocatori, che in campo alla fine ci sono loro. Tra pregi e manchevolezze per un tempo il loro l’hanno fatto. Potevano osare un po’ di più? Certo che sì, ma insomma, la partita era apertissima. Poi la meta irlandese. Io capisco tutto, il contraccolpo psicologico e bla bla. Però se ti giochi l’accesso ai quarti di finale in una partita dentro-fuori può capitare che le cose non vadano come le avevi programmate e che magari gli avversari abbiano l’ardire di segnare una meta. In quel caso si prende, si porta a casa e si riparte, magari con un atteggiamento un pochino meno difensivista. Se poi te ne segnano un’altra e ti ritrovi sotto di 20 punti con mezzora di gioco ancora davanti, ecco a quel punto dovresti buttare a ramengo tutte le paure e i timori. La partita è persa a quel punto, tentare di fare qualcosa non sarebbe stato poi così brutto. Invece nulla, e diciamocelo, è questa la cosa che ci ha fatto arrabbiare tutti (capitano, Sergio, dov’eri in quel momento? Perché non sei riuscito a dare la scossa? Non ti hanno ascoltato? Non ne avevi più?). Perché perdere contro l’Irlanda ci sta, però il come è importante. A volte la forma è sostanza.

Poi ci sono le colpe che arrivano da lontano. Quelle federali, per intendersi. Dare contro la FIR è una disciplina piuttosto diffusa dalle nostre parti. Non che Presidente e sottoposti non abbiano responsabilità. Però anche qui, siamo davanti a un bersaglio molto comodo e molto facile con cui prendersela.
Dice, la politica federale, le franchigie, la gestione del potere, le scelte, gli uomini preposti a… e tutto il resto del rosario. Per ognuno di questi atti d’accusa c’è un fondo più o meno consistente di verità: le Accademie non funzionano ancora a dovere e il rodaggio dovrebbe essere finito già da un paio di anni almeno (quanti erano i giocatori passati per Tirrenia e consorelle presenti in Nuova Zelanda? Pochi, pochissimi). La stessa scelta degli atleti di interesse nazionale ha registrato delle manchevolezze pesanti: tanto per dire non c’erano Semenzato e Gori (e qui pure Mallett ha le sue belle responsabilità).  Uno staff tecnico – a tutti i livelli – che avrebbe bisogno di un po’ di aria fresca e non della girandola di sedie che però portano sempre gli stessi nomi.
Però la FIR è solo uno degli attori sul palcoscenico, per quanto importante. Le società che tanto se la prendono con Dondi (ma chi lo ha votato il Presidente? Non mi pare si sia autoimposto…)  hanno la loro bella fetta di colpe: la scorciatoia degli stranieri per ottenere prima risultati, per esempio. Se da anni in Italia non produciamo aperture degne di questo nome, forse qualche colpa ce l’hanno ANCHE i club.
Non difendo la Federazione a prescindere, non sono l’avvocato del diavolo, ma nemmeno l’attacco a prescindere. La gestione di una Federazione – qualsiasi  federazione – è politica e potere. Tutto sta nel dare a un movimento intero un progetto, un obiettivo di media-lunga durata e adoperarsi per quello. Poi le magagne, le critiche, le accuse di favoritismi eccetera sono connaturate ad ogni centro di potere, piccolo o grande che sia. A fare la differenza è la chiarezza degli obiettivi e il vigore con cui si lavora per ottenerli. Non credo che se al posto di Dondi ci fosse Mister X le cose andrebbero molto diversamente. Dondi è il vertice di un blocco di potere, Mister X pensate invece che governerebbe il rugby italiano dall’alto di una pianta? La differenza sta nella spinta e nel vigore con cui si fanno le cose, con la capacità di imporsi sugli altri attori del palcoscenico. La grande domanda oggi è questa: questa gestione, dopo 15 anni e passa, è in grado di farlo? Io non lo so, non ho la risposta in tasca come molti invece sembrano avere. Certo le premesse non sono ottimali: il fatto di aver conservato lo staff tecnico fino alla fine del prossimo Sei Nazioni non è molto logico. Sarebbe stato ok se a sceglierli fosse stato Brunel, ma sappiamo tutti che non è così. Arriva il nuovo ct e bisognerebbe dargli la possibilità di scegliere i collaboratori più stretti. Lo vuole il buon senso. Altrimenti ci si espone a critiche che si potevano tranquillamente evitare e si da ai propri avversari un’arma in più.
Il 2012 sarà anno di rielezione federale. Qualche giorno fa Dondi con il sottoscritto è stato piuttosto sibillino sull’opportunità o meno di una ricandidatura. Forse era solo pretattica, diplomazia di un uomo che ben sa navigare in certi mari. Oppure no, forse c’era sincera stanchezza dopo tanti mandati che inevitabilmente ammorbidiscono ogni spinta riformatrice. Non lo sappiamo, non ora quantomeno.
Quello che so io è che quello che ora proprio non serve al nostro movimento è il traccheggiare, il cercare di mantenere in qualche modo in navigazione la barca nei mari di cui sopra. Oggi serve chiarezza e soprattutto forza e volontà politica di fare le cose. A parole la prima c’è, quanto al vigore invece tutto è molto più nebbioso. La palla però ora ce l’ha proprio il Presidente Dondi: dia carta bianca a Brunel (se lo ha scelto evidentemente gli obiettivi sono gli stessi) e lo sostenga con tutte le forze a disposizione della Federazione. Contro chiunque. Altrimente sarebbe un’altra occasione sprecata. L’ennesima. E poi come lo va a spiegare ai 40-50mila che nonostante tutto andranno all’Olimpico a febbraio/marzo per il Sei Nazioni?

Lasciate che la palla ovale entri nelle scuole: il programma FIR

dal sito FIR

L’intervento in ambito scolastico deve prevedere:
• Una attività di sensibilizzazione al gioco del Rugby, che si svolge in orario scolastico coinvolgendo tutte le classi della scuola per un tempo di 4-6 interventi per classe; in questa fase i ragazzi e le ragazze sperimentano in modo progressivo alcune componenti fondamentali del nostro gioco, quali la consapevolezza corporea, il contatto con il terreno ed il contatto con l’altro;
• La costituzione di gruppi-squadra che si allenano e giocano a scuola, composti dai ragazzi e dalle ragazze di tutte le classi che sulla base del piacere ricavato dall’esperienza decidono di continuare l’attività rugbistica: i gruppi squadra, suddivisi per età, si allenano 1 volta alla settimana per tutta la durata dell’anno scolastico alla presenza dell’insegnante di riferimento e/o del Tecnico.
• La costituzione dell’Ente Scolastico Affiliato o Riconosciuto e la partecipazione a Concentramenti e/o a momenti di competizione/verifica con altri Enti Scolastici.

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