Video: Plays of the week in salaa Mondiale

Uenuku – Nuova Zelanda e Georgia: un gemellaggio baciato dal cibo!

di Stefania Mattana

Avete mai visto un presidente federale in grembiule, forchettone e cappello da chef? Succede anche questo in Nuova Zelanda, dove il gran capo della federazione di Union della Georgia, George Nijaradze, si è tolto giacca e cravatta e ha organizzato un pranzo tipico georgiano per la squadra e i cittadini di Wairarapa.
Carne al fuoco e un bicchiere di rosso georgiano, Nijaradze ha allestito un banchetto coi fiocchi, mentre i suoi ragazzi hanno passeggiato e conversato per la città vestendo lunghi cappotti neri ornati di spalline dai bianchi motivi: si tratta del loro tradizionale abito da uomo, il chokha.
“Abbiamo voluto restituire il favore a queste persone meravigliose che ci hanno accolto in Nuova Zelanda”, ha detto Nijaradze. “Anche questo è il rugby, che ci ha portato qui e ci ha riuniti oggi”, ha dichiarato Nijaradze. Nel frattempo, i trenta della Georgia sono andati in giro a invitare i passanti, avendo cura che ognuno di essi assaggiasse qualche delizia della loro tradizione gastronomica.
La gente di Wairarapa ha gradito l’intero banchetto: dallo stufato d’agnello chanakh alle barbabietole pkhali, passando per l’altro stufato d’agnello, quello chakapuli al dragoncello, le costolette alla griglia, il pane e il formaggio. Tutto ovviamente e rigorosamente d’importazione georgiana, spezie e vino comprese.

E una volta soddisfatta la pancia, la giornata è proseguita tra canti e danze: dal tributo all’Italia con O Sole Mio si è finito a intonare i canti georgiani, come la tradizionale Chemo Kargo Kvekana.
“Siamo felici se riusciamo a trasmettere anche un pizzico della sensazione che si prova a stare in Georgia, attraverso il nostro cibo, il vino e la musica”, ha commentato Nijaradze.
Un raggio di sole dell’est Europa in una settimana kiwi piuttosto piovosa, “Ma non abbiamo bisogno di sole in Nuova Zelanda, perché la calorosa accoglienza neozelandse è il nostro sole”, ha detto Lahsa Khurtsidze, responsabile georgiano per i media.
Insomma, è proprio il caso di dire That’s amore, Georgia.

Il mediano di mischia? Gesù Cristo, parola di parroco

Francesco Volpe per Il Corriere dello Sport

Il rugby in Nuova Zelanda è una religione. E non è un modo di dire. Basta andare in edicola per credere. Ieri mattina il “Dominion Post” è uscito in prima pagina con una storia che ha dell’incredibile. “Gesù è un All Black”, titolava virgolettato il quotidiano di Wellington. A parlare non è un tifoso in coma etilico bensì il reverendo Frank Nelson, parroco della cattedrale di Saint Paul, nella capitale neozelandese. Ad illustrare il servizio un ritratto di Gesù benedicente con maglia nera e pallone ovale, opera dell’artista Don Little. (…)

La Nuova Zelanda è in preda ad un’isteria collettiva. Gli All Blacks sono dappertutto, dalle copertine delle riviste alle minutaglie della vita quotidiana. Così in pochi si stupiscono se padre Nelson dichiara: «Per il credo cristiano è centrale l’idea che Dio si fece uomo. Noi neozelandesi adoriamo il rugby e invochiamo spesso il nostro Dio. Trovo dunque assolutamente logico che, se Gesù tornerà sulla terra, lo farà da All Black». E non basta: «A dirla tutta, mi aspetto che sia un mediano, quello che fa partire tutta l’azione introducendo la palla in mischia».

 

Uenuku – E la IRB fa fuori anche le cornamuse.

di Stefania Mattana

Dapprima erano le vuvuzelas, nemiche giurate della Fifa e delle decine di migliaia di frequentatori degli stadi sudafricani durante il mondiale del 2010. Adesso tocca alle cornamuse, bandite dagli stadi della Nuova Zelanda.
Non importa che costuiscano una tradizione iconica della Scozia, né che si tratti del primo caso nella storia delle cornamuse: la IRB ha assolutamente vietato la loro entrata nelle strutture kiwi.

La sollevazione popolare non è comunque tardata ad arrivare: una delle vittime di questo divieto, Matt Strachan, ovviamente tifoso scozzese, ha creato anche una pagina Facebook per lamentarsi e tentare una rivolta. O quanto meno per far sentire la sua voce, che ha interessato i media nazionali. La dichiarazione raccolta da The Scotsman riassume infatti tutto il disappunto di Strachan: “Dopo aver speso un sacco di soldi per venire in Nuova Zelanda a sostenere la mia squadra, sono rimasto scioccato nell’apprendere che le cornamuse non erano autorizzate negli stadi”, ha detto l’uomo ai giornalisti.
Forse quelli della IRB temevano che le cornamuse diventassero le nuove vuvuzelas? Niente di tutto questo, visto che il divieto è di natura tecnica, più che “rumorosa”: la lista di ciò che non può entrare nello stadio è lunga e nutrita, costituita da oggetti meno consoni come segni di appartenenza a una gang e più quotidiani, come ombrelli e bastoni per bandiere lunghi oltre gli 80 cm. Le cornamuse, con la loro struttura particolare, sono state ritenute pericolose e quindi bandite dagli stadi.

La Nuova Zelanda rinuncia quindi per questioni di sicurezza alla musica e all’atmosfera delle cornamuse. Un vero peccato, soprattutto in virtù dell’eredità e del forte legame anche di sangue che lega la terra kiwi a quella degli Highlanders scozzesi.

Video: the Flannery skil….

Scommetto che se ci riprova per altre trenta volte non ce la fa…

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