Aironi-FIR, voci e dialogo sull’orlo del crac (finanziario)

PREMESSA: da Parma/Viadana mi fanno sapere che il presidente Melegari ieri non ha rilasciato nessuna dichiarazione su questa vicenda. Quanto pubblicato da La Gazzetta di Parma sarebbe una trascrizione che lo stesso Melegari ha rilasciato a me qualche giorno fa e che trovate qui.
Se tutto ciò corrisponde al vero ringrazio il quotidiano parmigiano per avermi citato…

da La Gazzetta di Parma

Tante voci si rincorrono in questi ultimi tempi sul futuro degli Aironi. «Anche troppe» secondo il presidente della franchigia Silvano Melegari. Tra le tante, però, qualcuna è sicuramente vera: tra Federazione italiana rugby e Aironi si susseguono gli incontri per dare «ossigeno» a una realtà che sta attraversando un serio momento di crisi. «Non dico una novità -spiega Melegari – se ripeto quanto ho già dichiarato: le difficoltà economiche ci sono, ma ci stiamo continuando a parlare per capire cosa fare». (…)
Il suo «sos» lanciato qualche tempo fa avrebbe trovato nel presidente federale Giancarlo Dondi, che è comunque partner importantissimo della franchigia, un interlocutore attento. «Da qui, però, a ipotizzare una nuova realtà federale al posto degli Aironi al momento ce ne corre» puntualizza Melegari. Una «creatura» che, dicono in molti, sarebbe la soluzione migliore. Sempre a sentire le voci, ci sarebbero nomi eccellenti candidati a guidarla: Green, Troncon, Orlandi e Gajan. Tutti bollati da Melegari come «pura fantasia».
Servono invece «soluzioni per proseguire questa esperienza. Altrimenti si chiude».

Permit players, recuperi, stranieri: l’aritmetica di una follia organizzativa

Premessa d’obbligo: questo articolo parla del Benetton Treviso, ma è una pura contingenza, potevano esserci gli Aironi. Vero oggetto del “contendere” sono le regole.

Il Benetton rugby ha una rosa di 41 giocatori. Quindici sono stati chiamati in nazionale. Quindi a casa ne sono rimasti 26. In realtà sono 23 perché Sepe, Muccignat e Derbyshire sono infortunati. Un altro – Benjamin Vermaak – nonostante le non perfette condizioni fisiche è stato dichiarato abile e arruolato per motivi di necessità contingente. Ventitre giocatori contati. Sono quelli con cui Treviso ha affrontato ieri sera in Galles gli Scarlets.
Ora, uno potrebbe dire, “23 te ne servono, 23 ne hai”. Vero. Però la panchina è zeppa di prime linee e le regole FIR che non consentono di mettere due stranieri in prima linea hanno obbligato il tecnico Franco Smith a dirottare Vidal – che nella vita fa il tallonatore – in terza linea.
Dice: ci sono i permit players. Vero anche questo, però questi giocatori o stanno nella lista dei 23 o non possono rimanere con le franchigie, ma fare ritorno ai loro club.  Quindi Treviso si è trovata di fronte a un dubbio che sostanzialmente si può ridurre così: chiamo un permit player e lascio fuori uno dei giocatori che stanno sempre con noi anche se giocano poco e si allenano quotidianamente con il gruppo (aggiungo io, “e che pago”). Che fare? La scelta è stata quella di non ricorrere ai permit. E siccome è anche vero che non può piovere per sempre ma piove sempre sul bagnato, di mezzo ci si è trovati la giornata di recupero di Eccellenza – e nel fine settimana si gioca di nuovo – , con i vari club non proprio contenti davanti all’idea di mandare alcuni dei loro uomini migliori a giocare nel torneo celtico (alcuni avevano già fatto sapere che x era acciaccato, y non in perfette condizioni e che magari z era meglio se rimaneva a casa).
Finito? No. Perché in teoria Treviso avrebbe potuto contare su Minto e Van Zyl, non compresi nel gruppo azzurro per Dublino. In teoria, perché la comunicazione ufficiale che i due non avrebbero giocato con l’Irlanda è arrivata mercoledì dopo mezzogiorno (con i giocatori ancora a Roma), quando la comitiva veneta era in procinto di partire per il Galles. Quindi fisicamente impossibilitati ad andare a Llanelli. E comunque a spazzare ogni dubbio è arrivato uno stringatissimo comunicato federale in cui si informava che “lo staff tecnico della Nazionale Italiana Rugby ha concesso l’utilizzo per gli impegni agonistici del fine settimana dei giocatori Luca Morisi (Banca Monte Parma Crociati, 1 cap) e Roberto Quartaroli (Aironi Rugby, 3 caps)”. Gli altri? Il sottinteso, evidentemente, è che devono stare a riposo. Giusto per rimanere a Van Zyl, dopo la sfida con la Francia a Parigi (10 febbraio) ha giocato una sola gara con il Munster lo scorso sabato. Stop.

A me spiace tornare sullo stesso argomento nel giro di pochi giorni: ma qui le regole vanno cambiate, altrimenti le due franchigie che dovrebbero essere la locomotiva del movimento vengono intralciate con lacci burocratici francamente incomprensibili. In questo fine settimana è andata male al Benetton, la prossima volta potrebbe toccare agli Aironi.
Serve una legislazione sui permit players che vada nel senso opposto a quella attuale, con giocatori direttamente sotto contratto con le franchigie e che se non utilizzati vengano mandati a giocare nell’Eccellenza (sempre nello stesso club, va da sé). Servono norme più elastiche sull’utilizzo degli stranieri e una tempistica più sensata per gli atleti nel gruppo della nazionale che poi non vengono convocati per la gare degli azzuri. Servono rose un po’ più ampie di quelle finora consentite.
Certo, siamo di fronte a una specie di congiuntura astrale non facilmente replicabile (ma nemmeno così impossibile da bissare), ma è davanti all’imprevedibile e all’eccezionale che bisogna essere bravi, preparati e organizzati. La normalità sono bravi quasi tutti a gestirla.

Infine un’ultima cosa: non so quanto fosse pieno il calendario, ma forse recuperare una intera giornata dell’Eccellenza in una settimana a ridosso di Pro12 e Sei Nazioni non è stata la cosa migliore da fare. Se si fosse recuperata la scorsa settimana o la prossima, quantomeno non avrebbe incrociato il Sei Nazioni e almeno qualcuno dei problemi di cui sopra non si sarebbe presentato.

Gli azzurri per l’Irlanda e una seconda linea troppo poco biancoverde

Il Benetton Treviso rischia di diventare un piccolo paradosso per la nazionale azzurra. Nella formazione azzurra per la sfida all’Irlanda nella terza giornata del Sei Nazioni 2012 annunciata dal ct Jacques Brunel gli uomini che vestono biancoverde sono tanti, tantissimi: ben 13 sui 22, 10 in campo dal primo minuto. C’è una prima linea completamente trevigiana, una terza linea – tolto capitan Parisse in forma smagliante – che segue il trend, così come la mediana (con Botes al numero 10 al posto di Burton) e per finire il trio McLean-Sgarbi-Benvenuti a far mostra di sé nella “cavalleria leggera”. Andiamo in panchina? Bene, ci sono Pavanello, Semenzato e Burton.
Un vero blocco-Treviso quindi, su cui si innestano un paio di giocatori che giocano all’estero e 7 degli Aironi. Una cosa che non stupisce e non fa (o dovrebbe) fare notizia, visto l’andamento delle due nostre franchigie da cui arriva il 95% del gruppo azzurro.

Però c’è quel paradosso di cui dicevo all’inizio. Prendete il pacchetto di mischia: prima linea trevigiana, terza linea praticamente trevigiana. E in seconda linea? La coppia Aironi formata da Geldehuys e Bortolami. E qui le cose un po’ stridono. Perché a quel punto si poteva fare il passo in più e vestire di biancoverde anche la seconda linea: avremmo avuto un pack che gioca a memoria, che sa benissimo cosa fare anche a occhi chiusi, abituato a lavorare insieme da anni e che non avrebbe sbagliato praticamente nessuna chiamata. Intendiamoci, la mia non è una bocciatura tout-court di Bortolami o Geldenhuys. Sono due ottimi giocatori, non “rubano” il posto a nessuno. Però in questo momento particolare Van Zyl e Pavanello sembrano poter dare maggiori garanzie e attraversare un migliore momento di forma. E sotto questa luce diventano poco comprensibili le scelte fatte per quanto riguarda Van Zyl: forse il miglior azzurro visto in campo a Parigi (tanto da entrare nel XV ideale di Planet Rugby) e poi relegato a 23° contro l’Inghilterra e ora non convocato con l’Irlanda. Posizione che lo rende praticamente inutilizzabile per la nazionale ma anche per il club (Treviso parte nella tarda mattinata di mercoledì per il Galles in vista della sfida di giovedì sera con gli Scarlets per il Pro12).

Dice, ma questa è la nazionale, non il Benetton. Verissimo. Però in tanti sport il blocco legato a una squadra di club è una cosa ricorrente. E pure nel rugby. Giusto l’Irlanda pochi anni fa aveva un pacchetto di mischia composto praticamente solo da giocatori del Munster. Oggi non è più così, ma perché le scelte che vengono fatte vanno a premiare (quasi sempre) gli atleti migliori. Io di rugby ci capirò poco, pochissimo, ma in questo momento uno come Van Zyl non lo toglierei mai. Lo dico a bassissima voce, ma la paura è che il famoso “Manuale Cencelli” sia arrivato anche nel rugby.

Stranieri e permit player, ovvero la necessità di una rivoluzione

Prima linea del Munster a Treviso, sabato scorso: BJ Botha, Damien Varley, Wian du Preez.
Prima linea del Leinster, sempre contro il Benetton, una decina di giorni fa: Nathan White, Richardt Strauss, Heinke Van der Merwe.
Due sudafricani e un irlandese nel primo caso; un neozelandese e due sudafricani nel secondo. E stiamo parlando di squadre irlandesi, paese che sforna giocatori di talento con una frequenza e copiosità che dalle nostre latitudini ancora ci sogniamo.
Scrivo questo articolo mentre Treviso e Munster stanno giocando e mi chiedo: perché tutti quegli stranieri? La risposta in realtà è molto semplice: perché la federazione irlandese consente il libero utilizzo di stranieri quando il torneo celtico è “intralciato” dalle nazionali. Cosa che invero succede spesso: quest’anno non c’è stato un mese di novembre occupato dai test-match, ma il mese di settembre e in parte quello di ottobre è stato caratterizzato dalle assenze per i Mondiali. E poi c’è il Sei Nazioni. Insomma, le sovrapposizioni alla fine interessano quasi la metà di una intera stagione. Dunque gli irlandesi possono liberamente utilizzare gli stranieri, eppure la “qualità” del loro movimento non ne risente un granché. Non solo: in occasione di un fine settimana libero da impegni del Sei Nazioni la nazionale ha liberato giocatori del calibro di Ronan O’Gara, senza che il loro rientro ai club di appartenenza venisse accompagnato da raccomandazioni di tenuta a riposo. Poi sul campo la differenza ovviamente si nota.

Certo, noi abbiamo i permit players, ma anche qui ci sarebbe bisogno di una rivoluzione copernicana. Oggi un permit player viene chiamato nel momento della bisogna, aggregato alla squadra celtica per una manciata di giorni e poi rispedito a casa. Vero che così i vari Morisi, Chillon, Pavan o Cazzola possono annusare l’aria del rugby d’altissimo livello, ma per come sono strutturate queste loro chiamate assomigliano più a una sorta di gita-premio. Che male non fanno, intendiamoci, ma quei ragazzi avrebbero bisogno di abituarsi anche a una preparazione quotidiana di alto livello, cosa che giocoforza non può essere quella dell’attuale Eccellenza. Hanno bisogno di essere veramente “formati”. L’ideale sarebbe quindi concedere alle due franchigie di poterli mettere direttamente sotto contratto, di tenerli sempre con loro, allenarli tutti i giorni e – se non utilizzati – di spedirli poi nel fine settimana a giocare nell’Eccellenza. Però questo oggi in Italia non si può fare: dicono che la cosa falserebbe il principale torneo italiano. Ma le due franchigie non dovrebbero essere il traino dell’intero movimento, subito dopo la nazionale? E perché in Irlanda lo fanno? Leinster, Ulster, Munster e Connacht possono contare su rose di circa 60 giocatori. Chi non scende in campo in Pro12/Heineken Cup lo fa nei tornei minori. Che evidentemente non hanno problemi ad essere “falsati”.

Italia-All Blacks e San Siro, il Consorzio smentisce e rilancia: “Trattativa ancora aperta”

Novità sulla vicenda della location di Italia-Nuova Zelanda del prossimo novembre. O forse no. Nel senso che Il Grillotalpa si è messo in contatto con fonti interne alla M-I Stadio srl, la nuova denominazione del Consorzio che gestisce il “Meazza” di Milano. Fonti che smentiscono un “no” definitivo alla possibilità che lo stadio meneghino possa ospitare il test-match con i neocampioni del mondo e che invece sostengono che la porta è ancora aperta alla trattativa.
Verità o smentita di rito? Difficile dirlo. Di certo c’è che a poco più di un paio di settimane dall’annuncio ufficiale del luogo in cui si terrà la partita le cose sembrano davvero poco certe. E che la vicenda ci terrà parecchio compagnia da qui a marzo.
Questa la posizione della M-I Stadio srl rilasciata al Grillotalpa: “Non abbiamo detto di no, stiamo solo studiando una soluzione per far combaciare il calendario delle partite di calcio dell’anno prossimo e la possibilità di far giocare Italia e Nuova Zelanda. C’è stata una richiesta e noi stiamo facendo le nostre valutazioni. Una discussione normalissima e non abbiamo colto nessun turbamento nella nostra controparte. Stiamo cercando tutti assieme una soluzione, non c’è alcuna negatività da parte di nessuno. Saremmo felicissimi di poter ospitare l’evento. Il soggetto promotore della cosa è comunque il Comune di Milano”