Gilberto Benetton, i perché della nostra scelta ovale

Da La Tribuna di Treviso

Sono passati 4 mesi dal famoso annuncio di disimpegno della famiglia dalle società di pallacanestro e pallavolo, è «paròn» Gilberto Benetton è tornato a parlare in pubblico. E lo ha fatto alla Ghirada, davanti alle telecamere di Sky, in occasione del recente trofeo «Topolino», ribadendo i motivi che l’hanno spinto a chiudere i rubinetti a Benetton Basket e Sisley, tenendoli aperti invece per la sezione pallaovale. «Noi privilegiamo il movimento dei giovani: abbiamo abbandonato volley e basket dopo aver capito che di sociale nelle squadre professionistiche è rimasto ben poco. Si continuano ad investire un sacco di soldi su giocatori internazionali e il sociale viene abbandonato. Inoltre l’interesse del pubblico è molto limitato, quindi noi tendiamo a sviluppare sempre di più la Ghirada, il centro sportivo che coinvolge soprattutto i ragazzi, che nel rugby fanno la parte del leone».
Gilberto Benetton ha anche confermato il suo personale innamoramento verso il rugby, del quale il rappresentante «storico» era sempre stato suo fratello Luciano. «Il trofeo Topolino ha sempre rappresentato la nostra storia, la nostra volontà di coinvolgere i ragazzi. Girare qui e vedere giocare i bambini di ogni età e taglia è da brividi. E’ meraviglioso. Capimmo subito l’importanza dell’avvenimento, ricordo l’avvocato Munari e Raccamari, che purtroppo ci ha lasciato, e tutti i volontari, che lavorano a questa manifestazione. Lo dico da genitore, ora da nonno: l’idea di far parte di una squadra è ottima, il rugby in questo senso è magico, uno sport di sacrificio. A livello di rapporti giovanili è sicuramente il massimo»

Pavanello e quei due centimetri di rabbia

Da La Tribuna di Treviso

Si può essere il capitano di un Benetton che vince 9 match in Celtic su 22, dopo una
sequela di scudetti, e restare fuori dalla Nazionale. Un pilastro del pack ambasciatore
d’Italia in Europa, ma non per questo venir considerato buono per l’azzurro. Succede
in Italia, succede ad Antonio Pavanello, mai entrato nelle grazie del ct Mallett. E adesso
fatto fuori, incredibilmente, a 4 mesi dal mondiale, anche dalla Nazionale A.
Antonio, quali sensazioni dopo questo secondo «placcaggio» inatteso da parte dello staff azzurro?
«Eh, si sta male, hai 28 anni, certi treni non passano troppo spesso. Passi per i mondiali, non sono stupido e avevo capito da tempo che le mie possibilità erano esigue. Esser fuori anche dalla A dà molto fastidio, credo di aver sempre onorato la maglia azzurra quando sono stato chiamato a rappresentarla».
Lo sapevi o è giunta inaspettata, la seconda clamorosa esclusione?
«No, Guidi e De Carli mi hanno parlato, mi hanno spiegato che la Churchill cup era un viatico per i mondiali, che non rientravo nei piani di Mallett per la coppa del Mondo e che dunque era inutile che io fossi in lista».
Brucia, Antonio?
«Inutile negarlo. Ma ogni giorno che passa, adesso, provo a guardare i lati positivi. Vorrà dire che avrò tempo per riposarmi e per recuperare, per stare con la famiglia, e preparare al meglio la prossima Celtic, dove dobbiamo confermare le cose belle fatte quest’anno. E per iscrivermi a un corso allenatori».
Ma ti sarai dato delle risposte, per questo «trattamento»?
«Mallett mi ha sempre parlato di quei 2 centimetri che mi mancherebbero per essere un saltatore. Onestamente, mi sono stufato di spiegazioni simili. Anche perché a Treviso questo non mi sembra siano stati affatto un problema, e che la nostra touche abbia funzionato a dovere lungo l’arco dela stagione. E ci misuravamo con le seconde di Galles, Irlanda e Scozia non quella del campionato italiano. Credo in tutta onestà di aver fatto qualcosa, sul campo, in questi mesi».
Coscienza a posto?
«Sì. davvero. So quello che ho fatto, sono tranquillo, riguardando le prestazioni nell’ultima
stagione. Ho giocato un torneo internazionale di altissimo livello. Evidentemente a me non basta».
Giorni importanti per i molti «leoni» che lasciano il bianco verde. Marcato rientra a Padova, Allori ha offerte dall’Inghilterra, Vermaak potrebbe non tornare dal Sudafrica. Picone resta, come Galon. In forse Enrico Pavan nello – scambio con Sutto, prestato un anno fa al Petrarca? — e De Jager, inseguito dal San Gregorio Catania. Sempre più in bilico anche
«Dingo» Williams. «Non so se torno» ha detto agli amici. Sul fronte contrattuale, si
apre un fronte «Mozzarella» Semenzato. Il mediano rivelazione del Sei Nazioni piace a
club francesi e inglesi. E’ stato inserito nelle liste di interesse nazionale – incredibile ritardo! – ma in seconda fascia, a minutaggio (la Fir contribuisce di impiego). Il giocatore punta a un adeguamento del contratto a Treviso, prima di guardarsi attorno.

Vittorio Munari, parlare da generale e da stratega

Ivan Malfatto ha intervistato per Il Gazzettino il dg del Benetton Treviso Vittorio Munari. Forse l’uomo più competente di rugby in Italia. Che un po’ non le manda a dire, un po’ mette le mani avanti e un po’ lancia messaggi sulla direttiva FIR-Franchigie…

«Col passare degli anni i ricambi dei giocatori italiani non potranno reggere il livello della Celtic League e della Nazionale. Attingere a giocatori di formazione straniera sarà gioco forza». Non è un grido d’allarme. Le parole di Vittorio Munari sono una serena constatazione sul futuro dell’alto livello italiano. Serena come lo stato d’animo del Benetton Treviso dopo la prima stagione di Magners League. Conclusa con nove vittorie, tanti progressi dei giocatori e un generale giudizio positivo. Il dg della franchigia veneta ne tira le somme, non nascondendo le difficoltà della seconda:
«Ripetersi sarà più difficile che esordire bene. Ho visto il lavoro di analisi di una nazionale di Celtic. Il livello di “intelligence” raggiunto per squadra, reparti e singoli è molto più sviluppato del nostro. La prossima stagione per loro non saremo più una sorpresa, i nostri comportamenti saranno più intelligibili e sarà più difficile fare risultato. Ma ci proveremo lo stesso».
Ci sarà anche la concomitanza di 8 partite con l’Italia, dove avete 16 convocati più 3 infortunati.
«La grande abilità sarà fare del proprio meglio secondo lo stato dell’arte».
In più la nuova limitazione dei cinque stranieri per fasce di ruolo: prima, seconda, terza linea, mediana/estremo e centri/ali.
«Preferisco non commentarla».
Commenti il bilancio del primo anno di Celtic.
«Siamo molto contenti. Non era facile dare un’accelerazione al volano come è stato fatto. Due i principali traguardi raggiunti. I risultati sul campo. Il coinvolgimento e la partecipazione di pubblico. Per la prima volta l’ho visto sostenere con cuore la squadra nei momenti difficili. Sentire il suo grido quando si è schiacciati in difesa equivale a un uomo in più. Non è retorica dirlo».
Nove vittorie, se le aspettava?
«Avevamo due target di premi per i giocatori: il primo 5, l’altro 8 vittorie. Ne abbiamo una in più».
Dopo aver conquistato il pubblico di Treviso tocca a quello del Nordest con una franchigia
più veneta?
«C’è già una partecipazione triveneta di tifosi. Come ci sono 8 abbonati a l’Aquila, un Benetton club in Inghilterra e Croazia. Per la franchigia veneta noi siamo da sempre a disposizione per allargare».
La crescita dei giocatori?
«È difficile trovare rugbisti italiani già pronti per la Celtic. Serve almeno un anno per la loro costruzione fisica, tecnica e mentale. La nostra rosa era divisa in due gruppi: atleti all’apice della parabola e atleti migliorabili. Tutti quelli del secondo gruppo hanno progredito nelle competenze tecniche, fisiche e nel livello di prestazione».
Una crescita utile alla Nazionale, come vuole il progetto Fir e come si è visto nel Sei Nazioni.
«Tutti al Benetton lavorano per rendere più competitiva la squadra e la Nazionale, basta chiederlo ai giocatori, l’unica categoria di testimoni credibile in tal senso».
E ora hanno convocato pure l’equiparato Corneil Van Zyl per aggiustare la disastrata touche azzurra.
«Una nazionale con una mischia competitiva come l’Italia deve ancorarsi a una touche competente per strutturare nel modo migliore il suo gioco. Van Zyl a Treviso ha il grande merito di aver alzato il livello di conoscenza e competenza di tutta la squadra nella strategia della rimessa laterale».
Bocciato invece il suo compagno di reparto Antonio Pavanello, addirittura anche dall’Italia A.
«Continuano a penalizzarlo i centimetri, ma per noi ha delle grandi qualità e nella nostra touche devo dire che carenza di centimetri finora non si è mai notata…»

Treviso e Franco Smith guardano già al secondo anno celtico

Ennio Grosso per Il Gazzettino

Il Benetton ha chiuso la sua prima esperienza in Magners League come l’aveva iniziata. Vittoria all’esordio contro gli Scarlets, successo nell’ultimo incontro di venerdì contro l’Edinburgh. La franchigia veneta, nonostante fosse una matricola della rassegna, ha tenuto alto il nome del rugby italiano e in 8 mesi ha saputo conquistare 9 successi importanti, in primis quelli sulle due semifinaliste e super favorite per la vittoria della rassegna, Munster e Leinster.
«E’ stato importante vincere l’ultima gara – ha detto Franco Smith – in tal modo alla ripresa della prossima stagione potremo avere subito nuovi stimoli e questa sarà una ulteriore spinta in vista del prossimo torneo».
Va in archivio la prima esperienza italiana in Magners League: si aspettava 9 vittorie?
«Nove vittorie magari no, ma volevamo essere in ogni partita una sorpresa positiva. Penso che il Benetton abbia fatto delle buone cose, potevamo forse conquistare qualche altra vittoria, ma per essere il primo anno dobbiamo essere orgogliosi».
Qualche vittoria ulteriore, hai detto: qualche rammarico, quindi?
«In alcune partite siamo stati vicino all’avversario, poi magari siamo usciti sconfitti, ma non posso dire che c’è rammarico. Ovviamente abbiamo ancora tanto da imparare e questa stagione ci è servita anche sotto questo aspetto. Ritengo che sia stato il primo tempo. Il secondo sarà la prossima stagione, nella quale dovremo centrare alcuni obiettivi, in primis dimostrare il nostro vero valore. Non ci sarà tanto da cambiare, semmai ci sarà da affinare qualcosa, cogliere ulteriori risultati importanti e attuare un gioco veramente interessante che in alcune partite di questa stagione abbiamo comunque già fatto vedere».

Cosa rimane del primo anno di Celtic

L’articolo lo trovate anche sulle pagine dedicate al rugby del sito web di Radio R101.

Tempo di bilanci per la “rivoluzione celtica”. Un anno fa l’annuncio dell’ingresso di due franchigie italiane del torneo fino ad allora riservato a irlandesi, gallesi e scozzesi era stato dato da poco più di un mese. Oggi ci siamo messi alle spalle la prima stagione giocata. Bene, come è andata?
Il bicchiere è mezzo pieno, diciamolo subito. Treviso è andata benissimo: 9 vittorie, altre 4-5 partite perse per un  niente, poche alla fine le gare perse nettamente (meno di quelle preventivate), praticamente assenti le “imbarcate”.
Per gli Aironi il discorso è un po’ diverso: una sola vittoria (due, se contiamo lo storico trionfo con Biarritz in Heineken), tante “sconfitte onorevoli”, e una manciata di partite che con un po’ di esperienza e “cattiveria” in più si potevano portare a casa. Tanti però anche i ko assolutamente meritati.
La differenza tra il Benetton e gli Aironi l’ha fatta la storia. Nel senso che una delle due – Treviso – ce l’ha, con tutto quello che ne consegue in termini di organizzazione, programmazione, abitudine a giocare certe partite e preparazione tecnica. L’altra – l’ex Viadana – è stata messa in piedi in fretta e furia, con un parco giocatori completamente nuovo o quasi. Insomma, lo scotto era inevitabile. Se a questo aggiungiamo una guida tecnica probabilmente non adatta alla bisogna allora si spiegano le enormi difficoltà registrate nei primi mesi. La svolta in riva al Po è arrivata con il cambio della guardia in panchina tra Franco Bernini e il suo “secondo” Graham Phillips, un cambio che in società garantiscono fosse previsto anche se non già a novembre. Bernini è un ottimo allenatore, intendiamoci, ma probabilmente non pronto per affrontare da head coach una sfida come quella della Celtic.
Ad ogni modo il cambio ha portato risultati evidenti, la squadra è cresciuta moltissimo in organizzazione e convinzione. Il lavoro di Phillips, opinione del sottoscritto, il prossimo anno darà risultati.
Un’ultima cosa, importantissima. La crescita dei giocatori. Che c’è stata sia in Veneto che a Viadana. Una crescita mentale e soprattutto fisica: il gap di fiato e gambe con il resto d’Europa è stato colmato. La crescita tecnica arriverà, ma per quella ci vogliono anni.