Video: il backstage dell’All Blacks adidas Poster Shoot

Gli All Blacks non vanno ai Mondiali 2015? Li rimpiazzeremo… parola di boss dell’IRB

Non fa una grinza Mike Miller, gran capo dell’International Board. Una settimana fa circa l’amministratore delegato della federazione neozelandese aveva detto che se non si metteva mano alla gestione finanziaria del movimento gli All Blacks avrebbero preso in considerazione l’ipotesi di non andare ai Mondiali 2015. Parole che ovviamente avevano suscitato un polverone, anche se ben difficilmente la Nuova Zelanda darebbe seguito alle minacce.
Ad ogni modo oggi sono arrivate le parole di Miller: “Beh, due cose vanno dette: per gli All Blacks sarebbe meglio esserci in Inghilterra. E poi tutti sono rimpiazzabili”.
Insomma le grandi manovre di politica dello sport e sponsor, soprattutto i secondi visto che sono la vera merce di scambio sul tavolo, sono iniziate.
Alla NZRU la prossima mossa.

Uenuku – Il sogno mondiale di Dan Carter si è strappato

di Stefania Mattana

Strappo e lesione di quadrucipite e tendine inguinale. Il mondiale di Dan Carter finisce così, con urlo di dolore che squarcia le silenziose fotografie presenti su ogni quotidiano e pagina di sport.
Questo era l’anno di Carter, lo dicevano tutti. Il suo terzo mondiale, quello della maturità, quello che lo avrebbe potuto portare sulla cima del mondo ovale, il meritato coronamento – che vincesse o meno – di un’intera carriera passata a sfidare i pali, a prendere a calci un pallone da una piazzola, a esercitarsi ogni giorno, da quando aveva sei anni.
E invece il mondiale neozelandese di Dan Carter termina stampelle alla mano, davanti a un nugolo di giornalisti attraverso cui proprio lui, l’uomo da consolare, rassicura una nazione che sembra quasi in lutto, incitandola ad “andare avanti”.
“Qui è come che sia morto”, mi scrivono dalla Nuova Zelanda gli amici. E qua e là si legge qualche kiwi spazientito da tutto il polverone e il melodramma alzatosi per un ragazzo di ventinove anni che di certo non è morto, e che di sicuro non terminerà qui la sua carriera di stella del rugby.

Sebbene la tragedia consumata in casa All Blacks vada oltre il senso comune della realtà e oltre gli schemi di gioco che ora traballano (e se è vero che DC era il timoniere e l’ago della bilancia dei tuttineri, questo è il momento buono per gli All Blacks di meritarsi ancora di più l’agognata Ellis Cup), basta guardare il personale dramma dell’uomo per capirne la sua effettiva rilevanza. Una gravità che Carter ha gestito con la solita compostezza. E con il sorriso.

Mi piace citare questo bell’articolo di Martin Devlin, che racconta con grande empatia di come i sogni di Carter si siano spezzati in pochi secondi. “Ho il sospetto che Dan Carter abbia trascorso gran parte della sua vita sportiva sognando di vincere una Coppa del Mondo per la Nuova Zelanda. – scrive Devlin – I sogni sono gratis, ovviamente. Sono anche il modo grazie al quale molti di noi continuano ad essere ispirati nella vita. Il sogno di Carter è finito.”

Il giornalista di TvNz ha ragione. Dimenticate per un momento lo status di cui gode Carter, un talento straordinario e un giocatore di caratura mondiale con fortuna, bellezza, fama e soldi. Pensate invece a quel ragazzino che dopo la scuola tornava a casa per allenarsi, provare e provare e provare. Calciare, passare, calciare e calciare.
Il mio personale pensiero va a quel ragazzino, perché credo che chi ha vissuto un po’ di sport capisca molto bene quale delusione si nasconda dietro a quella dignità dimostrata alla stampa, non importa a quale livello di grandezza sportiva si sia giunti.
É brutto trovarsi davanti a una corsia libera da correre, ai blocchi di partenza, lanciati verso il proprio obiettivo finale, e sentire d’improvviso che qualcosa non va. Un dolore che ti lacera, impossibile da descrivere. Un dolore che solo chi si è strappato un muscolo può ricordare e immaginare. Un dolore che strappa tutti i sogni che avevi costruito passo dopo passo, con pazienza e tenacia, e che arriva proprio quando il traguardo non ti era sembrato mai così vicino come allora. E non ci puoi fare niente. “Gli infortuni fanno parte del rugby, e questo fa parte della mia vita” ha concluso Carter prima di riunirsi con la squadra.
Ancora non si sa cosa aspetta al numero 10 All Blacks: 10 o 12 settimane di riposo assoluto, forse anche un’operazione per ricucire le fibre.
La strada è di nuovo in salita per Dan-the-man, ma i campioni – sul campo e nella vita – non si fanno spaventare dai ruzzoloni. E non hanno paura delle chine, nemmeno di quelle più ripide.

Video: John Kirwan divenne di lego per ripetere la meta del 1987 (contro l’Italia…)

Uenuku – Scivolone Lomu: bollettino medico venduto al miglior offerente

di Stefania Mattana

Impossibile non provare empatia per Jonah Lomu, ricoverato da una decina di giorni con il rene trapiantato in piena crisi, tanto che forse sarà necessario un altro trapianto. Tutto il mondo ovale stringe i denti con lui e continua a mandargli messaggi positivi di sostegno e affetto. Sia Jonah che la sua famiglia hanno chiesto rispetto e silenzio sulla sua salute, gettando i fan – e una nazione intera – nella preoccupazione più grande. Fino a quando la leggenda All Blacks non ha deciso di vendere al miglior offerente un’intervista esclusiva sulle sue condizioni generali, lasciando molti dei suoi supporter a bocca aperta.
I rumors sono iniziati qualche giorno fa, quando alcune testate neozelandesi hanno parlato della possibilità che un noto settimanale femminile avesse convinto la famiglia Lomu a prestarsi all’intervista, ovviamente denaro sonante alla mano. La voce si è poi sparsa per tutta la blogosfera e le testate straniere, trovando solide argomentazioni anche sulle pagine francesi. Alla fine, la caporedattrice di Women’s Magazine ha confermato di avere l’esclusiva sull’intervista, ma non ha rivelato l’ammontare del caché. Una somma che comunque pare aggirarsi attorno ai 10,000 dollari neozelandesi (quasi 6 mila Euro) e che ne frutterebbe quasi il doppio in termini di vendite del giornale.   Le reazioni dell’opinione pubblica non sono tardate ad arrivare, e come ci si aspettava le più numerose e dure provengono dai “delusi”. Il distretto sanitario di Auckland ha preferito, per esempio, specificare la sua posizione di neutralità nell’affare, rilasciando un comunicato stampa nel quale si afferma totalmente estraneo ai fatti: “É doveroso specificare che il nostro distretto sanitario è venuto a conoscenza della possibilità di un accordo esclusivo con una rivista, ma non abbiamo  avuto alcun coinvolgimento in qualsiasi accordo”, recita l’annuncio.  Le voci del “popolo” sono giunte forti e chiare: “Jonah si sta facendo i soldi sui suoi reni. Spero che ne dia un po’ anche a Grant Kereama” (lo speaker radiofonico che nel 2004 gli donò il rene, ndr); “Pensate che Lomu si meriti tutta la nostra solidarietà, adesso?” hanno cinguettato su Twitter.
Probabilmente comprensibile, difficilmente accettabile, per i Lomu fans. Non si gioca con la salute, mai. Ce lo insegnano da quando si va all’asilo, e quelli che sfruttano il male degli altri per fare soldi li chiamano sciacalli. Jonah non può essere uno sciacallo di se stesso, non ha alcun senso. Lui, che è sempre stato un signore nel bene e nel male, stavolta l’ha fatta veramente fuori dal vaso. E la delusione della gente che lo acclama e lo sostiene non si può ignorare. Ora Lomu ha solo una carta da giocare, per tirarsi fuori da questo vicolo cieco e imbarazzante: devolvere le entrate dell’intervista in beneficenza. E Jonah, se leggi questa pagina di Uenuku, sappi che ti sto facendo un appello: fallo.