Globale e analitica, due scuole a confronto. Dalla Francia al resto del mondo

La rubrica “Mischia aperta” di Antonio Liviero su Il Gazzettino

Metodo globale o analitico? L’interrogativo torna periodicamente ad animare il dibattito, specie in Francia. Ne abbiamo parlato qualche settimana fa a proposito della formazione dei mediani di apertura. Ma la questione è un po’ più complessa e non può essere ridotta alle spinose dispute tra i guelfi di dottrina anglosassone e i ghibellini all’ostinata ricerca di spazi e gioco spontaneo.
Semplificando al massimo: il metodo analitico muove dal particolare al generale. Costruisce il giocatore a partire dall’apprendimento progressivo di gesti tecnici e si traduce in un rugby che, di fatto, dà priorità alla percussione. Il metodo globale al contrario parte dal generale e scende al particolare. La formazione comincia nella testa del giocatore, educato prima di tutto alla lettura permanente delle situazioni di gioco e all’adattamento delle scelte tattiche, senza schemi prestabiliti. Predilige l’evitamento e cerca di battere la difesa con soluzioni inattese.
Il metodo globale è stato in parte concepito da Pierre Villepreux in Italia, alle fine
degli anni Settanta, quando allenava la nazionale azzurra. Successivamente si è affermato a Tolosa per arrivare infine con Skrela e Villepreux stesso ai Bleus e alla direzione tecnica della federazione francese. Ha discepoli in tutto il mondo, in particolare nelle Accademie federali inglesi (eresia) con Brian Ashton, in Nuova Zelanda con Wayne Smith e, in parte, Graham Henry. Ma resta una corrente
d’avanguardia, dunque minoritaria, con forti oppositori proprio in Francia, a cominciare dagli eredi della scuola di Grenoble tra i cui padri c’era Julien Saby, una delle figure più importanti nella storia del rugby italiano.
La cosa interessante è che nei mesi scorsi il metodo globale sia stato messo in discussione proprio nella sua mecca, Tolosa. «Nel club la formazione è globale però i giovani non migliorano il gioco al piede, oggi divenuto un’arma fondamentale» si è lamentato il presidente René Bouscatel. Interpellato a proposito dal quotidiano
l’Equipe, Philippe Rougé-Thomas, responsabile della formazione nel club, ha
spiegato: «C’era confusione. Si privilegiava l’intelligenza situazionale, regolando i problemi tecnici all’interno del gioco globale. Ma mi sono reso conto che certi giocatori
arrivavano alle soglie del professionismo senza possedere alcuni fondamentali. Vedevano le situazioni, ma non sapevano sfruttarle».
E’ così che a Tolosa da un paio di stagioni sono state introdotte, oltre a specifici
atelier, sedute di tecnica individuale in ogni allenamento dal minirugby alla juniores e
una preparazione mirata che precede e accompagna il passaggio dei giovani all’alto livello. Il metodo insomma non è stato accantonato, ma corretto. Verrebbe da dire adattato.
E in Italia? La situazione è inevitabilmente datata e incerta. La linea Villepreux è
stata equivocata, ripresa e abbandonata più volte. C’è ancora chi parla di scuola
francese senza distinguere Saby da Villepreux, Conquet e Devaluez da Deleplace, Brunel da Novés. A dire il vero ci sarebbe anche chi, nonostante i risultati delle nostre squadre in campo internazionale, parla di fiorente scuola tecnica italiana. Ma qui l’unica è chiamare un dottore.

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14 thoughts on “Globale e analitica, due scuole a confronto. Dalla Francia al resto del mondo

  1. pepe carvalho

    bell’articolo anche se mi sembra che in italia non si insegni l’intelligenza situazionale ma la pura ripetizione di schemi meccanici, addirittura più arretrati degli anglosassoni….
    Muscoli e peso, poca lettura delle fasi di gioco e grandi autoscontri….
    insomma ne il metoto villepreux ne quello anglosassone….

  2. Matteo

    Premesso che il modo alalitico può aiutarti nei fondamentali resto fadele alla mia scuola globale è molto più avnti dell’altra almeno per quanto mi riguarda ogni giocatore in ogni parte del campo deve sapere come giocarsela sia se attacchi che difenda

  3. mistral

    non siamo pacifici con doti naturali immense, non siamo francesi con tanta scuola tecnica alle spalle, non siamo anglosassoni con spirito di sacrificio spinto quasi all’autoannientamento, e non abbiamo più la “fame” degli scorsi decenni… in più, scuola globale globale o analitica che sia, non abbiamo resistenza fisica per 80 minuti, e anche questo aspetto è ancora troppo sottovalutato…

  4. malpensante

    Con tutto l’affetto per Pierre, questa cosa mica l’ho mai capita. Tra l’altro se c’era uno non anglosassone che curasse meticolosamente gli skills, era lui. Poi capisco poco anche la dicotomia tra “evitamento” (fa senso a leggerlo, gli darei l’ergastolo) e sportellate. Vedere dei centri con il vinavil sulle mani non dipende dalla scuola di pensiero dei tecnici, ma su cosa siano in grado di insegnare.

  5. Zagor

    Vero.Credo che quello sia Il momento perfetto che come Antonio scrive,bisogna chiamare il dottore.quando senti parlare di stile italiano.

  6. Rabbidaniel

    A me basta non sentire più la bagginata che dobbiamo avere tecnici francesi perché questi, in quanto latini, sono più adatti a noi. Poi per il resto, è necessario un gran lavoro sugli skills, cosa che viene fatta male da noi.

  7. ….noi facciamo dei paragoni con i Francesi guardando ascoltando quello che accade a Tolosa a Perpignan e di contro nelle nostre accademie senza guardare cosa c’e’ sotto. Sono attualmente a Lyon in Francia e girando con l’occhio da rugbysta vedo tanti campi da rugby in ogni luogo, nelle scuole, nei quartieri…e non parliamo di Citta’ tipicamente rugbystica, forse piu’ calcistica. Quindi va bene , parliamo di tutto ma non nascondiamo i fondamentali, i campi e la penetrazione del rugby sul territorio ITALIANO!!!!

  8. ironduke

    da noi esiste solo il calcio basta leggere i giornali sportivi …..questo ha annientato la capacità di penetrazione del rugby in italia .La francia sportivamente è avanti anni luce basta solo leggere l’ articolo sopra per la raffinatezza della questione ma è stato pubblicato sul gazzettino non sulla gazzetta ..

  9. concordo totalmente sull`aspetto della resistenza fisica citata sopra: in Francia questo punto è fondamentale, anche a livello universitario.

    l`impressione che avevo iniziando a leggere l`articolo, e che mi pare in parte confermata, è che la scuola globale rischia di essere carente nelle basi tecniche… ove queste manchino, si possono creare grandi situazioni ma non saperle sfruttare al meglio.
    ripensando alla nazionale italiana degli ultimi anni, verrebbe da dire che serva tantissimo lavoro sulla tecnica…..

  10. Tiziano Casagrande

    rispondo poco a questi blog ,ma l’argomento tirato in ballo da Liviero è uno dei più importanti nella discussione metodologica dell’allenamento del gioco del rugby.
    Per quanto mi riguarda credo sia importante una dialettica alla quale contribuiscano tutte le scuole di pensiero.
    Non leggo contrapposizione a favore di un metodo o di un altro, ma solo ghettizzazione e scarsa analisi.
    Le battaglie “metodologiche ” sono fondamentali , a meno che non si voglia continuamente negare l’effetto che ogni una di esse apporta alla crescita del gioco.
    Il problema della tecnica individuale o della tattica non sussiste , esistono giocatori che si allenano e giocatori che non si allenano, società che fanno sport e “tante” società che preferiscono fare terzi tempi.
    Questo mi sembra un problema italiano. Da quando è diventato uno sport professionista , il rugby , nelle nazioni evolute ha rotto gli argini del metodo , ha costruito programmi progetti di sviluppo , competizione etc. Forse da noi ha costruito molta ” politica “. e arroccamento sulle proprie idee , piuttosto che dialogo permanente, conoscenza del gioco , studio , lavoro , etc.
    Ma voi pensate che quando gli uomini del sud venivano a giocare da noi e dicevano che si allenavano 2 volte alla settimana era vero? Con la squadra di club era vero , ma poi facevano fitness tutti i giorni e andavano a giocare a “toccato ” quattro ore ogni pomeriggio al parco e siccome si divertivano , non lo ritenevano allenamento.
    Era più importante , per gli skills andare 2 volte all’allenamento o giocare 20 ore a settimana al parco?………………………. Continua

    1. mezeena10

      grazie per aver “postato”..finchè lo diciamo noi anonimi bloggers conta poco, ma detto da te ha tutto un altro peso..penso occorra una rivoluzione culturale, una sorta di progetto nazione..creare piu scuole dello sport, che seguano i ragazzi dalla 1 elementare in su ( ad esempio come l’istituto nautico etc)..il problema piu grande è che viviamo in un paese di “vecchi”, con tutto il rispetto, ai quali importa ben poco dei nostri “giochini”..grazie ancora graziano

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