Video: JWC 2011, la sintesi di Inghilterra-Sudafrica

Scozia, un modello in crisi

La rubrica “Mischia aperta” di Antonio Liviero su Il Gazzettino

E’ sempre interessante tenere una finestra aperta sulla Scozia. Non solo perché è il nostro avversario diretto nel Sei Nazioni, ma perché è al modello scozzese (con due sole franchigie a rappresentare l’elite professionistica) che l’Italia si avvicina di più. Di questi tempi gli orgogliosi highlanders hanno le cornamuse nel sacco. E non solo per via della nazionale ma a causa soprattutto dei cattivi risultati delle franchigie, Edimburgo e Glasgow, mai riuscite a raggiungere le finali di Celtic League e di Heineken Cup. Preoccupa soprattutto un modello rigido che non lascia intravedere cambiamenti a cominciare dalla fuga all’estero dei giocatori. Nelle ultime sei stagioni è emigrata un’intera nazionale: Sean Lamont agli Scarlets, Danielli all’Ulster, Parks a Cardiff Southwell allo Stade Frangais, Ansbro al Northampton. (…) I tifosi sono furibondi. E la loro rabbia, unita alle critiche feroci della stampa, ha spinto a far cadere nei giorni scorsi la testa di Gordon McKie, chief executive della federazione. Alla base di tutto la mancanza di soldi. I dieci milioni di sterline di spesa per le due franchigie non sono sufficienti né a trattenere i giocatori né a rendere competitive le squadre. E ciò nonostante il buon lavoro nei settori giovaniliche ha portato in primavera l’Under 18 a sconfiggere l’Inghilterra. «Perché non si vince niente con i ragazzi» ha tuonato l’autorevole Scotsman citando una frase famosa di Alan Hansen, gloria locale del football e ora columnist per il sito della Bbc. (…)
Si chiede di rendere forti, più ricche e vincenti le franchigie. Nella convinzione che il resto, cioè i successi della nazionale, verranno di conseguenza. «Guardiamo l’Irlanda – ha scritto Allan Massie, acuta penna scozzese -il Grande slam e le triplici corone sono seguite ai successi del Munster e Leinster». Per questo da più parti si levano voci per rendere autonome le franchigie, attualmente gestite dalla federazione, al contrario di quanto accade in Irlanda e Galles. Una strada per attirare risorse finanziarie da privati e aziende. (…)
Di fondo c’è anche il fatto che le franchigie “pubbliche”, col loro centralismo, hanno creato disaffezione alla base: nei club, nei tifosi e nel territorio. Insomma: niente autonomia, niente spettacolo né pubblico. Niente pubblico, niente diritti televisivi. E niente vittorie in Europa. Una catena infernale. Caso da seguire.

L’Italia del Mondiale U20? Noi siamo questo, parola di Green

Ennio Grosso su Il Gazzettino

“Un Mondiale di un livello superlativo» sostiene Craig Green, responsabile delle accademie federali. La Nuova Zelanda confermerà il titolo conquistato tre volte negli ultimi 3 anni? “Ha sicuramente grandi possibilità per rimanere in alto. Come ho detto, non pare avere punti deboli, è forte in tutto. Ma per arrivare alla finale dovrà intanto battere l’Australia: in una partita secca i pronostici a volte vengono falsati anche se non credo che la Nuova Zelanda si lasci sfuggire questa opportunità”. (…)
L’Italia? “Sapevamo dall’inizio che per la nostra Nazionale sarebbe stata dura e sapevamo da mesi che il nostro campionato sarebbe iniziato solo alla quarta partita. In effetti, il torneo dell’Italia inizierà mercoledì quando le partite saranno veramente determinanti per la salvezza. Il nostro obiettivo era e rimane l’undicesimo posto”.
Al di là delle 3 sconfitte, ci sono numeri impietosi nei confronti della nostra Nazionale. “Dobbiamo renderci conto del livello degli altri. Il nostro invece è questo. Mi auguro che con il lavoro delle Accademie e con il fatto che una squadra juniores dalla prossima stagione giocherà tra i seniores, il nostro livello possa salire. Non dico che in futuro si possa competere con squadre di prima fascia, ma almeno giocare alla pari di formazioni come Galles o Irlanda e che la salvezza non sia più l’unico obiettivo”.

Dalli alle Accademie! Ma se il problema non fosse lì?

Le prestazioni negative dell’Italia U20 al Mondiale in corso in Veneto hanno ridato fiato a una polemica che negli ultimi anni non si è mai placata del tutto, avrà forse avuto qualche momento di stanca, ma in qualche modo le Accademie federali sono spesso finite nel mirino delle critiche di addetti ai lavori e appassionati.
Che il loro lavoro vada migliorato è innegabile, basta vedere i risultati del campo. Che ci siano cose da cambiare o da introdurre è altrettanto vero. Che la selezione sia da rimodulare lo è ancor di più. Ma forse le Accademie sono il bersaglio grosso, quello facile. Tanto più perché volute e gestite dalla federazione, cosa che nel paese dei mille campanili e del milione di orticelli da salvaguardare sempre e comunque, non può non dar vita ad altrettanti correnti di pensiero…

Cominciamo con il dire che le Accademie sono imprescindibili, non si può stare senza, è una via dalla quale non possiamo e non dobbiamo tornare indietro. Vanno quindi migliorate, integrate, ma non cancellate. E in questi giorni qualcuno che lo ha chiesto c’è stato.
Il problema, a mio modo di vedere, sta da un’altra parte: tutti noi pensiamo che il compito delle Accademie sia quello di formare i giocatori. In realtà non è del tutto vero: il loro principale compito dovrebbe essere quello di sgrezzarli, invece si trovano a doverli formare. Ma “formare” un giocatore a 16 o 17 anni è tardi. Quello è un compito che andrebbe svolto prima, che la formazione tecnica non può arrivare così in là nel tempo, soprattutto nel caso dei trequarti. Perché l’Italia è particolarmente forte negli avanti e in mischia? Perché qui il tasso tecnico – che pure c’è – è più basso  che non dal 9 in su. Formare un pilone è un po’ più facile che formare un centro o un giocatore di mediana.
La vera tara del nostro movimento sta nella qualità della gran parte del nostro settore tecnico a tutti i livelli e tutte le età, soprattutto nelle categorie più giovani.  Non sto sparando nel mucchio: anche lì ci sono tecnici bravi e preparati. Io parlo però di una situazione complessiva, dove i segni meno sono troppi. Tanti i motivi, impossibile elencarli, ma è da lì che bisogna cominciare a sistemare le cose e ripartire. Se un 17enne gallese, irlandese o argentino è “più pronto” di un suo coetaneo italiano, beh, la colpa non può essere dei ragazzi. Che comunque dovrebbero capire che entrare in una Accademia è solo il primo passo, mentre a volte l’impressione di avere a che fare con giovani che si sentono già arrivati, c’è.

Fotogallery: l’Italia-Galles U20 di Alfio Guarise

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