Le prestazioni negative dell’Italia U20 al Mondiale in corso in Veneto hanno ridato fiato a una polemica che negli ultimi anni non si è mai placata del tutto, avrà forse avuto qualche momento di stanca, ma in qualche modo le Accademie federali sono spesso finite nel mirino delle critiche di addetti ai lavori e appassionati.
Che il loro lavoro vada migliorato è innegabile, basta vedere i risultati del campo. Che ci siano cose da cambiare o da introdurre è altrettanto vero. Che la selezione sia da rimodulare lo è ancor di più. Ma forse le Accademie sono il bersaglio grosso, quello facile. Tanto più perché volute e gestite dalla federazione, cosa che nel paese dei mille campanili e del milione di orticelli da salvaguardare sempre e comunque, non può non dar vita ad altrettanti correnti di pensiero…
Cominciamo con il dire che le Accademie sono imprescindibili, non si può stare senza, è una via dalla quale non possiamo e non dobbiamo tornare indietro. Vanno quindi migliorate, integrate, ma non cancellate. E in questi giorni qualcuno che lo ha chiesto c’è stato.
Il problema, a mio modo di vedere, sta da un’altra parte: tutti noi pensiamo che il compito delle Accademie sia quello di formare i giocatori. In realtà non è del tutto vero: il loro principale compito dovrebbe essere quello di sgrezzarli, invece si trovano a doverli formare. Ma “formare” un giocatore a 16 o 17 anni è tardi. Quello è un compito che andrebbe svolto prima, che la formazione tecnica non può arrivare così in là nel tempo, soprattutto nel caso dei trequarti. Perché l’Italia è particolarmente forte negli avanti e in mischia? Perché qui il tasso tecnico – che pure c’è – è più basso che non dal 9 in su. Formare un pilone è un po’ più facile che formare un centro o un giocatore di mediana.
La vera tara del nostro movimento sta nella qualità della gran parte del nostro settore tecnico a tutti i livelli e tutte le età, soprattutto nelle categorie più giovani. Non sto sparando nel mucchio: anche lì ci sono tecnici bravi e preparati. Io parlo però di una situazione complessiva, dove i segni meno sono troppi. Tanti i motivi, impossibile elencarli, ma è da lì che bisogna cominciare a sistemare le cose e ripartire. Se un 17enne gallese, irlandese o argentino è “più pronto” di un suo coetaneo italiano, beh, la colpa non può essere dei ragazzi. Che comunque dovrebbero capire che entrare in una Accademia è solo il primo passo, mentre a volte l’impressione di avere a che fare con giovani che si sentono già arrivati, c’è.