Troppa Inghilterra, troppo Ashton e poca Italia: 59-13

“Troppa roba”. Questo commento del grande Vittorio Munari alla bellissima azione delle terza meta ingelese – alla mezzora del primo tempo – racchiude un po’ la fotografia della partita. Che l’Inghilterra sia forte è una non-notizia. Magari non è sontuosa da vedere – anche se oggi ha giocato davvero bene – ma è molto concreta. In più ha delle frecce al proprio arco che sono letali, Ashton su tutti. Forse la miglior ala europea oggi in circolazione, di sicuro una delle più prolifiche (oggi 4 mete per lui). Gli uomini di Martin Johnson giocano una grande partita, la loro migliore da mesi a questa parte: concentrazione, intensità e voglia di dimostrare al resto del mondo una maturità che negli ultimi anni raramente si era vista. Senza mai togliere il piede dall’acceleratore, anche quando in mezzo c’erano 30 punti.
L’Italia? Non è semplice dare giudizi. La disparità di mezzie e soluzioni è balzata subito agli occhi. Ciononostante gli azzurri hanno disputato una partita volenterosa, e soprattutto nei primi 20 minuti hanno cercato di giocarsela alla pari con i maestri inglesi. Un atteggiamento però un po’ troppo garibaldino che non ci mette molto a mostrare la corda e tutti i nostri limiti. Un gioco troppo largo che facilita le brucianti ripartenze inglesi. Cercare di battere gli uomini in maglia bianca con le loro stesse armi è davvero fuori dalla nostra portata e va ad incidere sui nostri punti di forza: oggi a Twickenham anche il nostro pacchetto di mischia ha sofferto e la solita difesa non si è vista se non solo per brevi tratti. Pessima infine la nostra prestazione in touche.

INGHILTERRA – ITALIA : 59-13
Inghilterra:
15 Ben Foden, 14 Chris Ashton, 13 Mike Tindall (capt), 12 Shontayne Hape, 11 Mark Cueto, 10 Toby Flood, 9 Ben Youngs, 8 Nick Easter, 7 James Haskell, 6 Tom Wood, 5 Tom Palmer, 4 Louis Deacon, 3 Dan Cole, 2 Dylan Hartley, 1 Alex Corbisiero.
In panchina: 16 Steve Thompson, 17 David Wilson, 18 Simon Shaw, 19 Hendre Fourie, 20 Danny Care, 21 Jonny Wilkinson, 22 Matt Banahan.

Italia: 15 Luke McLean, 14 Andrea Masi, 13 Gonzalo Canale, 12 Alberto Sgarbi, 11 Mirco Bergamasco, 10 Luciano Orquera, 9 Fabio Semenzato, 8 Sergio Parisse (c), 7 Alessandro Zanni, 6 Valerio Bernabo, 5 Quintin Geldenhuys, 4 Carlo Antonio Del Fava, 3 Martin Castrogiovanni, 2 Leonardo Ghiraldini, 1 Salvatore Perugini.
In panchina: 16 Fabio Ongaro, 17 Andrea Lo Cicero, 18 Santiago Dellape, 19 Robert Barbieri, 20 Pablo Canavosio, 21 Kris Burton, 22 Gonzalo Garcia

Marcatori: 3′ Ashton (m) + Flood (c), 5′ Mi. Bergamasco (cp), 10′ Flood (cp), Mi. Bergamasco (cp), 24′ Ashton (m) + Flood (c), 30′ Cueto (m) + Flood (c), 34′ Tindall + Flood (c), 53′ Ashton (m) + Flood (c), 57′ Care + Wilkinson, 69′ Ongaro (m) + Mi. Bergamasco (c), 71′ Haskell (m) + Wilkinson (c), 75′ Ashton + Wilkinson (c)

Note: 43′ cartellino giallo per Castrogiovanni

Arbitri:
Craig Joubert (South Africa); Peter Fitzgibbon (Ireland), Peter Allan (Scotland); Tony Redmond (Ireland)


Parte da Lione la rincorsa ai Mondiali di Gori

Da Il Tirreno

Edoardo Gori tornerà in campo a giugno. I tantissimi amici e tifosi non solo pratesi, del ventunenne mediano di mischia della nazionale italiana possono tirare un respiro di sollievo sul futuro di “Ugo”. Dopo l’accurata visita medica svoltasi a Lione ieri mattina, nello studio di uno dei più famosi specialisti francesi, è stato deciso di operare di nuovo la spalla di
Edoardo, colpita duro nei primi minuti dell’incontro con l’Irlanda, due settimane fa durante
il primo incontro del Sei nazioni 2011 a Roma. Sarà un intervento molto più incisivo, ma anche più risolutivo del precedente, effettuato in artroscopia nell’aprile dell’anno scorso in una clinica di Brescia. Il professore francese ha comunque rassicurato Edoardo sugli esiti dell’intervento, che verrà effettuato al massimo entro i prossimi 15 giorni, a cui seguiranno tre mesi per la riabilitazione. A giugno, quindi il giovanissimo numero nove azzurro comincerà la preparazione in vista dell’inizio della Celtic con la Benetton, ma sopratutto
per i campionati del Mondo a ottobre in Nuova Zelanda.
Grande gioia per i famigliari, ma soprattutto per lui, che ha avuto vicino anche alcuni ex
compagni di squadra dei Cavalieri durante questi ultimi giorni che ha trascorso a Prato.
Sicuramente un po’ di rammarico, oggi a seguire la partita della nazionale maggiore
contro l’Inghilterra a Londra, dove sarà il suo compagno di squadra nella Benetton, Fabio
Semenzato a vestire la maglia numero 9. Ma Ugo è ancora giovanissimo, con tanta
strada davanti a sé e ora deve solo pensare alla terra degli All black.

Inghilterra-Italia, sfida da emisfero sud

Stefano Semeraro su La Stampa

Ìl premier inglese David Cameron non ama la multiculturalità, la ritiene un esperimento fallito, ne ha paura, teme che i rigurgiti integralisti delle ex-colonie dell’ex-Impero possano corrodere la salute sociale e la sicurezza della madre patria. L’uomo che governa la nazionale inglese di rugby, il Commander of the British Empire Martin Johnson, capitano
dei Bianchi campioni del mondo nel 2003 in Australia, la pensa diversamente. È costretto
a farlo. Anche la palla ovale ormai è una Creatura globale – la Francia esibisce addirittura un n.10 di origine vietnamita, Trinh Duc – e sir «Jonno», che ha evidenti rassomiglianze
con l’essere assemblato dal dottor Frankestein, ha capito che per rivitalizzare il rugby massiccio ma stantio dei Maestri occorrono scosse dall’emisfero Sud, la metà vincente del cielo rugbistico. Nella tattica e negli uomini.
Inghilterra e Italia si incontrano oggi in uno dei templi della tradizione inglese, l’ex-campo di cavoli chiamato Twickenham, e sul prato, fra titolari e panchinari, ci saranno ben 14 giocatori di nascita australe, e in totale 17 venuti alla luce fuori dai confini patrii.
L’Inghilterra, lo si è visto nei test-match di novembre, sta cercando di «meridionalizzarsi», di giocare a rugby e non alla guerra, più fantasia e meno trincea, e per riuscirci conta (anche) sui muscoli maori di Hape al centro e sul fosforo del tallonatore Hartley, due
nati in Nuova Zelanda. In panchina scalpita il sudafricano Hendrie Fourie, e del giro della
nazionale della Rosa – che ha un allenatore dell’attacco australiano, Brian Smith – fanno
parte l’altro «kiwi» Ricky Flutey e il panterone di Trinidad Delon Armitage, tagliato
fuori dal Sei Nazioni solo da una squalifica. Simon Shaw è nato in Nigeria, mentre la novità
di ieri, il debuttante pilone dei London Irish Alex Corbisiero, sostituto in prima linea
dell’acciaccato Sheridan, è addirittura – orrore, per i tradizionalisti british – un mezzo
paisà. I suoi emigrarono da Napoli negli States negli anni ’50, suo padre a New York ha trovato una moglie inglese, lui, 22enne nato nella Grande Mela, ha spinto le prime mischie a
New York prima di emigrare in Gran Bretagna. Un altro segno dei tempi, visto che negli
Usa, la cui nazionale affronteremo nel girone dei prossimi Mondiali, il rugby sta conoscendo
un boom: è il terzo sport più in crescita degli States dopo il softball e l’hockey su ghiaccio, con un aumento di praticanti dell’8,7 per cento solo nell’ultimo anno. Un mondo alla rovescia che l’Italia conosce bene. Fra i 22 a disposizione di Mallett oggi, sette, compreso
capitan Parisse, sono nati in Argentina, due (Geldenhuys e Del Fava) in Sudafrica, due (McLean e Burton) in Australia, uno (Barbieri) in Canada. Decidete voi se è un conforto sapere che l’ennesimo mediano di mischia dell’Italia, Fabio Semenzato, che oggi rimpiazza Canavosio, è cresciuto a Paese, provincia di Treviso. Paese che vai, Italia che trovi. Almeno si spera.

Twickenham: un tempio, l’Olimpo

Marco Pastonesi su SportWeek

Twickenham sta al rugby come San Pietro ai cattolici, la Mecca ai musulmani, il Macchu
Picchu agli Incas e il Maracanà ai tifòsi di calcio. La Casa, la Cattedrale, il Monumento.
Il massimo. Era “il Campo dei cavoli”, è diventato ‘”il Quartiere generale”, si è trasformato
in Twickers. Un’arena da 82 mila posti (la seconda in Inghilterra dopo Wembley, la quarta in Europa), un prato destinato solo all’ovale, e dentro, negli intestini di questa città-nella-città abitano un albergo a cinque stelle, un museo e poi bar e negozi, oltre a un labirinto di sale e spogliatoi. Un luogo di culto e cultura, un’icona, un maestoso centro sportivo e sociale, finanziario e commerciale.
E pensare che all’inizio del ‘900 quest’area a Sud-Ovest di Londra ospitava un mercato di frutta e verdura. Costruito nel 1907 (le prime tribune accoglievano 20 mila spettatori), inaugurato il 2 ottobre 1909 con Harlequins-Richmond, battezzato il 15 gennaio 1910 con Inghilterra-Galles, oggi Twickenham è riservato alla nazionale inglese e si apre solo per speciali eventi: il Mondiale, la tappa inglese delle World Series di rugby a sette, le gare interne del Middlesex sempre a sette, la finafe della Premicrship (massimo campionato inglese), il Varsity Match (derby fra le università di Cambridge e Oxford), la Daily Mail
Cup (finale del torneo scolastico) e l’Army Navy Match (finale del campionato militare). Più varie ed eventuali, fra cui i concerti di Rolling Stones, U2 e i congressi dei testimoni di Geova.
Twickenham vale un viaggio, un pellegrinaggio, una trasferta. E una meta. È anche un’iniziazione, lo è stato ieri, lo sarà anche domani. «A fine Anni 50, venni convocato in una selezione italiana contro una selezione inglese», così Giancarlo Dondi, presidente della Federazione italiana rugby, ricorda la sua prima volta nel tempio del rugby «Non giocai e andai in tribuna, ma l’emozione fu incredibile. Mi sentivo quasi imbarazzato. Eravamo tutti consapevoli di essere entrati in un luogo mitico, forse mitologico: l’Olimpo». «Fine Anni 60. selezione italiana contro gli Harlequins», scava Marco Bollesan. 47 caps in Nazionale, poi allenatore e team manager. «Non solo era la mia prima volta a Twickenham, ma anche a
Londra. Londra mi sembrò grande, Twickenham immenso. Saloni enormi, corridoi infiniti, spogliatoi esagerati. E la maglia già appesa al piolo, come esposta su un altare. Loro venivano da sinistra, noi da destra. I tacchetti pestati per terra suonavano come una grandinata. Quando l’arbitro fischiò, entrammo insieme in campo. E il pubblico ci applaudì come se avessimo trionfato, invece rappresentavamo solo l’ultima provincia dell’impero. Eravamo confusi, commossi, emozionati. Come già sotto di una meta. I primi IO minuti li passai in trance, giocavo solo con il corpo, non facevo che correre e placcare. Che partita.
Finì in pareggio. E adesso che ci ripenso, mi viene ancora la pelle d’oca».
«Il 17 aprile 1985, Inghilterra B-Italia, primo match ufficiale fra i grandi», certifica Lino Maffi, tecnico federale. «Pranzo ufficiale prima del match, non dopo. Impressionato dal
cerimoniale, rigorosissimo: discorsi dei due manager, saluti ufficiali delle due delegazioni,
quindi l’omaggio alla regina liberò i convitati a poter finalmente bere. Con “i vini classici di Montalcino”, come scritto sul menu che custodisco. Eravamo nella Rose Room. Finì 21-9».
Eppure pochi ricordano che, fra i piccoli, a Twickcnham l’Italia aveva già giocato e vinto, l’unico successo italiano nella storia. «Nel 1984, Under 16, Inghilterra-Italia 3-6, e chi se lo dimentica?», sospira Alessandro Moscardi, che poi nella Nazionale maggiore avrebbe collezionato 44 presenze. «Lentamente Twickenham ci è diventata familiare», continua
Dondi. «L’8 ottobre 1991 per la Coppa del Mondo. 36-6 per loro, nella conferenza dopo il match il capitano Will Carling ci accusò di antigioco, ma solo perché pensava di batterci più pesantemente. Ci tornai al Cinque Nazioni per un’Inghilterra-Francia e ritrovai
quell’atmosfera che si respira solo lì. E quando debuttammo nel Sei Nazioni, 80-23, capii che dai maestri non si finisce mai di imparare».
E c’è anche chi ha sostituito il Giuriati o il Battaglini proprio con Twickenham. «Quando smantellarono le tribune in legno, gli amministratori lanciarono una sottoscrizione», racconta Antonio Scanziani, milanese. «Versando una quota variabile tra mille e 5
mila sterline si aveva diritto, per 10 anni, a una prelazione sull’acquisto del biglietto per un certo posto. Siccome avere un biglietto a Twickenham era un’impresa impossibile, in questo modo finalmente ci si riusciva. L’acquisto del biglietto permetteva anche di non pagare sovrapprezzi per la prevendita, parcheggiare la macchina nello stadio (gratis), mangiare
e bere (pagando, s’intende) nel club. Feci due sottoscrizioni, ciascuna di 2 mila sterline, nella tribuna di fronte a quella dei reali. Andai avanti dal 1991 al 2001. E quando non ci potevo andare, facevo felici parenti, amici e clienti. Alla scadenza della convenzione, che coincise con la fine dei lavori, mi restituirono i soldi: come d’accordo, 40 sterline invece delle 4 mila. Ma per Twicenham, questo e ben altro».

Disatro Italia U20, in Inghilterra viene asfaltata 74-3

Una serata da dimenticare per l’Italia U20 di Andrea Cavinato, travolta per 74-3 dai pari età dell’Inghilterra al Recreation Ground di Bath nella seconda giornata dell’RBS 6 Nazioni di categoria.

Amaro coach Cavinato: “Una sconfitta su cui c’è ben poco da dire, non siamo mai entrati in partita. Con la testa e con le gambe siamo rimasti alla partita di Parma, io sono il capo allenatore di questa squadra e devo assumermi le responsabilità per una sconfitta tanto pesante” ha dichiarato al termine dell’incontro il tecnico trevigiano degli Azzurrini che sabato 25 febbraio affronteranno il Galles a Cosenza.

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