Rugby a 13: un po’ di salsa inglese sull’Italia

Dall’ufficio stampa della FIRL

In accordo con la RLEF, la FIRL nomina come Assistente del Direttore Tecnico, il signor PAULBROADBENT, al fine di incrementare lo sviluppo tecnico della FIRL e dei club ad essa affilitati.
Paul “the bean” Broadbent, allenatore della prima squadra della franchigia del Wakenfield Wildcats,affianca coach Carlo Napolitano nella conduzione tecnica della Nazionale e dello sviluppo tecnico delrugby league in Italia.
Paul ha aderito, con entusiasmo, al progetto presentato dalla FIRL per lo sviluppo del rugby a 13 in Italia. Paul Broadbent, è stato un giocatore di rugby league di alto livello, disputando dal 1987 al 2002 ilcampionato professionistico inglese di rugby league (Superleague), collezionando, inoltre, nella suacarriera anche 5 presenze con l’Inghilterra ed 8 con la I Lions della Gran Bretagna.
Con l’ingresso di Paul Broadbent, nei ranghi tecnici, la FIRL avrà un costante riferimento di alto livello perlo sviluppo tecnico dei giocatori italiani e dei clubs affiliati FIRL.
Accettando l’incarico, Paul dichiara:
1. In accordo con la RLEF , sei stato nominato come Assistente del Direttore Tecnico ed allenatore dellasquadra nazionale con Coach Carlo Napolitano al fine di supervisionare lo sviluppo del rugby leagueitaliano (FIRL) e di condurre assieme a Carlo, l’ ITALIA nelle qualificazioni della Coppa del Mondo,come ti senti in questo nuovo ruolo?
Paul Broadbent: Sono molto lieto di essere stato coinvolto in questa realta, che ho notato comeun’organizzazione molto appassionata, entusiata. Posso vedere che c’è il bisogno di sviluppare laconoscenza del gioco e la tecnica individuale dei giocatori italiani. Penso che ci sia una reale opportunità divedere grossi progressi della FIRL come una forza del rugby league internazionale, sembra che la FIRL stiamuovendosi nella direzione giusta con uno sforzo cosciente nello sviluppo dei giocatori provenienti dalcampionato italiano per elevarli ad un livello di elite nel rugby league internazionale.
2. Hai già visto la nazionale Italiana giocare cont oil Galles, cosa pensi della squadra e dello stato disalute della FIRL?
P.B.: la partita è stato una buona pubblicità per chiunque voglia giocare a rugby league in Italia. Possovedere, la logica della FIRL e la capisco bene, penso sia la cosa migliore usare I giocatori provenienti dalcampionato italiano per giocare contro le nazioni in via di sviluppo e selezionare giocatori più esperti (italo-austaliani) per competere con nazionali più sviluppate. Per portare questo sport in Italia, il campionato italiano deve crescere ed alzare il proprio livello con più squadre possibili. Nella partita contro il Galles, leline di corse erano buone ed anche le opzioni di gioco vicino il ruck e dalla parte chiusa, dopo aver vistotutto ciò vedo un fututo molto positive per l’ Italia.
3. Cosa ti ha impressionato della Nazionale Italiana ?
P.B.: Le cose che mi hanno colpito nella partita contro il Galles sono state il desiderio di vincere, lo spirito el’attitudine a non mollare mai, per raggiungere la vittori.
4. Cosa vorresti apportare alla FIRL?
P.B.: Mi piacerebbe pensare di portare un sviluppo sulla tecnica individuale di base e di aiutare a capire lestrategie di gioco e gli schemi di gioco.
5. Cosa pensi del futuro della FIRL?
P.B.: Rischiando di ripetermi, penso che il futuro della FIRL sia molto buono, ero molto lieto e sorpresodallo standard della squadra italiana che ha giocato in Galles e da quella che ho visto giocare (in video)contro la Serbia (European Cup 2009)

Quella religione chiamata rugby

Marco Pastonesi (La Gazzetta dello Sport) è in assoluto la penna più bella del rugby. Da leggere e rileggere.

Larrivière-Saint-Savin è un villaggio, un campanile e una chiesetta in Aquitania, nel profondo sud della Francia, dove si respira Atlantico e Spagna.  La chiesetta era un antico oratorio romano, eletto sacrestia della parrocchiale: demolita la parrocchiale, la chiesetta venne trasformata in cappella. Si chiama Notre-Dame-du-Rugby, nostra signora del rugby. In una delle vetrate, sotto la figura centrale della Vergine Maria, è dipinta una mischia. In un’altra vetrata, Maria conforta un giocatore ferito. E in un’altra vetrata ancora, la Madonna tiene fra le braccia Gesù, che ha fra le mani un pallone da rugby. In un’altra immagine, ai piedi della Vergine e del Bambino, i giocatori saltano in touche e il Bambino lancia il pallone. Catechismo ovale. La chiesetta di Larrivière-Saint-Savin è meta — il termine suona perfetto — di pellegrinaggio: ogni anno circa 12 mila persone, mille per mese, 30 al giorno, ovviamente più d’estate che d’inverno, visitano, venerano, ammirano, e anche pregano. Neogotica, di pietra nuda, Notre-Dame-du-Rugby è stata voluta non dall’International Board e neanche da un munifico e immaginifico sponsor, ma da un frate, l’abate Michel Devert, che riteneva il rugby come il migliore catechismo. Devert si è convertito all’ovale nel 1963, quando tre giocatori del Dax morirono in un incidente. Fra loro, anche Raymond Albaladejo, di una dinastia rugbistica. Quattro anni di lavori, e l’inaugurazione del vescovo di Dax. Da allora il rugby francese si è così preso a cuore la chiesetta da trasformarla nella sua Basilica di San Pietro.
Che il rugby sia una religione, i rugbisti lo sanno, lo sentono e lo tramandano. Non è un caso che l’uomo che introdusse il rugby in Galles, nel 1850, 27 anni dopo la storica trasgressione di William Webb Ellis (che corse con il pallone fra le mani invece che prenderlo a calci), fu un reverendo, Rowland Williams, del St. David’s College a Lampeter. Non è un caso che, sempre in Galles, e adesso anche nella pubblicità, si recita che il rugby è lo sport giocato in paradiso. Tant’è vero che il Millennium, lo stadio di Cardiff, ha il tetto apribile in modo che — così si predica — anche Dio possa guardare le partite. Stessi sentimenti e stesse preghiere anche dall’altra parte del mondo. In «L’arte del rugby» lo scrittore neozelandese Spiro Zavos spiega che «giocare e guardare il rugby era la nostra religione. I terreni dai quali seguivamo gli incontri erano le nostre cattedrali. I campi dove guardavamo giocare le squadre locali erano le nostre cappelle. I giocatori più bravi erano i santi e i teppisti avversari i peccatori. Gli arbitri che davano una punizione contro erano diavoli. Il grido di “Black! Black! Black!” che proveniva dagli spalti sotto forma di potente ruggito era la preghiera della Nuova Zelanda». E ancora: «Conoscevamo l’agiografia di tutti i più grandi giocatori: sapevamo come Bert Cooke, il piccolo, elettrizzante centro degli Anni Venti, un giocatore geniale, si infilò delle bottiglie di birra nelle tasche del cappotto per arrivare a pesare 60 chili».
La religiosità del rugby, o forse il rugbismo della religione, sta innanzitutto nei valori, quelli che fanno la differenza nella vita, e anche nello sport. Chiedete a qualsiasi giocatore di qualsiasi latitudine, livello e club, quale sia il valore numero 1, cioè il primo comandamento: vi risponderà «il rispetto». Il rispetto delle regole: non tanto quelle scritte — solo gli arbitri le hanno lette e studiate, costretti — ma quelle orali, quelle che s’imparano, a proprie spese, sul campo. Come subire maltrattamenti quando ci si trova in fuorigioco, semplicemente perché non si è autorizzati a essere lì. L’arbitro lascia correre, o finge di non vedere, o è il primo ad approvare. E come regolare i conti: un colpo proibito viene restituito silenziosamente alla prima occasione. E sulle tribune, si commenterà «well done», ben fatto. Il rugby appare come una religione monoteista, l’Ovale, in una terra promessa, Ovalia. Vanta un linguaggio e soprattutto un codice. Crea una ragnatela di legami e un senso di appartenenza. Più setta che popolo, più fedeli che seguaci, più fede che filosofia. Una volta battezzati, si rimane rugbisti per sempre. L’arbitro, a suo modo un missionario, deve salvare e salvaguardare lo spirito del gioco: non è uno spirito santo, e spiritoso in senso comico e alcolico lo diventerà solo finita la partita, nel terzo tempo. Lo spirito del gioco è durezza e ignoranza, è scontro e impatto, è lotta e battaglia, ma dentro i confini del regolamento. Aggressività non significa violenza. La frontiera è sottile, la terra di nessuno non esiste. Nell’alto livello, il professionismo ha elevato l’aspetto fisico e muscolare. E i rischi – di questo tutti i rugbisti sono consapevoli – esistono.

La promessa di Mallett: “Vinco e resto”

Andrea Buongiovanni per La Gazzetta dello Sport

Nick Mallett naviga a vista. Il suo mare è un computer della ristrutturata hall della Borghesiana, tradizionale quartiere generale della sua Nazionale, il et . sudafricano «rema» da un sito all’altro. Forse a caccia di notizie sul suo futuro. Nel Sei Nazioni al via, si gioca tutto. I più sostengono che, dovesse andar male, il francese Jacques Brunel, sostituto designato, arriverà sulla panchina azzurra già dopo il Torneo. Altri che, comunque vada, il passaggio di consegne avverrà al termine della Coppa del Mondo, in ottobre. Lui, però, passionale come e più di un italiano, di abdicare non ha alcuna intenzione. Mallett, con quale stato d’animo si appresta a vivere questa nuova avventura? «Sono sereno e motivato. Con la coscienza pulita e la certezza di avere giocatori e staff dalla mia parte». E il presidente Dondi? «Anche: con me è sempre stato corretto». Però ha già pronto il suo successore… «Quando ho letto che Brunel aveva firmato un quadriennale, gli ho chiesto chiarimenti». Li ha ottenuti? «Ha ufficialmente smentito e gli credo. Così come capisco che abbia dovuto guardarsi in giro per tempo. Anche perché forse io, a novembre, non sono stato chiarissimo». In che senso? «Mentre sul mio conto giravano voci infondate, per esempio quella che voleva fossi stato contattato dai Saracens, non ho subito specificato che era mia intenzione rimanere a guida dell’Italia». Perché non lo ha fatto? «Volevo riflettere insieme alla mia famiglia. Sono fortunato: potrei permettermi di stare a far nulla. Ma ho 54 anni, mia moglie non mi vuole a casa, mi ha minacciato… E amo troppo il rugby per restarne lontano». Perché insistere con l’Italia? Per lo stipendio? «No. Per non lasciare a metà dell’opera». In Inghilterra le hanno offerto il prestigioso ruolo di supervisore di tutte le Nazionali e uno da commentatore televisivo… «Non sono uno da riunioni e mangiate. Sono uno da campo. E con Skyil discorso è aperto: ci risentiremo in autunno». Ma uno come lei, che ha vinto tutto, non é stufo di perdere tanto e ricevere critiche? «Di questi ragazzi sono orgoglioso e all’ambiente mi sono affezionato. Sto bene, qui. Ci sono molti margini di crescita e i bilanci della mia gestione si possono leggere in tanti modi». Cosa intende? «Non basta confrontare la mia percentuale vinte-perse con quella di chi mi ha preceduto. Nelle “mie” 31 partite, abbiamo affrontate 10 volte le tre grandi dell’Emisfero Sud, sei volte all’estero, subendo solo una volta più di 34 punti. In casa con la Nuova Zelanda e in Sudafrica abbiamo subito i minori scarti nella storia degli scontri diretti. Abbiamo vinto in Argentina, abbiamo battuto la Scozia due volte su tre, per la prima volta abbiamo superato Samoa». Però, in tutto, ha vinto cinque volte… «Ma misurandoci quasi sempre con formazioni meglio piazzate nel ranking mondiale. E, poi, soprattutto, occorre essere realisti e pensare al vero valore del movimento: le due franchigie, nelle ultime quattro uscite, complessivamente hanno subito 28 mete». Troppe, non crede? «Fosse quello il nostro livello, poveri noi. Si dev’essere trattato anche di un problema di motivazioni. Ma garantisco: in Nazionale nessuno s’è mai tirato indietro». Non si imputa alcun errore? «Certo, in oltre tre anni ne ho commessi diversi. Ma sempre per andare a caccia di soluzioni a determinati problemi». A proposito; parte il Sei Nazioni e la terza linea, con Mauro Bergamasco, Derbyshire, Barbieri, Vosawai e Favaro infortunati, è decimata… «In touche non dovremo aver problemi, anzi. Ma rischiamo di soffrire nel gioco a terra». Ha fiducia in Burton-Gori? «L’assenza che si avvertirà di più è quella di Gower, per l’esperienza e in difesa. In questo momento il limite maggiore è che tutti i miei mediani, nei club, hanno pochi spazi. Ma sulle loro qualità non ho dubbi. E poi abbiamo McLean, un giocatore sottovalutato che col suo piede sinistro ci aiuta a risolvere molte situazioni». E’ vero che un’Irlanda così debole, dati i tanti forfeit, non s’è mai vista? «Chi pensa così, ragione da arrogante. Questa Nazionale è figlia di Leinster e Ulster, franchigie promosse ai quarti di Heineken Cup e del Munster leader in Celtic League. Sommiamoci la loro storia: il resto sono chiacchiere». Arrivederci o addio? «Non sono pronto per la pensione»

Sei Nazioni: la preview del torneo

Valerio Vecchiarelli su Il Corriere della Sera

Il piacere dell’imprevedibile, il computer dell’International Board che dà i numeri per mettere in fila le regine del ranking ovale e il Sei Nazioni che si diverte ogni volta, come un informatico virus maligno, a sovvertire pronostici, riscrivere gerarchie, inventare novità. Impossibile fare pronostici, basta guardare al recente albo d’oro che negli ultimi tre anni ha consacrato tre vincitori diversi con tanto di Grande Slam Galles, Irlanda e Francia Con l’Inghilterra che quest’anno punta ad allungare la lista della dorata alternanza Inghilterra. È da sempre, la squadra che più di tutte rispetta il gioco, si sente la padrona dei sacri testi ovali e ogni volta cerca di dare un senso a questa convinzione. Mai un volo di fantasia, mai un azzardo per tradire un gioco didascalico costruito sulla forza della mischia, la solidità dei tre-quarti e la precisione del calciatore. Della fantastica macchina da guerra che nel 2003 vinse la Coppa del Mondo in campo è rimasto solo Mike Tindall (con Wilkinson e Worsley in panchina) il tre quarti centro che questa sera al Millennium Stadium di Cardiff festeggerà il suo debutto da capitano (alla presenza numero 67) dopo aver annunciato ufficialmente al mondo il suo ingresso nella famiglia reale: sposerà la principessa Zara Phillips, figlia della principessa Anna. In autunno a Twickenham contro l’Australia ha giocato una partita esemplare, bella al punto da non sembrare reale. Da lì vogliono ripartire, puntando sull’estro versatile di Ben Foden, l’estremo tutto talento che sogna di giocare mediano di mischia 1 punto debole resta la mischia che lo scorso anno vinse solo il 78% delle proprie introduzioni, la peggior statistica dell’intero Sei Nazioni. Francia. Gioie e dolori, tutto e niente, è l’unica squadra europea capace ogni volta di trasformare in lutto il nero degli Ali Blacks, ma anche di perdersi dietro alla propria grandeur. L’autunno dei test è stato devastante per il tecnico Lievremont che la stampa transalpina ha spesso accostato al collega Domenech per l’incapacità di fare una scelta e percorrerla fino in fondo. Troppe rivoluzioni, mai un assetto costante, uomini e ruoli infilati nella centrifuga dei cambi, tantissimi giovani un giorno esaltati a ruolo di nuovi eroi, un altro bruciati sull’altare dell’inesperienza Approda all’avventura dopo aver collezionato un Grande Slam esaltante, figlio del talento e della capacità di unire la solidità di una mischia spietata alla fantasia tutta bollicine di tre-quarti abili come nessun altro nell’inventare gioco dal nulla L’orco Chabal, il più mediatico dei giocatori di rugby, partirà dalla panchina e così sarà sulle spalle di Morgan Parra, il mediano di mischia dal piede d’oro, il peso di guidare la squadra alla resurrezione. Ha un punto di forza in Thierry Dusautoir, il capitano terza linea, che non fallisce un colpo. Lo scorso anno durante il Torneo il suo curriculum di cacciatore di teste fu impressionante: 45 placcaggi efficaci su 45 tentati. Spietato. Galles. Ogni gallese è nato, o è stato concepito su un campo da rugby. Negli ultimi tempi a Warren Gatland, il tecnico neozelandese cui sono state affidate le chiavi del patrimonio nazionale, sembra però essere sfuggita di mano l’ortodossia del gioco. Il Galles è la squadra più divertente da ammirare rincorrere il vento, ma anche la più imprevedibile e meno rigorosa che ci sia nel pianeta ovale. Ha in Shane Williams l’ala che impersona il nonsenso del rugby moderno, minuscolo ma capace di segnare mete come nessun altro in attività (53). Il tallone d’Achille si annida in una mischia, complici gli infortuni dei piloni Adam Jones e Gethin Jenkins, che non riesce a reggere l’urto delle macchine da guerra avversarie. Una statistica illustra la sua filosofia di gioco: nel Sei Nazioni 2010 ha percorso più metri (452) palla in mano e conquistato la linea del vantaggio più volte (114) di ogni avversario. Un’abilità cancellata dalla facilità con cui concede mete. Manda. Frastornata da una serie impressionante di infortuni, la squadra che due anni fa rese orgogliosa una nazione regalandole dentro al Croke Park, il tempio della tradizione gaelica, un Grande Slam che mancava dal 1948, inizia a pagare dazio al logorio della moderna vita rugbistica H gruppo è solido, sempre quello da anni, un ciclo dorato che inevitabilmente vedrà la fine alla Coppa del Mondo neozelandese. H suo leggendario capitano, Brian OTMscoll, sembra vivere una seconda giovinezza agonistica e dopo anni di dedizione alla causa ha scelto di sostituire in regia il genio organizzativo di O’Gara con la spensierata gioventù di Sexton. Ha tre-quarti che intuiscono il gioco prima degli avversari, una seconda linea gigantesca e una difesa spietata lo scorso anno finì in cima alla lista dei placcatoli, fallendone solo 5 per gara Scoria. È la mina vagante del Torneo, la più in ascesa dopo aver conosciuto anni di piombo legati all’incapacità di scendere a patti con la novità del professionismo. La maniacale ossessione organizzativa del tecnico inglese Andy Robinson sta dando risultati. Per lui il chiodo fisso è battere la sua Inghilterra e conquistare la Calcutta Cup; intanto si è circondato di uno staff d’eccezione (tra cui, allenatore della mischia, l’italiano Massimo Cuttitta), ha vinto 5 delle ultime 6 partite internazionali portando la Scozia al sesto posto del ranking mondiale, miglior posizione di sempre. Inizierà la sua avventura a Parigi e se dovesse applicare il diktat del tecnico che ha chiesto «una battaglia crudele», potrebbe rivoluzionare le previsioni. Lo scorso anno è stata la migliore in touche (94% di conquista), segna poche mete e ne incassa di meno. Il suo gioco utilitaristico ha nella precisione del calciatore Dan Parks la sua ragione di esistere. Italia. Finito il periodo di apprendistato è di fronte all’anno della verità. Per la prima volta si presenta al via allineata, in fatto di organizzazione, agli avversari, con i giocatori rodati dall’esperienza in Celtic League e dall’abitudine a vivere a ritmi forsennati. Vorrebbe uscire dall’incubo delle belle sconfitte e iniziare a mettere in fila qualche brutta e sporca vittoria. L’obiettivo resta quello di evitare il cucchiaio di legno e per centrarlo punta molto sulle sfide interne con Irlanda, Galles e Francia Paga le assenze di giocatori chiave come Craig Gower e Mauro Bergamasco, lancia nella mischia la gioventù di Gori e Benvenuti e trepida per capire se Sergio Parisse, il suo leader, potrà stringere i denti, dimenticare il dolore per la lussazione del mignolo e guidare la Mike Tindall ‘ squadra al più bel Sei Nazioni di sempre. Sa che per vincere deve fare tutto alla perfezione e sperare di sfruttare una giornata storta degli avversari. La mischia è di valore mondiale, i tre-quarti il punto dolente. Per gli altri è la più seria candidata al cucchiaio di legno. Una convinzione che è arrivato il momento di smentire.

Riti e segreti del clan azzuro

Raul Leoni per Il Corriere dello Sport

Il traguardo è la meta, il sogno la vittoria. Ma il gruppo azzurro è una realtà a metà strada tra la famiglia e la catena di montaggio. Una giornata piena, nella quale la tecnologia va a braccetto con la sofferenza, l’allegria con la concentrazione, il lavoro con lo svago e il riposo. Dimenticate i miti del rugby d’antan, le intemperanze a tavola o col boccale in mano come i discorsi strappalacrime dei grandi capitani. Ormai fanno parte del passato. Una qualità del rugbista, tuttavia, non passa mai di moda: la resistenza al dolore e la capacità di soffrire. Perché, come ricorda il dottor Simone Porcelli, tra gli ultimi acquisti nello staff azzurro, «un calciatore bisogna convincerlo in tutti i modi che è pronto a rientrare dopo un infortunio, mentre non c’è verso di far capire ad un rugbista che deve uscire quando non è in condizione di rimanere in campo». La giornata del rugbista azzurro comincia di norma già alle 7, massimo 7.30. Solo il capitano e il vicecapitano hanno il privilegio della camera singola. La “rooming list” è di assoluta competenza del team manager. Gino Troiani, anche lui nuovo del ruolo ma con una lunga militanza in azzurro da giocatore, ha le sue convinzioni: «La routine uccide lo spirito di gruppo». Più o meno quello che si dice nei consultori familiari. Per qtiesto la rotazionè’dèlle^coppiè,; da Tina”seP” ‘ timana all’altra, è regola. Controllo del peso supertecnologico vasche a 4-8 gradi regole molto rigorose. E chi sgarra paga: Mirco Bergamasco è il giudice, Dellapè il barbiere, Canale il cerimoniere. E le stanze sono… miste Più che l’affinità di ruolo, in una Nazionale multilingue è uso che gli anglofoni vadano in stanza con gli italiani doc. Ecco perché, ad esempio, Geldenhuys fa coppia con Derbyshire (toscano a dispetto del cognome). E poi veterani con i nuovi, talvolta con ottimi risultati: il “vecchio” Lo Cicero se la intende alla grande con il deb Gori: «E’ un ragazzo che ama leggere e tenersi informato, un piacere discutere con lui su ogni argomento». Prima di colazione, alle 8, c’è la pesa. Ma non è più tempo della pedana da camera e del tabellone con nomi e chili affidati alla pubblica fede. Il professionismo ha le sue esigenze: bilancia ad altissimo tecnologia, che in un sol colpo fornisce peso corporeo, massa grassa e massa magra. Eh sì, difficile sgarrare: fin dalla prima colazione. Ma l’aspetto nutrizionale, visto il dispendio energetico che può superare le 5000 calorie al giorno, va tenuto presente. Gli azzurri, oltre ai tre pasti principali, si concedono due snack per spezzare l’allenamento: ma gli sportivi con le merendine in mano si vedono solo in tivù. «In realtà – chiarisce il dottor Porcelli – si tratta di snack salutari: toast, prosciutto, parmigiano, frutta e succhi». Nei pasti principali, invece, pasta e carne la fanno da padroni: poco gettonato il pesce. Nel programma tipo ci sono due sessioni di allenamento: la mattina, grosso modo dalle 8.30-9 alle 12, e il pomeriggio tra le 15 e le 18, tenute per reparti con sedute alternate in palestra e in campo. Dopo la seconda c’è l’appuntamento con le famigerate vasche di ghiaccio per favorire il recupero muscolare: «Circa 10 minuti, con l’acqua trai4e gli 8gradi». Anche le riunioni di gruppo o di reparto o le sedute di video-analisi fanno parte del bagaglio della giornata, mentre la crescente esposizione mediatica richiede un incontro obbligatorio con i giornalisti, fissato alle 12. La conferenza stampa del giovedì, con l’uscita della squadra, provoca fremiti solo nelle redazioni: «Salvo infortuni, i giocatori conoscono la formazione fin dal primo allenamento del lunedì». Per i rituali di iniziazione dei debuttanti il “gran cerimoniere” è Gonzalo Canale, che delega la rasata stile marines al “coiffeur” Santiago Dellapè. Per le mancanze al codice di comportamento ci sono pene severe, con sanzioni pecuniarie che arrivano fino ai 100 euro. Tradizionalmente, il “giudice” più apprezzato è Kaine Robertson. Assente l’ala degli Aironi, il compito è passato a Mirco Bergamasco. «Ma Mirco non è inflessibile come Kaine e soprattutto non è costante: applica le sanzioni a simpatia e solo quando ne ha voglia». Il primo a lamentarsene è proprio Gino Troiani, subito insediatosi da neo-team manager al vertice della classifica dei pluricondannati: «Sto pagando lo scotto del noviziato, ai miei tempi queste cose non esistevano» . Le infrazioni più gravi riguardano i ritardi, l’uso improvvido del cellulare o capi d’abbigliamento non adeguati: gli introiti della “cassa delle ammende” possono essere destinati ad iniziative di beneficenza oppure all’acquisto di beni comuni. Il più recente è la centralina per iPhone, iPod e iPad durante le sedute in palestra: gli azzurri, come tutti i ragazzi di oggi, soffrono della sindrome da Blackberry. Il sabato della partita è ovviamente un giorno particolare: tanto che, su sollecitazione di Sergio Parisse, la tradizionale foto in campo è stata anticipata alla vigilia, durante il “captain’s run” (l’ultima rifinitura). Sembra che l’incombenza guastasse la concentrazione prima del match. A differenza delle squadre anglo-celtiche, gli azzurri non trovano la tenuta di gioco nello spogliatoio, ma ricevono la maglia prima di partire per lo stadio: «E’ un’usanza tipicamente italiana, che conferisce al momento una certa solennità». Altra peculiarità di casa nostra: Parisse preferisce caricare i compagni con gli sguardi e con l’esempio più che con le parole. I discorsi epocali, che hanno fatto la leggenda del Cinque Nazioni, non appartengono alla nostra cultura.