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La difficile arte di scegliere un Capitano
Sergio Parisse sarà ancora il capitano azzurro? Lo sapremo presto, visto che il ct Jacques Brunel potrebbe fare una scelta già al prossimo stage azzurro di fine novembre a Parma, il primo per lui.
Già, ma come si sceglie un capitano? Ce lo racconta questo bello scritto di una psicologa dello sport e mental trainer.
di Claudia Cavaliere
O Capitano! Mio Capitano! Recita l’incipit della famosa poesia di Walt Whitman. E questo dovrebbe essere anche l’incipit di chi vuol creare una squadra di rugby (ma non solo di rugby) vincente. Sì, perché il Capitano non è un ruolo, ma un pezzo importante dell’anima della squadra. Si parla spesso di come si sceglie un Capitano e si dicono anche tante cose un po’ stereotipate. Non mi addentro nel punto di vista tecnico, non è il mio mestiere, ma dal punto di vista psicologico un’idea sulla scelta del Capitano me la sono fatta.
Credo che il buon allenatore il capitano non lo scelga, ma lo “riconosca”. Si tratta di capire chi sono le persone che si hanno in squadra, di conoscerle, di capire cosa le muove. E poi si tratta di leggere esattamente le dinamiche della squadra, di cogliere non solo ciò che viene detto (capire ciò che viene dichiaratamente comunicato non significa essere buoni comunicatori, significa semplicemente essere persone che hanno un buon udito) ma di cogliere il non verbale, le regole non scritte che il gruppo si crea, di cogliere i cosiddetti “segnali deboli”.
Ed è qui che, a mio parere, si sceglie il Capitano. Intanto, se siamo buoni osservatori ci accorgiamo che il Capitano lo sceglie il gruppo. Non dichiaratamente certo, ma ci da dei segnali che sta a noi mettere in fila per fare la scelta migliore. Il rugby, in quanto gioco di situazione, necessita per chi sta in campo di mettere in gioco supporti interiori ed esteriori potenti: perché il rugby è molto veloce e bisogna decidere sotto la pressione esercitata dagli avversari. La comunicazione è ciò che veicola le abilità facilitatrici per la squadra e ad avere il polso della comunicazione in campo non può essere l’allenatore, bensì il capitano.
Il capitano è una delle figure più importanti nel dispositivo generale di una squadra. Il capitano non nasce capitano. Si può pensare che certe attitudini alla leadership siano iscritte nei geni, ma non è esattamente così. Le competenze richieste per amalgamare, regolare e animare un gruppo si possono insegnare e allenare. Ma queste non sono sufficienti per fare un buon capitano, non si può prescindere da un carisma personale che è, quello sì, davvero innato. Requisiti fondamentali per la scelta di un capitano sono l’assunzione delle responsabilità, la capacità decisionale, la comunicazione e tutto ciò che fa di un individuo un “attore” e non uno “spettatore”.
Proviamo ad uscire da una trappola. E’ ovvio che ogni allenatore preferirebbe avere una squadra di amici, ma quando si parla dei compiti del capitano dobbiamo fare un passo avanti se vogliamo evitare un terribile equivoco: il cemento della squadra non è l’amicizia ma il livello di esigenza, di pretesa reciproca e la capacità di mutua valorizzazione. Quando si osserva una squadra ci si rende conto che al suo interno ci sono persone che riescono a dare un impulso maggiore e accade che ad alcuni sia riconosciuta una personalità tale da delegare loro la possibilità di scegliere. E allora accade, che quel Capitano, se riconosciuto e investito del ruolo, diventa un leader che può agire senza bisogno di fare sfoggio di autorità, senza “tirare fuori le unghie”, quasi con “consapevole leggerezza”.
Il leader che agisce con leggerezza è colui che si è affermato, che è riconosciuto, che ha la personalità per potersi affermare. Questa personalità rende il leader consapevole di poter prendere decisioni condivise dal gruppo. E quello che è importante è che quando scegliamo il nostro Capitano stiamo sempre attenti a scegliere chi ha una personalità tale da sostenere le sue decisioni. Il Capitano non è una persona egocentrica ma qualcuno che ha carisma e riconosce il valore degli altri. Il Capitano, se vogliamo usare una metafora è il leone nella foresta, che non ha bisogno di ruggire per far sentire la sua presenza. Il Capitano è la persona che trasmette al gruppo il valore della disciplina che nel rugby non è mai un’imposizione ma è “sapere sempre dove si vuole arrivare”.
Rugby e combine, un rapporto inesistente. Quasi.
Il doping nello sport rimane il fenomeno di maggior rilievo, rappresenta in fatti quasi il 96% dei casi di frode. Le combine sportive rappresentano invece il 3%, solo la metà (l’1,63%) sono legate alle scommesse; mentre l’abuso di informazioni riservate è all’1,5% circa. In altri termini, i casi di doping accertati sono 35 volte quelli di combine, addirittura 60 volte quelli di combine legate a scommesse. Lo dice una ricerca condotta dal CIBS (International Centre for the Business of Sport) della Coventry University e commissionata da Remote Gambling Association (RGA), European Gaming and Betting Association (EGBA) e European Sports Security Association (ESSA).
La ricerca si basa su un unico database in cui sono stati raccolti 2.089 casi di frode sportiva accertati tra il 2000 e il 2010. I casi di doping accertati sono 1998. Quelli di combine invece sono appena 57 (di cui 33 legati alle scommesse, 22 quelli determinati da altri fini), la maggior parte dei quali verificatisi in Europa (30 casi) e in Asia (19). Per quanto riguarda l’Europa, 21 casi riguardavano il calcio (13 quelli legati alle scommesse); seguono le corse ippiche (4 casi tutti legati alle scommesse). Si è registrato un caso ciascuno per basket, corse motoristiche, rugby e tennis, ma solo per quest’ultimo sport la combine era legata alle scommesse. I paesi europei maggiormente esposti si sono rivelati la Gran Bretagna (4 casi di combine legate alle scommesse e 1 non collegato al gioco) e l’Italia (3 casi di combine legata a scommesse e 2 non collegati al gioco); segue la Germania (rispettivamente 2 e 2 casi).
Video: quando gli Ospreys sono stati ospiti dell’ASR Milano
Da Calvisano a Genova per spalare fango: il sostegno della promessa azzurra Castello
Tommaso Castello, attuale centro in forza al Calvisano (e di lui, ex nazionale U20, si parla come di una delle possibili prossime “sorprese” di Brunel), ieri non ha giocato visto che l’Eccellenza osservava un fine settimana di riposo. Come ha passato la domenica? Lauti pranzi, pantofole e tv, visto anche il clima?
No, ha preso la pala ed è andato a Genova, a sporcarsi le mani per aiutare una città in grande difficoltà e che lui conosce bene: è infatti un ex Cus Genova.
Bravo Tommaso!!!
