Inghilterra: suicida un ex nazionale U20

Aveva giocato 19 volte con i Sale Sharks, 7 con la maglia della nazionale inglese U19 e U20. Soprattutto aveva appena 24 anni. Poi il probabile suicidio.
L’Inghilterra del rugby è sotto choc per la morte di Selorm Kuadey, che si sarebbe tolto la vita a causa della depressione in cui era caduto dopo il ritiro obbligato nel 2010 a causa di una serie di problemi alla caviglia.

Oggi BergaMirco è in tv

A chi interessa: oggi Mirco Bergamasco sarà ospite di “Quelli che il calcio”, condotto da Victoria Cabello e in onda a partire dalle 13.45 su Rai2.
Mirco in serata sarà anche a San Siro per assistere al derby di calcio tra Milan e Inter.

Su rugbisti e pallatonda: la lezione di Nigel Owens

“I don’t think we’ve met before, but I’m the referee”. Traduzione: non credo ci siamo mai incontrati prima, ma io sono l’arbitro. (l’articolo prosegue dopo il video)


Sarcasmo e ironia, ma pure la capacità di far pesare la propria autorità senza essere stupidamente autoritari. E scusate il calembour.
Quelle poche parole pronunciate sabato sera dall’arbitro Nigel Owens durante Munster-Benetton Treviso di Pro12 sono già diventate una specie di mantra per il popolo del rugby, specialmente nella comunità del web. Anche perché sono state seguite da una frustata: “This is not soccer”. E qui non credo ci sia bisogno di alcuna traduzione.
Per chi non avesse visto la partita: il mediano di mischia del Benetton Tobie Botes che protesta per una decisione arbitrale e viene redarguito nel modo di cui sopra. Per i non conoscitori del rugby: il direttore di gara ha a disposizione diverse “contromisure” contro le proteste, che vanno dall’ammonizione al giocatore (10 minuti fuori dal campo), a un avvicinamento della palla verso la linea di meta di 10 metri, fino all’inversione della punizione (nel caso di un giocatore che ha ottenuto il fallo ma chiede anche un cartellino giallo per l’avversario, ad esempio). Ma di base c’è comunque il riconoscimento dell’autorità dell’arbitro, una cosa che viene insegnata fin dai ragazzini in su. Insomma, la cultura è questa: non si protesta e non si fa il furbo.
Non voglio fare la solita tiritera sulla presunta “superiorità” del rugby sul pallone. Idioti e presunti furbi ce ne sono pure a Ovalia, come ovunque. Non credo che i rugbisti siano antropologicamente migliori di chicchessia, ma hanno due vantaggi rispetto ai pallatonda: hanno una “cultura” di base che quantomeno condanna certi comportamenti e soprattutto una diffusa riprovazione sociale verso quegli stessi atteggiamenti. Io penso che al calcio manchi soprattutto la seconda. D’altronde quando ci si allena per imparare a buttarsi meglio non è che si può andare molto lontano, e se lo fanno nelle squadre più importanti figurarsi a Canicattì (non ci credete? Guardate qua).
Il fatto è che il mondo del calcio non sembra abbia una gran voglia di cambiare, ed è per questo che a noialtri fa un po’ paura e “temiamo” di diventare quella roba lì. Intendiamoci, a me il calcio piace, però mi sono venuti terribilmente a noia sceneggiate, proteste, gli alibi continui e paccottaglia varia.
Perché nel siparietto Owens-Botes tutti hanno sottolineato l’atteggiamento dell’arbitro, ma pure quello del giocatore non è da meno: una volta redarguito (“tu pensa a fare il tuo lavoro, che io faccio il mio”) non ha più detto nulla. Mi immagino quella scena trasportata su un qualsiasi campo di Serie A e provo a contare quantità e qualità di insulti che l’arbitro avrebbe ricevuto dai giocatori (taccio del pubblico).
E pensate se quei due attori – pubblico e giocatori – avessero saputo che Nigel Owens è dichiaratamente gay…

Calendari 2012: stavolta andiamo in Francia, tra le ragazze del Bordeaux

Qui trovate altre immagini e qualche info…

Video: De Santis ci spiega il passaggio “in avanti”