Rugby e oratori: Asti è già avanti

Questa mattina vi segnalavo l’annuncio dell’accordo tra CSI e FIR per l’introduzione del rugby negli oratori italiani. Bene, ad Asti sono già avanti su questo importante percorso di crescita del movimento.
Dal sito del Junior Asti rugby

E’ di oggi la notizia di un accordo fra l’oratorio Don Bosco di Asti e la società astigiana Junior Asti Rugby ASD per portare al centro estivo salesiano un loro istruttore che terrà lezioni di rugby.
Questa collaborazione si aggiunge a quella con  il centro estivo del New Country, e, a detta dei dirigenti, altri ne seguiranno. La Junior getta le basi quindi per una ripresa lanciatissima delle attività sportive 2011/2012 che li vedrà protagonisti negli oratori di alcune parrocchie cittadine, senza dimenticare ovviamente le scuole.

 

Rugby in oratorio, la rivoluzione è iniziata

A Padova è stato presentato ieri l’accordo tra il Centro Sportivo Italiano e la Federazione Italiana Rugby, un progetto intitolato “Rugby negli oratori”, dalla portata potenzialmente rivoluzionaria. In base all’accordo infatti il rugby entra di prepotenza nei circa seimila oratori italiani, diventando una scelta per bambini e ragazzi al pari di basket, pallavolo e ovviamente calcio.
Nella città veneta erano presenti Marco Illotti, presidente del comitato padovano del CSI, il coordinatore tecnico FIR Francesco Ascione e due azzurri U20 attualmente impegnati nel Mondiale di categoria in corso proprio in Veneto: Alex Morsellino e Jacopo Bocchi.

“Dopo una prima fase di formazione dei tecnici CSI e di avviamento alla pratica non agonistica (che si concluderà entro l’anno) – ha dichiarato il prof. Ascione – nella primavera del nuovo anno avverrà la vera fase di integrazione tra i neofiti proveniente dagli oratori e le società individuate dalla FIR. Poiché attualmente le strutture messe a disposizione dal CSI non sono concepite per la pratica del rugby, la FIR farà partire entro l’estate un monitoraggio dei centri sportivi individuati”.

Da settembre il CSI lancerà la campagna “+rugby” in tuta Italia, con un bando che sarà presentato ad inizio della nuova stagione e che motiverà i comitati territoriali di ogni parte d’Italia a promuovere manifestazioni sportive a cui prenderanno parte società di ambito oratoriale.

Opinioni e nubi poco azzurre su un pomeriggio di rugby

Alberto Pellegrini per Il Giornale di Brescia

Gli azzurrini raccolgono l’affettuoso applauso dello stadio Monigo di Treviso ed escono dal campo pesti e umiliati. Intanto sei o sette Baby Blacks approfittano per fare riscaldamento, sì proprio flessioni e scatti. E non sono rimpiazzi che non sono entrati in campo, hanno giocato almeno metà di questo match contribuendo a distruggere la fragile Italia.
Ma questa è la differenza. Quando si tratta di Campionati mondiali, è ormai consolidata
tradizione che i tutti neri rifilino una settantina di punti agli azzurri. Sarà che siamo agli antipodi. Finisce così, un po’ mestamente, un pomeriggio di rugby complessivamente meraviglioso, anche per il pubblico che ha affollato lo stadio di Treviso e che prima di
vedere i piccoli neozelandesi (si fa ovviamente per dire) si sono goduti un bellissimo
match, sempre sul filo del rasoio, tra Inghilterra e Irlanda, con gli inglesi alla fine vincitori per 33-25.
Per l’Italia guidata dal coach Andrea Cavinato invece non c’è stata proprio storia e ancora
una volta il nostro rugby esce male da questi incontri internazionali. Il gioco messo in campo dagli azzurrini, pur con qualche buona individualità (il bresciano Palazzani più volte in evidenza anche se un po’ confusionario) è apparso molto, ma molto al di sotto, non tanto degli All Blacks, che si sapeva, quanto rispetto a inglesi e irlandesi: giocano meglio di noi, si muovono in campo con una sicurezza e con gesti atletici da manuale, mentre gli azzurrini
sembrano sempre più impacciati e inadeguati.
Ma questo è il rugby italiano, anche Under 20, e rispecchia un movimento che ha più
problemi che talenti, che non ha né i numeri, né la scuola né tanto meno l’organizzazione
per competere con le squadre dei maestri, siano di questo o dell’altro emisfero.

IRB: pubblicato il Rapporto annuale 2010

Sul sito del board internazionale è disponibile il Rapporto 2010. Lo stato dell’arte della federazione internazionale circa lo stato di salute del movimento ovale. Certo, un documento non proprio obiettivo forse, ma comunque 96 pagine da sfogliare e da cui partire per ogni ragionamento e/o critica. In copertina la Nuova Zelanda femminile in festa dopo la vittoria iridata dello scorso settembre. Chissà se tra un anno ci saranno i loro connazionali del sesso forte…

PER SFOGLIARE L’ANNUARIO IN VERSIONE PDF CLICCATE QUI

Maurizio Mondelli, ricordo di un presidente

La rubrica “Mischia aperta” di Antonio Liviero su Il Gazzettino di oggi

Oggi pomeriggio a Roma il rugby dà l’addio a Maurizio Mondelli, spentosi sabato all’età di 76 anni. Con lui scompare un dirigente storico, l’uomo che ha portato l’Italia nel Sei Nazioni. Dall’84 al ’96 fu il presidente della Fir. Dodici anni di governo, superato solo dall’attuale presidente Giancarlo Dondi, che il prossimo 21 settembre compirà 15 anni di mandati. Ingegnere romano, rapporti stretti col Coni, della cui giunta ha fatto parte, Mondelli era il delfino del presidente Fir Aldo Invernici. E con il Veneto e la Lega dei club ebbe scontri feroci. Alla sua elezione è legata la grande spaccatura della regione leader del rugby, una divisione drammatica nel periodo delle forti rivalità tra Padova, Rovigo e Treviso, che di fatto dura ancora a distanza di quasi 30 anni. E che ha sempre impedito una presidenza veneta. Nell’84 il grande rivale di Mondelli era il rodigino Giancarlo Checchinato, appoggiato dal Benetton e dal Milano ma non dal Petrarca. Si sentiva forte del 10% delle deleghe ma finì sotto inchiesta per aver versato l’equivalente di una muta di maglie al Cus Roma in cambio del passaggio al Rovigo dell’azzurro Claudio Tinari. Le regole del dilettantismo non lo consentivano e tre gradi di giudizio in 20 giorni (un record) lo portarono a una squalifica di 2 anni e 4 mesi. Gli subentrò in extremis come candidato Arrigo Manavello che perse la sfida per una manciata di voti. Racconta l’ex presidente del Benetton: «Ho combattuto a lungo Mondelli, ma devo riconoscere che ha fatto anche cose importanti, ha realizzato molti impianti». Molte critiche riguardavano l’emarginazione dei club. Tuttavia sotto la gestione Mondelli l’Italia ha ottenuto risultati importanti sia a livello giovanile (seconda al Fira del ’94) che di nazionale maggiore. I successi di Coste sono legati al sistema delle borse di studio, un’anticipazione del “professionismo” che trasformò gli azzurri in un superclub prima degli altri. Arrivarono i trionfi storici sull’Irlanda e la Francia che contribuirono ad aprire le porte del Sei Nazioni. Svolta che Mondelli annunciò con un’intervista al Gazzettino nel luglio del ’95. Ma i meriti furono anche “politici”. Nell’87 l’Italia era entrata nell’International Bord, dal ’90 con diritto di voto. E nel ’93 il tecnico italiano di punta, Vittorio Munari, fu chiamato da Keith Rowlands, segretario generale dell’Irb, nella commissione tecnica incaricata delle modifiche al regolamento. Un riconoscimento di grande prestigio sulla scena internazionale. Mondelli spese abilmente i suoi crediti al momento di scegliere il paese ospitante la Coppa del Mondo del ’99. Da una parte Inghilterra e Galles, dall’altra l’Australia, storica alleata dell’Italia. Il voto di Mondelli era decisivo. Sul “Guardian” uscì un articolo che spiegava come l’Italia avesse in mano le chiavi per entrare nel Sei Nazioni: quel voto, appunto. La coppa finì in Europa e pochi mesi dopo il boss del Galles Vernon Pugh, inprocinto di diventare presidente del Board, dichiarò che era tempo di ammettere l’Italia al Torneo.