Nuova Zelanda in fibrillazione tra gioia e incubo-Maracanà

Così un lancio REUTERS racconta l’atmosfera neozelandese all’alba (australe) di un giorno che laggiù aspettano da 24 anni

E’ un’impresa talmente disperata che alla fine potrebbe riuscire. La finale della Coppa del mondo 2011 di rugby, in programma domani all’Eden Park con inizio alle 10 ora italiana, sembra una partita a senso unico, in cui la Nuova Zelanda dovrebbe facilmente sbarazzarsi della Francia. Ma nello sport non si sa mai, come insegna Brasile-Uruguay al Maracana’ dei Mondiali di calcio del 1950, e proprio la paura di fare quella fine comincia a serpeggiare nella patria degli All Blacks, dove tutto e’ stato pianificato affinche’ si verificasse il trionfo della squadra di casa.
In effetti alcune citta’, e non solo Auckland, sono gia’ pavesate a festa e si attende soltanto il fischio finale della grande sfida per dare il via a celebrazioni in grande stile e colossali bevute. Ma sara’ davvero cosi’ oppure ha ragione il ct francese Marc Lievremont (alla seconda finale, dopo quella del ’99 da giocatore) quando dice che ”ce la possiamo fare”?
Sarebbe una delle sorprese piu’ clamorose nella storia dello sport, tenendo conto che una nazionale straniera non vince all’Eden Park contro i neozelandesi dal 1994, quando furono proprio i francesi a battere i Tutti Neri. Che da allora sul suolo patrio hanno perso soltanto un’altra volta, contro il Sudafrica due anni fa a Dunedin.
Numeri che dovrebbero far tremare i Coqs, come anche il precedente della finale iridata giocata, sempre in Nuova Zelanda, nel 1987 fra le stesse due squadre ed appannaggio dei padroni di casa. Ma la Francia, battuta dall’Italia appena sette mesi fa al Flaminio e primo XV ad arrivare alla finale mondiale con alle spalle due sconfitte nel girone eliminatorio (Nuova Zelanda e Tonga), ed avendo vinto la semifinale esclusivamente con i calci di punizione, fa capire di non aver paura di nessuno, forte della propria consapevolezza di non aver nulla da perde, e del suo ruolo, rivestito in passato, di ‘bestia nera’ della Nuova Zelanda.
Cosi’ la festa alla fine, anche se in pochi ci credono, potrebbe finire in tragedia perche’ nel paese dove in questi giorni sono state dipinte di nero perfino alcune pecore e dove quattro milioni di persone, sparse in un territorio grande come l’Italia, vivono di rugby per 24 ore al giorno (c’e’ stato davvero chi ha praticato l’astinenza sessuale durante il Mondiale in modo da avere piu’ energie per tifare All Blacks) una sconfitta non sarebbe accettata. La Nuova Zelanda del rugby ha alle sue spalle una serie infinita di risultati positivi ma soltanto una Coppa del Mondo in bacheca, e 24 anni dopo, anche sfruttando il fattore-campo, sarebbe il caso di riconquistare il trofeo intitolato a William Webb Ellis ”Per questo dico – ha sottolineato oggi il capitano degli All Blacks Richie McCaw – che quella di domani sara’ la partita piu’ importante della mia carriera, l’appuntamento che non si puo’ fallire. Rispettiamo la Francia, ma non possiamo sprecare un’occasione del genere. L’opportunita’ di disputare una finale mondiale non capita tutti i giorni, e’ cio’ per cui io e tanti altri abbiamo cominciato a giocare a rugby. Ho ripensato ai miei dieci anni di carriera ed ora sono assolutamente determinato a dimostrare cosa posso fare sul campo. Lo stesso vale per i miei compagni”.
Nel gran finale di Auckland ci sara’ anche un pizzico d’Italia: il ‘television match officier’, l’uomo che in caso di dubbio deve guardare le immagini in moviola e assegnare o meno la meta, e’ Giulio De Santis. Per avere in campo gli azzurri invece bisognera’ attendere ancora chissa’ quanto.

Uenuku – Gli All Blacks… a gonfie vele!

di Stefania Mattana

É diventata quasi una moda down under e non solo: mostrate online il vostro supporto per gli All Blacks, e più sarete strani e originali e più diventerete qualcuno.
Loro di certo non avevano bisogno di notorietà, ma guardate cosa si sono inventati per esprimere il loro sostegno ai tuttineri ovali… E come si dice in questi casi, non provatelo sulla vostra barca!

GUARDATE LA CLIP A QUESTO LINK

La panchina della Francia per la finalissima: c’è anche Traille

Lievremont aveva annunciato il suo XV di partenza per la sfida iridata con gli All Blacks qualche giorno fa, lasciando però vuoti gli spazi dei panchinari. I nomi li ha resi noti oggi:

France: 15 Maxime Médard, 14 Vincent Clerc, 13 Aurélien Rougerie, 12 Maxime Mermoz, 11 Alexis Palisson, 10 Morgan Parra, 9 Dimitri Yachvili, 8 Imanol Harinordoquy, 7 Julien Bonnaire, 6 Thierry Dusautoir (c), 5 Lionel Nallet, 4 Pascal Papé, 3 Nicolas Mas, 2 William Servat, 1 Jean-Baptiste Poux.
Replacements: 16 Dimitri Szarzewski, 17 Fabien Barcella, 18 Julien Pierre, 19 Fulgence Ouedraogo, 20 Jean-Marc Doussain, 21 François Trinh-Duc, 22 Damien Traille.

Scelti gli All Blacks per la finalissima. Sarà Storia o (ennesima) delusione?

Graham Henry non cambia e domenica a Auckland manderà in campo dal primo minuto lo stesso XV iniziale che ha battuto l’Australia in semifinale. Eccolo.

1. Tony Woodcock (82)
2. Keven Mealamu (91)
3. Owen Franks (30)
4. Brad Thorn (58)
5. Samuel Whitelock (24)
6. Jerome Kaino (47)
7. Richie McCaw – captain (102)
8. Kieran Read (35)
9. Piri Weepu (55)
10. Aaron Cruden (8)
11. Richard Kahui (16)
12. Ma’a Nonu (65)
13. Conrad Smith (54)
14. Cory Jane (30)
15. Israel Dagg (11)

Reserves:

16. Andrew Hore (61)
17. Ben Franks (15)
18. Ali Williams (72)
19. Adam Thomson (24)
20. Andy Ellis (25)
21. Stephen Donald (22)
22. Sonny Bill Williams (13)

Francia-Nuova Zelanda, parla il TMO (azzurro!)

di Stefano Semeraro per La Stampa

Domenica ci sarà un italiano nella finale dei Mondiali di rugby, il suo nome è Giulio De Santis, e non indosserà nessuna maglia particolare. Perché la finale se la vedrà davanti a uno schermo tv, nascosto in un box dell’Eden Park di Auckland ma in costante contatto radio con l’arbitro e la cabina regia. De Santis, romano, 44 anni, sarà infatti l Tmo, il «Television Match Officer» della finale fra Nuova Zelanda e Francia. L’uomo della moviola che l’arbitro, il sudafricano Craig Joubert, chiamerà in causa in diretta se si tratterà di assegnare una meta incerta, disegnando con le mani un rettangolo nell’aria. Un grande onore per un italiano, e per De Santis una saporitissima ciliegina su una carriera iniziata 25 anni fa proprio per colpa di un All Black. «A 19 anni giocavo terza linea nella S.S Lazio», racconta, «e in prima squadra ero bloccato da Zinzan Brooke, un mito dei Tutti Neri venuto a giocare da noi. Però la passione era tanta, e così, capito che come giocatore non avrei trovato spazio, decisi di fare l’arbitro». Un strada non facile, intrapresa quando l’Italia recitava da parente povero alla tavola ovale. «Dieci, quindici anni fa l’Italia si affacciava al grande rugby, e da arbitro scontavi un po’ il fatto di essere l’ultimo arrivato. Ti ritenevano non del tutto affidabile. Questa mia finale è anche frutto dell’impegno di tutta la federazione italiana e del presidente Dondi. Abbiamo lavorato, studiato gli arbitri, nel 2000 la nostra nazionale era la più penalizzata sul piano della disciplina, ai Mondiali del 2007 siamo stati i più virtuosi. Alla fine quella di domenica è una partita che vale miliardi, e se la Nuova Zelanda non vince, altro che crisi: nel Paese dove esiste persino un ministro del rugby
scenderà la notte».
Una responsabilità non da poco. «Ho un sogno-incubo che mi assale da quando si è palesata la possibilità della designazione», sorride De Santis, «e cioè che allo scadere, con la partita ancora in bilico, arrivi una decisione cruciale affidata al Tmo. Perché nonostante le oltre 20 telecamere, il ralenti e tutti gli ausili elettronici, ci sono casi su cui gli stessi addetti ai lavori si spaccano a metà. La tecnologia, alla faccia di Biscardi, non è la panacea, è solo un sistema che serve per risolvere i casi più eclatanti, e solo quelli che accadono in area di meta, altrimenti il gioco sarebbe continuamente interrotto. Ci sono però situazioni, come certe maul che collassano in area di meta, in cui non scioglie il dubbio, persino gli addetti ai lavori si spaccano a metà, e purtroppo il Tmo non può dire all’arbitro: scusa, fai tu».
Nel rugby il referee ha una dimensione diversa da quella che ha nel calcio, per i giocatori è una vera guida in campo: «E in campo è ancora molto rispettato, mentre l’arrivo del professionismo ha aumentato molto le tensioni pre e post-partita. Qui in Nuova Zelanda poi
la pressione dei media è enorme. A ogni azione un arbitro di rugby di falli ne vede magari dieci, ma deve distinguere al volo fra quelli materiali e quelli accidentali. Deve spostarsi molto, corre 7-8 chilometri a partita e prende centinaia di decisioni. Il Tmo in questo
senso ha un compito più “infame”: se l’arbitro sbaglia 10 decisioni su 200, ha fatto il 5 per cento di errori. Io magari domenica di decisioni ne dovrò prendere solo una. Ma se la sbaglierò rischierò di cambiare la storia un Paese».