Le voci, insistenti, si stanno inseguendo da questo pomeriggio, sempre più forti. In serata Rugby 1823 è uscito con la notizia delle ormai probabili dimissioni del presidente degli Aironi Melegari. Che contatto dal sottoscritto ha dichiarato un laconico “No comment, non posso rilasciare dichiarazioni”. A rendere la giornata di Melegari davvero difficile anche un incidente sul lavoro in uno stabilimento della sua azienda, dove una lavoratrice ha perso la vita.
Le voci comunque sono fondate e altre fonti molto vicine al presidente Melegari mi hanno confermato la sua volontà di dimettersi. Probabilmente nei prossimi giorni ci sarà l’annuncio, dopo che lo stesso Melegari avrà fatto formalmente conoscere le sue volontà al Consiglio d’Amministrazione della franchigia.
A spingere Melegari verso le dimissioni, peraltro per nulla inaspettate, il peggioramento dei rapporti con la FIR divenuti insostenibili dopo le cosiddette “proposte migliorative” del capitolato. Proposte mai giunte da Roma, ne ho avuto la conferma poco fa dai vertici Aironi, e che a Viadana hanno visto e letto dai giornali. Nessun peso o quasi avrebbe invece avuto la volontà di Colorno di sfilarsi dalla franchigia.
Categoria: Cose d’Italia
Soldi e dirigenti-dinosauri che non mollano mai: quer pasticciaccio brutto del Cus Roma
Una storia che tocca anche il rugby. Un po’ lunga, forse, ma molto “educativa”. Purtroppo
di Paolo Piersanti
Roma, 19 marzo 2012 – Denunce, ricorsi in appello, querele, controquerele, anche minacce e lettere anonime. Nei piani alti del Cus Roma, il Centro Universitario Sportivo capitolino, negli ultimi due anni si è consumata un’aspra battaglia, tra istituzioni e governanti, tra Re e Reucci. Una diatriba a ‘mille voci’ come è consuetudine tutta italiana in questa sorta di ‘pasticciacci’, e della quale i più informati sostengono sia stato l’ormai ex presidente degli impianti sportivi capitolini, Alberto Gualtieri – soprannominato l’imperatore, sul trono da ben 41 anni – a causarne, suo malgrado, l’epilogo a suo sfavore.
Galeotto sembra essere stato infatti per Gualtieri il mettersi in rotta di collisione con la sua stessa Federazione di riferimento, il Cusi (Centro Universitario Sportivo Italiano) e il padrone di casa, l’Università La Sapienza di Roma. Nell’intrigata matassa delle ragioni di una annosa diatriba (nata probabilmente sui miraggi lontani di Roma sede delle Olimpiadi di cui il nuovo Villaggio Olimpico avrebbe coinvolto anche l’intero impianto romano, chimere poi definitivamente sfumate con la rinuncia di Monti) è stata incisiva, forsanche scatenante, la relazione ‘tecnico-morale’ che Gualtieri ha inviato a sua discolpa all’Ateneo romano quando si era ormai palesata una situazione deficitaria non più sostenibile, né tantomeno eludibile di cui l’Università legittimamente esigeva il tornaconto.
Nella sua relazione Gualtieri sosteneva di aver sempre lavorato affinché l’impianto “fosse aperto al Territorio ed alla Cittadinanza… Ci siamo sentiti rispondere – continua Gualtieri – che lo scopo dell’Università non è dare in affitto gli Impianti ma far fare l’attività agli studenti universitari. Una concezione questa quanto meno antieuropea”.
Pronta e senza mezzi termini la risposta dell’Università: “Nella relazione di Gualtieri la responsabilità della situazione deficitaria della gestione del Cus Roma viene imputata a recenti scelte del Comitato per lo Sviluppo dello Sport Universitario – si legge negli atti della fatidica riunione del Cda della Sapienza in data 25 maggio 2010 – In realtà, già nell’anno 2003 è stato necessario stipulare con il Cus Roma un atto di transazione volto a definire un suo consistente debito pregresso nei confronti dell’Università per complessivi 838.000 euro tra spese di riscaldamento, acqua, energia elettrica ed altro. E’ stata quindi disposta la rateizzazione del debito e negli ultimi anni si è proceduto con investimenti in lavori di ristrutturazione e di riqualificazione degli impianti di Tor di Quinto che sono costati all’incirca 2.832.000 euro”.
E’ l’11 maggio 2010 quando il Rettore Luigi Frati comunica al Cusi l’intenzione di non rinnovare la convenzione per la gestione degli impianti sportivi di Tor di Quinto al Cus Roma. Nel frattempo al Cusi non soffiavano affatto venti di pace nei confronti di Gualtieri, reo anche di essersi ricandidato, avallato dalla Repubblica della Macedonia e non curante del voto contrario della Commissione Federale, alla presidenza dell’European University Sports Association (Eusa, di cui Gualtieri è presidente dal 2005 con mandato attualmente in scadenza). Al presidente del Cusi, Leonardo Coiana – classe ’34, in carica dal 2003 – non resta altro che, sulla base della delibera del Cda della Sapienza, avviare d’urgenza un commissariamento. Ma l’inossidabile Gualtieri tiene testa e, dopo un ricorso all’Alta Corte di Giustizia del Coni, è reintegrato il 3 agosto 2010 e tre mesi più tardi, il 5 novembre 2010, indice arbitrariamente un’assemblea straordinaria nel corso della quale viene ‘eletto’ addirittura un nuovo Comitato Direttivo. La Commissione Federale del Cusi, presieduta da Coiana, avvia quindi un nuovo commissariamento il 15 gennaio 2011 affidando l’incarico questa volta a Mauro Nasciuti (già presidente della Commissione Tecnica del Cusi e presidente del Cus di Genova); l’Università plaude a questo segnale e il 25 gennaio 2011 rinnova per un anno la convenzione in scadenza il 6 febbraio 2011, rinnovandola per una terza volta il 19 gennaio 2012.
Degli ultimi giorni la notizia della definitiva radiazione di Gualtieri dal Cus Roma su disposizione commissariale. Sfumata molto probabilmente anche la sua ricandidatura alla presidenza della Eusa. Questi i fatti.
Ma nel frattempo, all’ombra della tenzone, il Versailles dello sport capitolino si appassiva e perdeva smalto, campi da gioco carenti di cure, spalti fatiscenti, incertezza e confusione. Al capezzale del gigante ferito si avvicendavano i soliti menagrami sproloquiando su improbabili scenari di futuribili domini societari. “La gestione dispotica e comunque non rispettosa dei procedimenti amministrativi stabiliti dalle leggi ha determinato una situazione di ‘stallo istituzionale’ rispetto alla realtà di riferimento del Cus che è l’Università La Sapienza di Roma – puntualizza Coiana nell’unica intervista rilasciata sull’argomento – L’indagine conoscitiva ha rilevato numerose e gravi irregolarità gestionali da parte del presidente Gualtieri. I fondi a disposizione dell’Università per lo sport nella capitale dovrebbero essere usati per attività in favore degli studenti stessi. Ma così sembra non sia mai avvenuto al Cus Roma”. Si può quindi considerare definitivamente scongiurata la chiusura dell’impianto, preoccupazione dei tanti ragazzi, anche non universitari, iscritti nelle varie discipline? “Direi proprio di si – conferma Coiana – E’ stato riavviato uno rapporto di collaborazione con i vertici dell’Ateneo romano, e il Cus Roma tornerà ad essere una realtà importante nel panorama sportivo della capitale. Auspico il ripristino delle normali prassi democratiche che qualsiasi associazione deve sempre garantire. E sono certo che una corretta informazione ai ragazzi sarà tra le prime all’ordine del giorno del futuro gruppo dirigente”.
Il Commissario Straordinario ha ormai terminato il suo lavoro, si appresta a chiudere il suo rapporto finale e lasciare il campo al nuovo corpo dirigente che dalla fine di aprile sarà alla guida del Cus Roma: “Nel prossimo futuro ci si dovrà rapportare in modo strettissimo con gli studenti e con il Comitato per lo Sport presieduto alla Sapienza, su delega del Rettore Frati, dal prof. Maurizio Saponara – spiega il Commissario incaricato, Mauro Nasciuti – E’ evidente che questo atteggiamento negli anni passati è stato sostanzialmente disatteso. L’attenzione dirigenziale del Cus era infatti rivolta più alle attività che producessero lucro, come organizzazione di eventi o altro”. Il Cus Roma con i suoi 97.000 m², centro sportivo giovanile e studentesco per antonomasia, ha una struttura invidiabile che ha attirato in questo periodo di vacatio presidenziale l’attenzione di alcune società sportive (soprattutto di rugby) attualmente senza un proprio impianto sportivo e sotto schiaffo di affittuari esosi e dispotici. Ma se oggi una certezza c’è, è che gli impianti sportivi di Via Tor di Quinto resteranno al Cus.
A tutt’oggi gli spalti fatiscenti del Cus Roma sono l’immagine più evidente del decadimento di una grande struttura lasciata allo sbando; eppure, come conferma lo stesso Nasciuti, dei soldini in cassa, seppur pochi, ci sono sempre stati: “I finanziamenti ministeriali di cui gode il Cus – puntualizza il Commissario – sono stati per il 2011 di circa 250.000 euro. Altri 450.000 euro circa sono stati garantiti dall’Ateneo. Insieme, questi fondi costituiscono circa il 50% del bilancio. Le altre risorse provengono prevalentemente da contribuzioni di soci e dalle convenzioni esterne di uso degli impianti. Dal Cusi riceviamo una cifra di poco inferiore ai 50.000 euro”. Resta il mistero di come, negli ultimi trent’anni, una grande e ambiziosa realtà sportiva abbia potuto vanificare e disattendere i più nobili presupposti dell’Università. “La situazione del Cus era soprattutto molto confusa – spiega Nasciuti – Gli impianti sono stati individuati come possibile fonte di reddito e non come impianti costruiti con fondi ministeriali per essere messi a disposizione degli studenti. E’ stato possibile, a fatica, fare un po’ di ordine. Il risultato è chiaramente tendente all’inversione di rotta, e quindi a bilanci positivi e trasparenti”. Nasciuti indirà l’assemblea generale dei soci entro il 17 aprile p.v. che eleggerà la nuova compagine dirigenziale del Cus Roma per il prossimo quadriennio e che gestirà la rinascita del Cus Roma. Si sta per aprire quindi, e non poteva essere altrimenti, un nuovo capitolo nella storia del grande e inossidabile Cus Roma, primo nucleo sportivo nato nel 1945 dalle ceneri dei Guf di epoca fascista. La nuova gestione avrà il suo bel da fare, tenendo anche conto, questa volta, di un avvicendamento canonico quadriennale. La longeva gestione Gualtieri ne esce, tutto sommato, senza vincitori né vinti. Siamo solo all’epilogo di una vicenda molto romana che, alla stregua del popolare giallo di Carlo Emilio Gadda, non consegna alla giustizia il colpevole: un po’ tutti gli attori della vicenda sono stati in qualche modo correi protagonisti… Per ora, al di là di contorti lambiccamenti, l’immagine attuale è quella di un sipario che sta per scendere e un altro pronto a venire su. Come è giusto, lasciamo le beghe e le brighe del ‘dietro le quinte’ al loro squisito ruolo di gossip da spogliatoi, da spalti o da club-house. A tanti giovani e giovanissimi romani, in fondo, interessa solo che il loro Cus resti in scena.
Aironi e Treviso: ecco tutte le “modifiche migliorative” della FIR
Andrea Passerini per La Tribuna
«Zatta non può dire di non sapere quale sia la riforma del protocollo Celtic e di attendere
comunicazioni: gli è stata inviata il 2 marzo, la conosce bene. Dispiace: come Fir facciamo un ulteriore sforzo per accogliere le istanze delle squadre a beneficio del movimento italiano, privilegiando gli aspetti tecnici a quelli economici, come dire la sostanza delle questioni »
Nino Saccà, vicepresidente della Fir ambasciatore nei rapporti con Treviso e Aironi, mette i puntini sulle «i». La conferma che il clima fra Fir e Treviso è tornato… nuvoloso, dopo la
parvenza di una tregua molto distesa. Ma torniamo alla riforma. Ecco i punti salienti.
Liste e minutaggi addio.
Scompaiono i tabulati delle polemiche e il tetto dei minuti: semplificazione. Rose da 42.
Il forfait. Contributo da 3 milioni: 2 come indennizzo per l’impiego dei giocatori in nazionale, 1 per la soprattassa chiesta dal board della Celtic.
Lo staff gratis. L’unica norma decisa dal consiglio Fir venerdì: comprende 1 o 2 tecnici,
un general manager, un medico, un «fisio» e un preparatore atletico (cadeau da 600 mila euro almeno). Fra i tecnici papabili, anche «Toni» Green.
Permit players. La Fir conferma le norme. Ma consentirà alla franchigia che presti più di
10 giocatori alla nazionale di utilizzare, nel Sei Nazioni, fino a 5 stranieri.
Mercato e trasferimenti. La Fir chiede ai club di venir informata per tempo sui passaggi di giocatori azzurri o emergenti fra le due selezioni. Invoca un e principio di equilibrio nelle distribuzione dei giocatori nei vari ruoli fra le due piazze. Vedi il caso del pilone De Marchi, che voleva venire a Treviso da Viadana. Ma si annunciano casi
anche in terza e nelle mediane.
Giovani. Chi esce dalle Accademie sarà seguito due anni: se però in una franchigia dovessero giocare poco (qui sì torna un minutaggio), avrà diritto a cambiare squadra. Norma per i vari Esposito, Campagnaro, Morisi.
Equiparabili subito italiani. Se una franchigia tessererà eleggibili di interesse nazionale (leggi Ambrosini), essi potranno giocare subito in Celtic come italiani, senza aspettare la convocazione azzurra
Emergenti azzurri, a un passo dalla Nazionale maggiore ma senza paghetta
Una piccola storia, poco importante se vogliamo, ma molto italiana. La nazionale Emergenti è la seconda per importanza dopo quella maggiore, è stata creata per sostituire la “vecchia” Nazionale A. Un luogo dove concentrare un gruppo di giocatori pronti- o quasi – a spiccare il salto di qualità vero. Non solo, è una nazionale “qualificata” a dare eleggibilità a un giocatore nato all’estero: se indossa quella maglia l’atleta è poi legato all’Italia.
Bene, la Nazionale Emergenti ha giocato – e vinto largamente – lo scorso fine settimana a L’Aquila contro una rappresentativa di studenti inglesi. Qualcuno ha sottolineato la pochezza della squadra avversaria. Forse, di certo non era un ostacolo insormontabile, ma fa niente. E poi non si può giocare sempre con i più forti.
A me qui preme solo fare un cerchio solo attorno a un dettaglio, e cioè che agli atleti non è stata corrisposta alcuna diaria ma solo il rimborso spese per raggiungere L’Aquila e per tornare indietro. Nulla di grave, per carità, ma un piccolo risvolto che fa capire quanto ancora lunga sia la strada del professionismo. Anche a un passo dal vertice del movimento italiano.
McCaw e Carter a Treviso, perché è molto più di un sogno
D’accordo, il primo aprile è piuttosto vicino e tutti alla lettura della notizia abbiamo pensato a uno scherzo. Al più a un sogno irraggiungibile. Perché vedere Richie McCaw e Dan Carter con addosso una maglia di un club italiano, ancorché per un periodo limitato di 5 mesi, è roba da quasi fantascienza. Quasi, appunto. Perché in realtà il progetto è molto più concreto e avanzato di quanto non si creda: i soldi – tanti – necessari arriverebbero da alcuni sponsor, Canterbury – la province neozelandese nella quale giocano i due all blacks – è disponibile, i giocatori pure. Intendiamoci, non c’è nessuna ufficialità e in società a Treviso le bocche sono cucitissime, non passa nemmeno uno spiffero, se si chiede qualcosa la risposta è il silenzio più totale e assoluto.
Però qualche rumors c’è, voci che raccontano di una trattativa iniziata parecchi mesi fa e che ora però sarebbe in un momento di stand-by. Non c’è nessun ripensamento in corso da parte dei diretti interessati, ma a frenare è la situazione “politica” italiana. L’incertezza sulle regole della prossima stagione avrebbe spinto Crusaders e Benetton ad attendere l’evolversi della situazione, visto che al momento mancano i presupposti per siglare un accordo quasi pronto.
Ovvio che nella Marca si speri in una rapida soluzione. E non solo per la vicenda Carter-McCaw, ma per la programmazione della prossima stagione: siamo a metà marzo e regna ancora troppa incertezza. Le principali squadre europee sono al lavoro da almeno un paio di mesi per la costruzione delle rose del 2012/2013, in Italia invece le cose vanno a rilento. Treviso ha rinnovato il contratto per due anni a tutto lo staff tecnico, alla fine tutti i “big” richiesti all’estero dovrebbero rimanere (Zanni, Ghiraldini, Cittadini), ma per le altre mosse si attende che la situazione venutasi a creare con la federazione si chiarisca. Al più presto possibile, e comunque è già tardi. Certo, gli Aironi in questo sono messi peggio, ma la cosa non fa felice proprio nessuno. Insomma, se Atene piange Sparta di certo non ride.
Tornando a Carter e McCaw, va da sé che saremmo davanti a un’operazione di livello internazionale dai molteplici effetti. Quello prettamente sportivo, con il portare in Italia due dei più forti All Blacks di sempre quando ancora sono nel pieno della loro carriera. Quello mediatico/commerciale, con stampa e sponsor che per qualche mese letteralmente assedierebbero Treviso.
Ma forse l’aspetto più importante e di lunga durata sarebbe quello pedagogico: per 5 mesi giocatori e giovani in biancoverde potrebbero vivere fianco a fianco, dividere allenamenti e spogliatoi con due dei giocatori più forti degli ultimi decenni. Una fonte di insegnamento che vale molto di più dei (tanti) soldi necesari per portare i due in Veneto. Il vero surplus dell’operazione sarebbe questo.
C’è infine un ultimo aspetto che non va dimenticato, più politico-diplomatico: se l’accordo andasse in porto Treviso “riabiliterebbe” da quelle parti (la Nuova Zelanda) il nome dell’Italia, che dopo la vicenda FIR/Auckland Blues non è che proprio brilli sotto la voce “affidabilità”.
