Stranieri e permit player, ovvero la necessità di una rivoluzione

Prima linea del Munster a Treviso, sabato scorso: BJ Botha, Damien Varley, Wian du Preez.
Prima linea del Leinster, sempre contro il Benetton, una decina di giorni fa: Nathan White, Richardt Strauss, Heinke Van der Merwe.
Due sudafricani e un irlandese nel primo caso; un neozelandese e due sudafricani nel secondo. E stiamo parlando di squadre irlandesi, paese che sforna giocatori di talento con una frequenza e copiosità che dalle nostre latitudini ancora ci sogniamo.
Scrivo questo articolo mentre Treviso e Munster stanno giocando e mi chiedo: perché tutti quegli stranieri? La risposta in realtà è molto semplice: perché la federazione irlandese consente il libero utilizzo di stranieri quando il torneo celtico è “intralciato” dalle nazionali. Cosa che invero succede spesso: quest’anno non c’è stato un mese di novembre occupato dai test-match, ma il mese di settembre e in parte quello di ottobre è stato caratterizzato dalle assenze per i Mondiali. E poi c’è il Sei Nazioni. Insomma, le sovrapposizioni alla fine interessano quasi la metà di una intera stagione. Dunque gli irlandesi possono liberamente utilizzare gli stranieri, eppure la “qualità” del loro movimento non ne risente un granché. Non solo: in occasione di un fine settimana libero da impegni del Sei Nazioni la nazionale ha liberato giocatori del calibro di Ronan O’Gara, senza che il loro rientro ai club di appartenenza venisse accompagnato da raccomandazioni di tenuta a riposo. Poi sul campo la differenza ovviamente si nota.

Certo, noi abbiamo i permit players, ma anche qui ci sarebbe bisogno di una rivoluzione copernicana. Oggi un permit player viene chiamato nel momento della bisogna, aggregato alla squadra celtica per una manciata di giorni e poi rispedito a casa. Vero che così i vari Morisi, Chillon, Pavan o Cazzola possono annusare l’aria del rugby d’altissimo livello, ma per come sono strutturate queste loro chiamate assomigliano più a una sorta di gita-premio. Che male non fanno, intendiamoci, ma quei ragazzi avrebbero bisogno di abituarsi anche a una preparazione quotidiana di alto livello, cosa che giocoforza non può essere quella dell’attuale Eccellenza. Hanno bisogno di essere veramente “formati”. L’ideale sarebbe quindi concedere alle due franchigie di poterli mettere direttamente sotto contratto, di tenerli sempre con loro, allenarli tutti i giorni e – se non utilizzati – di spedirli poi nel fine settimana a giocare nell’Eccellenza. Però questo oggi in Italia non si può fare: dicono che la cosa falserebbe il principale torneo italiano. Ma le due franchigie non dovrebbero essere il traino dell’intero movimento, subito dopo la nazionale? E perché in Irlanda lo fanno? Leinster, Ulster, Munster e Connacht possono contare su rose di circa 60 giocatori. Chi non scende in campo in Pro12/Heineken Cup lo fa nei tornei minori. Che evidentemente non hanno problemi ad essere “falsati”.

16 pensieri riguardo “Stranieri e permit player, ovvero la necessità di una rivoluzione”

  1. il problema nn stà nel falsare i tornei minori…e comunque la risposta è stata già data nell’articolo…in Irlanda non si risente degli stranieri e di permit player in eccesso proprio perchè cmq loro sono in grado di sfornare giocatori che a 21 anni son fatti e finiti mentre noi no…è solo quella la pura verità…quindi non parliamo di regole e in particolare regole più restrittive…che già le regole della fir vedasi quella dell’estremo e dell’apertura è parecchio tirata per i capelli e non sò amissibile fino a qual punto nel contesto internazionale….detto questo… CHI E’ CAUSA DEL SUO MAL PIANGA SE STESSO e guardi nel proprio orticello prima di tutto

    1. quoto, non abbiamo un’ossatura cosi´ robusta da permetterci fiotte di giocatori italiani di alto livello, sicche` poi si va a cercare degli stranieri di altrettanto mediocre livello che non alzano minimamente il livello del campionato

      1. guarda non sono d’accordo.. il problema di fondo è che in italia il rugby è uno sport minore il rapporto purtroppo contro il calcio è nettamente a favore di quest’ultimo di cosa ci lamentiamo?
        Purtroppo i ragazzi anche quando giocano a calcio pensano a soldi e veline, il rugby può dare tutto ciò?
        Ma in fondo siamo italiani.. anche il FIR ha le sue responsabilità.. dovrebbe sponsorizzare il rugby cosa che fa in maniera molto marginale purtroppo

  2. Secondo me hai detto le parole cinque parole magiche: “preparazione quotidiana di alto livello”.
    É sempre la stessa solfa che dico e ridico e ridico e la gente si sarà anche rotta le scatole di sentirmelo proferire/scrivere: all’Italia manca quella professionalità nelle discipline sportive in generale che potrebbe farci diventare davvero dei leader mondiali in tutto.

    Abbiamo del materiale umano straordinario – anche in proporzione al territorio/numero di abitanti – ma pochi strumenti per valorizzarli.
    Metodo, ecco quello che manca. Stiamo recuperando piano piano, spero sempre in una rapida evoluzione degli orizzonti, anche manageriali, dello sport.

  3. Hai centrato uno dei punti deboli del progetto Celtic come è stato sviluppato da noi. Fin da quando si iniziò a ventilare l’ipotesi, la mia speranza è sempre stata quella che si agisse sul “modello irlandese” invece che su un modello misto franchigia-club come il Galles e Scozia. In Galles e in Scozia abbiamo assistito ad assestamenti e club chiusi (i Celtic Warriors, i Border Reivers), a risultati molto discontinui (un Galles capace di passare dal Gran Slam ad annate oscene) e – nel caso della Scozia – a un declino preoccupante. L’Irlanda, nonostante qualche scivolone (vedi 2007, ma non imputabile al sistema in sé), ha sempre ottenuto buoni risultati con costanza, ha saputo organizzare le proprie quattro franchigie in funzione del movimento nazionale, e ha raccolto i risultati. Noi siamo arrivati con già questi esempi davanti e invece di prenderli in considerazione abbiamo deciso di fare di testa nostra, cercando l’opzione per non scontentare nessuno scontentando tutti. A che serve la Celtic League – parlando di far crescere un movimento – se non c’è un interscambio con quello che in UK chiamano grassroots rugby? A far giocare i soliti nomi della nazionale in Italia invece che in Francia? A far giocare una dozzina di giocatori in più in un campionato internazionale? A far fare panchina di lusso ai mediani italiani – tanto c’è un Botes da equiparare? In altri paesi non si fanno troppe pippe mentali come da noi, fanno giocare nazionali neozelandesi nei campionati nazionali quando vogliono fargli fare un bagno di umiltà. E nessuno viene a dire che falsa il campionato. Da noi stiamo ancora a zappare e a lottare per degli orticelli micragnosi.

  4. La differenza sta proprio nel termine ITALIANO di FRANCHIGIA e quello CELTICO: da noi si continua a riempire la bocca con il termine di franchigia, quando di fatto trattasi sempre e solo di un club con i suoi tesserati e le norme che ne regolano la gestione e trasferimenti, Nei Paesi Celtici, invece, la FRANCHIGIA NON è un CLUB, bensì una selezione regolata dalle norme dell’IRB e delle federazioni di competenza. Le Franchigie Celtiche NON hanno giocatori TESSERATI, i giocatori sono tesserati con i club della franchigia di riferimento, la franchigia seleziona un certo numero di giocatori, li mette sotto contratto economico in funzione dell’impegno e della presenza nei campionati professionistici e, quando non li convoca per la partita, li lascia giocare nei rispettivi club di appartenenza.
    Tutto il segreto sta semplicemente qui e lo sto ribadendo da un po’ di tempo (da quando si cominciava a parlare seriamente di presenza italiana nel torneo celtico): i GIOCATORI devono essere TESSERATI con i CLUB che li formano o acquisiscono, qualora ritenuti validi da una franchigia vengono aggregati alla preparazione ed allenamenti di una di esse sulla base di un accordo economico rimanendo tesserati con il club di provenienza (Eccellenza o di Serie A), quando non convocati per la partita del campionato professionistico tornano il week-end a giocare nel campionato del club di appartenenza. In questo modo la Franchigia può fare affidamento su un bacino più ampio di giocatori e in continua evoluzione.
    Il sistema è molto semplice (forse troppo per le nostre “menti”), in questo modo non si inficiano nemmeno i campionati nazionali perchè il giocatore gioca sempre nel club di appartenenza e non dove potrebbe decidere la franchigia.
    Cosa serve per attuare un tale sistema?!?!? Semplicemente che la FIR faccia proprie le norme che già esistono dell’IRB e accettate da tutti i campionati professionistici (Pro12, Heineken Cup), diversamente come vi potrebbero partecipare gallesi, irlandesi e scozzesi???

  5. una soluzione potrebbe consistere nel distribuire equamente i giocatori allenati dalla squadre celtiche fra quelle di Eccellenza, ad esempio con un sistema di draft.

  6. Quoto tutto!!! e in fine dico…noi che siamo l’ultima ruota del carro non possiamo permetterci di andare a battere i pugni e volere un cambio di regole per uscire dalla nostra mediocrità (?), non è così che si livella un torneo come la Celtic, punto secondo è giusto che chi ha il capitale vedasi sempre le franchige irlandesi, visto che si parla di queste, possa sfruttarlo a proprio vantaggio…Sarebbe come se in premiership vietassero ai Saracens di comprare giocatori

  7. se e’ vero che gli irlandesi producono piu’ talenti di noi, se predi in considerazione la prima linea non c’e’ molta differenza tra noi e loro. anzi forse noi siamo piu’ capaci a produrne e quella e’ la nostra forza stroica.

    le finalita’ di Leinster/Munster, e Treviso/Aironi sono diverse. Il nostro primo obbiettivo, che piaccia o no, e’ lavorare per la nazionale, e non per vincere trofei. anche perche’ gli stranieri che hanno loro noi non possiamo permetterceli. chiedi a Munari se Zatta avrebbe volgia di spendere un paio di mln in piu’ all’anno per assicurarsi questi giocatori.

    in piu’ le differenza tra noi e loro si riducono in un paio d’anni. anche le IRFU avra’ regole che centralizzano il controllo sugli stranieri in rosa per le prima Ulster, Leinster e Munster, e si limiteranno ad uno straniero per ruolo per tutte e 3 le squadre. i.e. se Pienaar rimane, nessun’altro puo’ prendere un altro MM.

    sui giocatori che vanno in eccellenza a giocare e’ fattibile? non ti alleni con la squadra ma scendi in campo al fine settimana. e lo spirito di squadra ed intesa con i compagni di reparto come la crei.

  8. gsp..potrei anche esser d’accordo…forse noi produciamo giocatori di prima linea…ma loro anche in altri ruoli…questa è un’altra situazione che arride a loro e penalizza noi…guardiamo in faccia la realtà…e come possiamo sperare di aver una nazionale competitiva se non parti dalla base e la base nn deve essere la franchigia ma le squadre di eccellenza…che dovrebbero essere il serbatoio della franchige ed è giusto che chi non vien covocato con la franchigia si continui ad allenare durante la settimana e che vada in campo in eccellenza è abbiam il coraggio di ammettere che la nostra federazione fa sempre le cose alla Pulcinella

  9. perchè poi alla fine comandano quei non vedenti che pur di vincere la coppa del nonno ostacolano la crescita di tutto il movimento … siamo in Italia: in quante cose vediamo l’egoismo del singolo che frena la crescita della comunità?

  10. senza argentini siamo cosi dominanti?il problema è il professionismo,non ci dovrebbero essere limiti di stranieri se non quelli regolamentari e poi chi merita in campo….

  11. silvano…commento e paragone inutile…ha ragione francesco…noi vogliamo fare i grandi…essere nel giro che conta ma il nostro rugby, mi dispiace dirlo, è ancora a livello pane e salame

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