Quando il rugby si fa furgoncino

Mauro Covacich per Il Corriere della Sera

Cos’è questo nuovo Paese che spinge avanti e non arretra? Che pur non vincendo lotta caparbio senza accampare scuse? Che si mette in gioco come un corpo solo e affronta gli avversari in modo leale, rispettando le regole, anzi, trovando nelle regole nuova linfa per
ripartire unito? Questo Paese è l’Italia, l’Italia del rugby. È difficile non servirsi di una simile metafora stando qui all’Olimpico, ora che fi cielo si è fatto di nuovo di zucchero e nel frastuono roboante del pubblico i quindici ragazzi della nostra nazionale sputano sangue per non perdere con i maestri del gioco. Alla fine, ormai si sa, perderanno. Ma la lezione che arriva da loro oggi è più che mai parlante, anche perché forse l’aria di novità che si respira ci predispone a un diverso ascolto.
Il rugby è lo sport del collettivo. Da solo non farai mai meta, riuscirai nell’intento passando la palla agli altri, avendo cura di loro, voltandoti indietro per assicurarti che siano pronti a riceverla. La palla del rugby è ovale: non rotola, bisogna portarla a mano. Per farlo non ci sono colpi di genio, né colpi di fortuna. Anche per la meta, non si lancia e non si calcia, bisogna premere la palla a terra con le mani e con tutto il tronco. Bisogna esserci, oltre la linea di meta, e solo i tuoi compagni ti ci possono portare. Metro dopo metro, passaggio dopo passaggio. Per questo si chiama football: perché è giocato «a piedi» (non con i piedi), ovvero non appartiene ai dilettevoli giochi a cavallo dei nobili, bensì è il gioco dei fanti, di gente onesta che non ha paura della fatica e si è guadagnata col sudore tutto ciò che ha ottenuto. Non sembrano forse, questi ragazzi, quindici furgoncini di quelli che escono ogni
mattina all’alba verso i cantieri delle nostre città? Furgoncini di  nuova generazione, lavoratori che credono nelle regole, che pagano i contributi ai loro operai e non evadono le tasse.
In questo sport, la cui durezza è seconda solo al gioco degli scacchi, il fair play è una necessità. Il comportamento scorretto infatti può provocare infortuni gravi, o
la morte. Non ci sono trucchi, insomma, ci si affida esclusivamente alla forza e all’intelligenza della squadra. Quale incitamento migliore per una popolazione che ha
sempre creduto nei sotterfugi, negli espedienti, nei privilegi personali? Che l’Italia stia voltando pagina è più che una senso. Guardando la partita era una certezza. Il nostro Paese è in una situazione rischiosa e, almeno a giudicare dal rugby, dove si rischia di più ci si comporta meglio. Il che ovviamente non impedisce le orecchie a cavolfiore, e qui veniamo alle suggestioni estetiche. Nella mischia la seconda linea deve infilare la testa tra l’anca del tallonatore e quella del pilone: l’attrito creato nella spinta massacra le orecchie. Ma chi se ne importa. I rugbisti non si aggiustano la frangetta, non sembrano dei tronisti come i
loro colleghi del calcio: il loro aspetto è il frutto di quello che gli succede lavorando. Come i nostri padri tabagisti e in canottiera, anche loro hanno facce e muscoli in funzione di quello che fanno. Ci suggeriscono un’Italia meno phonata.
«Il rugby è il modo migliore per tenere trenta energumeni lontano dal centro della città», disse Oscar Wilde prendendo una delle più grosse cantonate della sua vita. Ieri sera le squadre in movimento disegnavano gli arabeschi degli storni in volo e chiunque non
fosse privo di sentimenti poteva riconoscerne l’eleganza, l’armonia e sì, anche la grazia. L’Italia del nuovo corso può far tesoro di questi arabeschi, figurazioni dove ognuno ha il suo ruolo e non esiste gerarchia.

14 pensieri riguardo “Quando il rugby si fa furgoncino”

  1. Da persona che ha giocato e segue il rugby, e ormai sono 30 anni, dico che non sopporto questa retorica.
    Soprattutto ora che c’è il professionismo e i giocatori da nazionale non vanno in campo solo per passione, ma perché girano tanti soldi. Niente di male, non sono un purista, è giusto che uno sport tanto impegnativo ad alti livelli sia una professione. Però ‘sta retorica dei valori… Mah.

  2. sarà, ma a me il rugby al miele non va giù, ma li sta a ciascuno giudicare. sarà anche che mi ha fatto incazzare l’mmagine in prima pagina http://www.facebook.com/photo.php?fbid=380372371988633&set=a.185805864778619.53878.112976422061564&type=1&theater ok, siamo uno sport minore, ma potrebbero almeno controllare che i NOMI corrispondano alle FOTO, su un quotidiano nazionale! che poi, potevano benissimo non scrivere nulla, ma la cagata la devono fare…

  3. Scusa Covacich ma noi sian qui da un po’ di anni e prima non eravamo nemmeno professionisti…personalmente dal 1976! Coraggio Covacich se hai scoperto questo sport e ci dei valori così importanti non hai capito una cosa importante: i rugbysti quelli veri non si interessano altro che a quello che succedde in campo ed a quello che serve per andare in campo. Sono anarchici ma ripsondono solo alle regole del gioco! Poi Covacich era un giocatore degglianni 70 nelle fiamme oro: Covachic De Lio Michelutti — Tardi, arrivi tardi, troppo tardi…non so se ce la farai.

    1. Ti sottoscrivo. Non so. Io ho giocato a rugby 14 anni, insomma, niente di che, ma ne ho viste un po’ e so cos’è il rugby. E vedo neofiti decantarmi il 3° tempo, i valori e via discorrendo. L’importante è quello che succede in campo, come hai detto. Il 3° tempo riguarda al massimo i giocatori, se ne hanno voglia in quest’era professionistica.
      Ovvio che il pubblico del rugby sia mediamente più sano rispetto al calcio, ma per ragioni contingenti, non perché il rugby sia una disciplina mistica. Vorrei si parlasse più di formazione, di reclutamento e, soprattutto, che il 6N fosse trasmesso in chiaro come su France2 e non a pagamento su Sky…

  4. Certamente in questo articolo ci sono delle verità ma facciamo attenzione anon idealizzare tutto.Il rugby è uno sport meraviglioso come tanti altri è importante come lo si vive .

  5. A me, personalmente, l’articolo è piaciuto. Visto che, dei successi sportivi da noi si “deve” trarre esempio e sprone, non vedo perché non farlo anche in questo caso dove, oltre e più del risultato, conta l’approccio. Poi, onestamente, parlo come chi il rugby lo segue e non lo pratica, purtroppo

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