Accademie e movimento di base, il dito nella piaga

L’imperdibile rubrica “Mischia aperta” di Antonio Liviero su Il Gazzettino

E’ vero: il rugby è cambiato molto dagli anni Novanta a oggi. Purtroppo in peggio per l’Italia. La nostra Under 19 ha sconfitto due volte l’Inghilterra nel ’90 e nel ’91 e ha pareggiato nel ’92. L’anno dopo è arrivata terza ai mondiali di categoria, e nel ’94 seconda. Nel 2011 siamo costretti a spareggiare con Tonga per rimanere nella fascia A. Abbiamo perso posizioni ma sarebbe semplicistico attribuire ogni responsabilità alle accademie federali istituite a partire dal 2006 col progetto pilota di Tirrenia. In fondo tutte le federazioni ne sono provviste. Tuttavia sarebbe opportuno pensare a un aggiornamento dei contenuti e riconsiderarne modello e funzioni. L’impressione è che la Fir, concentrando l’attenzione sulle proprie creature abbia finito per trascurare la base vitale del movimento. E che i centri di formazione dei club, specie nelle aree più vocate, abbiano finito per sentirsi nel migliore dei casi umiliati ed emarginati, nel peggiore sollevati da un pesante impegno, tanto ci pensa l’accademia. E del resto a volte l’atteggiamento della federazione è sembrato proprio quello del “ghe pensi mi”.

(…) è venuta meno una certa spinta nel reclutamento e ciò ha impedito di allargare la base limitando le probabilità di scoprire talenti naturali. Poi perchè si è prodotto un pericoloso automatismo tra lo stare in accademia e il giocare in nazionale, con l’effetto posto-garantito. Terzo, e di conseguenza: tra le cose che sembrano mancare in Italia a livello giovanile c’è di sicuro la lotta per la maglia della nazionale, che invece è molto dura e aperta in altri paesi come la Nuova Zelanda e l’Inghilterra ma anche l’Irlanda e il Galles.

(..) Come rimediare? Ristrutturando la piramide del movimento. Allargando la base dei praticanti, rilanciando i centri di formazione dei club di Eccellenza e finanziandoli in maniera importante, come accade in Francia, sulla base di parametri precisi (strutture, risultati, qualità della didattica, formazione scolastica). Collegandoli alle franchigie di Celtic che devono poter contare su proprie accademie come accade ad esempio a Limerick e Dublino. Le accademie federali restano importanti. Ma non bastano e non devono assorbire tutte le risorse né sovrapporsi alle realtà di punta del movimento giovanile, per non penalizzarle.

(…) Il tutto andrebbe tenuto assieme da un piano di lavoro comune, ispirato a una linea tecnica condivisa. E magari periodicamente guidato dal miglior know-how oggi disponibile in Europa: non perchè i nostri tecnici non siano all’altezza, ma perchè l’alto livello è incompatibile con l’autoreferenzialità e si nutre di confronto continuo. Utopia?

4 pensieri riguardo “Accademie e movimento di base, il dito nella piaga”

  1. Iniziamo col pensare che i libri per allenatori del minirugby sono rimasti gli stessi da vent’anni se non di più..bisogna incentivare lo scambio con le nazioni a più elevata “rugbyzzazione” se mi passate il termine, non solo delle accademie o dei grandi club ma anche delle anonime squadre dei piccoli centri, favorendo così sia una maggiore visibilità mediatica, sia un processo di apprendimento dalle proprie esperienze.
    Last but not least, basta con tutti sti più-o-meno oriundi che affollano le nostre squadre dalla serie b in su lasciando i giovani nostrani a scaldare la panchina!!
    Non c’è da meravigliarsi se poi si perde pesantemente contro squadre con giocatori neanche ventenni che marcano anche i campi del Super 15!!

  2. Vogliono far giocare l’accademia in seria A . Mi chiedo le società più importanti mandaranno i loro giocatori in Accademia?
    I ragazzi saranno liberi a 18 anni di scegliere dove andare con grave danno alle società più piccole e quest’ultime per tutelarsi dovranno fare contratti ai ragazzini di 16 anni avvicinandoci sempre più al mondo del calcio che fino adesso ci aveva distinto e ci aveva permesso di aver tanto appeal con i genitori.
    STANNO DISTRUGGENDO IL NOSTRO SPORT!!!!!

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