Verona, verso un nuovo stadio. Settemila posti per il rugby

Da La Gazzetta dello Sport

Si chiamerà New Stadium Arena, il nuovo stadio di proprietà del Verona. Il progetto è stato presentato ieri nella sede dell’Hellas: una vera e propria cittadella dello sport con piscine, uno stadio da 7.000 posti per il rugby, tre musei, un auditorium per la musica, naturale sbocco del festival areniano. La società e il presidente Martinelli (che ha subito nei giorni scorsi un delicato intervento chirurgico) puntano dritto su questa opera per garantire al Verona importanti risorse e attirare nuovi investitori. Permessi facili «Molti sponsor hanno già dato l’assenso — ha spiegato l’architetto Monastero che ha disegnato uno stadio ad altissimo impatto tecnologico (il progetto prevede una capienza di 25 mila posti, il tetto richiudibile come la Veltins Arena di Gelsenkirken, il campo di gioco estraibile, 70 sky box) — in un anno e mezzo possiamo avere i permessi, in cinque vedere finita l’onera». Il nuovo stadio gialloblù dovrebbe nascere alla Marangona, in una zona vicino a Verona Sud, un’area pubblica che appartiene al consorzio Zai. Adesso la palla passa al sindaco Tosi che sull’argomento del nuovo stadio è sempre stato possibilista. «Se esiste un’ iniziativa seria — ha spiegato —, che dia sostentamento al Verona e non sia soltanto una speculazione, si può sicuramente parlarne. Adesso aspetto che il progetto di Martinelli venga protocollato

Rugby italiano, tutti i numeri di una crescita

Da Il Messaggero, di Paolo Ricci Bitti

Avesse la cortesia di attendere – un po’, mica tanto – il futuro ancora più luccicante è lì, pronto per essere afferrato dal rugby italiano alla vigilia della dodicesima edizione del Sei Nazioni. È il paradosso della palla ovale italica che continuerà ad allargarsi nell’anno dei campionati del mondo in autunno in Nuova Zelanda: il 2011, conti alla mano (ovvero tesserati, fra iquali frotte di bambini e bambine, club e sponsor) non potrebbe annunciarsi più florido nonostante negli ultimi quattro anni la nazionale, locomotiva di tutto il movimento, abbia vinto appena 5 partite su 31. Sì, gli stadi sono sempre stati esauriti e il et non è stato rimosso: è tuttora il sudafricano Nick Mallett che potrebbe pure arrivare ala fine del contratto post-mondiali prima dell’arrivo del francese Jacques Brunel. Di più, sempre per restare nel paradosso: in primavera non verrà assegnato lo Scudetto come avveniva dal 1929. Sacrilegio? In verità il tricolore finirà sul petto di chi vincerà il Top 10-Eccellenza nel quale però non battagliano quest’anno le squadre più forti, il Benetton Treviso e gli Aironi di Viadana, le franchigie spedite all’avventura anglosassone dela Celtic League ed europea del’Heineken Cup. Una scelta coraggiosa e futuribile, nonché inedita, non solo per il rugby, ma per tutto lo sport italiano: la Federazione si è accordata con i due superclub che hanno assorbito in pratica tutti gli azzurri e gli azzurrabili, ad eccezione di quelli restati all’estero. È insomma la Fir che contribuisce a una quota consistente (attorno al 40%) del bilancio dele franchigie che così hanno mandato in campo contro i migliori avversari del continente i nazionali non più costretti a trotterelare nel Top 10, il “campionato di massima divisione” che per adesso prova a resistere al prevedibile calo di tensione. Così nei 24 convocati ieri da Mallett per il debutto contro l’Irlanda al Flaminio il 5 febbraio (restano 3mila biglietti, su 34mila: http://www.listicket.it) ce ne sono 16 che giocano nele due franchigie, 7 in Francia e uno in Inghilterra. Ma perché alora il futuro luccicante deve attendere un po’? Perché sul piano pratico il progetto che lega franchigie e nazionale non è decolato come previsto: non tanto per i risultati tecnici (6 vittorie su 12 per il Treviso e nessuna per il Viadana in Celtic; una sola vittoria in Heineken, del Viadana), ma perché i due superclub non sempre hanno pensato a far crescere i giocatori del giro azzurro, scartati a favore di non sempre irresistibili stranieri. Vedi il ventenne Edoardo Gori, di Prato, che in novembre ha debuttato in Nazionale senza essere mai stato schierato dal Treviso. O del viterbese Riccardo Bocchino, 22 anni, con ben pochi minuti nel Viadana. Il primo è mediano di mischia, il secondo di apertura: guardacaso la “cerniera” che turba da anni i sogni dei ct dopo il ritiro di Dominguez e Troncon.

Italia “schiava di Roma”? Non al Sei Nazioni…

Chiara Zucchelli su Il Romanista di oggi

La sensazione c’era già da tempo, ieri è arrivata l’ennesima conferma, stavolta ufficiale: il rugby romano, al momento, è tagliato fuori dalla Nazionale. Per la prima volta in 11 anni di Sei Nazioni infatti, nessun rappresentante della Capitale (o, al massimo della regione) è stato inserito nella lista dei convocati per il torneo continentale che scatterà il 5 febbraio, con la sfida all’Irlanda al Flaminio, che si annuncia già tutto esaurito. Una notizia, come detto, già nell’aria, ma che certo non può fare piacere ai rappresentanti del rugby capitolino, nostalgici magari di quella meta di Ciccio De Carli nel 2000 alla Scozia che bagnò l’ingresso azzurro nel Sei Nazioni. Il motivo di questa assenza ha essenzialmente un solo nome: Celtic League. Il perché è presto detto: le due franchigie che disputano il torneo si trovano lontano, a Treviso e Viadana, e le due formazioni romane disputano il campionato chiamato Eccellenza ma che, a conti fatti, viene considerato di serie B. Inoltre, i romani inseriti nel Benetton e a Viadana giocano col contagocce: l’unica eccezione è Ludovico Nitoglia, che però da tempo ha preferito rinunciare alla Nazionale. Per gli altri poche apparizioni: Sepe a Treviso e Bocchino a Viadana vedono la maggior parte delle partite dalla tribuna così come Andrea Pratichetti, al contrario magari di Toniolatti (ora squalificato per tre settimane) e l’altro Pratichetti, Matteo, ma che Mallett ha preferito non chiamare. Picone, ora infortunato, da mesi non viene più convocato, così come Bernabò, che con l’Italia da tempo mette insieme solo apparizioni sporadiche. Diverso è invece il quadro se dalla Nazionale maggiore si passa alla “A”, che affronterà un mini tour in Gran Bretagna affrontando gli England Saxons (la seconda selezione inglese) il 29 gennaio e la Scozia “A” il 4 febbraio: nella lista riemergono compaiono i nomi appena citati e cioè Bernabò, Bocchino, i due Pratichetti, Sepe e Toniolatti. Con loro anche Tommaso D’Apice, il tallonatore della Rugby Roma.

Ritratto inglese dell’orso russo che aspetta l’Italia

Emma Stoney sull’Herald tribune di oggi traccia un profilo della squadra russa, che ha conquistato per la prima volta il Mondiale e che è nello stesso girone degli azzurri.

If you stopped average Russians on the Street and asked them about the country’s rugby union team, the chances are you would be met with blank stares. But those involved in the game in Russia are celebrating the fact that the Bears have qualified for their first Rugby World Cup after finishing second in the European Nations Cup last year. Russia will attend rugby’s showpiece event in New Zealand, which begins in September. Beating the most powerful of its Pool C opponents — Australia, Ireland and Italy — may be the stuff of dreams. But the man who has been integrai to their success so far, Steve Diamond, believes that if the team plays to its potential, it could beat the fifth member of the pool : the United States. “It’s ali about performance,” said Diamond, an Englishman who since 2008 has been Russia’s director of elite rugby and forwards coach. “No country’s come to a World Cup and won a game first time up, and we’ve got Australia, Ireland, Italy and U.S.A. “One of our goals is to score a try in every game. To some people, it seems a bit simple, but if we can do that — we’re obviously not going to pump America up and say we’re going to beat them, but they are our target. “If we’re as fit as them and we play well on the day and they don’t have a great day, then I think we can pulì off a result, which would be massive.” Rugby may not register in the daily lives of many Russians, but their qualification for the World Cup has piqued the interest of rugby fans in general, said the Bears’ backs and skills coach, Henry Paul, a former New Zealand rugby league and England rugby union international. “Being a Kiwi and playing in England for a long time, a lot of people ask and want to know how Russia are going,” Paul said. “They are really, really excited about Russia because it’s such a closed book, and the country was so closed off.” Ranked 18th on the International Rugby Board rankings, Russia is classified as a Tier 2 performance nation by the world game’s governing body. But it has ambitions to change that and to be more competitive when taking on higher-ranked Tier 2 nations like the United States, Georgia and Japan, which thrashed Russia 75-3 in a match last November. It helps that the players involved in the country’s domestic competition are ali full-time paid professionals, even though the league itself is of a lower standard than the high-profile competitions in Europe, like the Aviva Premiership in England or the Top 14 in France. The game in Russia also has the backing of a wealthy benefactor, Vyacheslav Kopiev, who is also the president of the Rugby Union of Russia. Kopiev has paid for a two-week training camp the national team is holding in New Zealand. Kopiev also owns a television network in Russia, which ensures that rugby gets aired during prime time. “We’ve got a conscientious owner and president who is a successful businessman,” Diamond said. “He doesn’t throw his money about, but we go to him with a proposition for how we are going to run the budget for the next 12 months and he’ll say no to some things but will generally agree with what we suggest.” But as with any developing sport, funding from the game’s governing body is cruciai. “Our funding from the I.R.B. is helpful. But we’re a performance nation and we want to become a high-performance nation,” Diamond said. If teams are of a higher standard, they receive more money from the I.R.B. “We get maybe £500,000 off the I.R.B. now, but if we become a high-performance nation, like America or Canada or Japan, we get maybe £2 million, which is a huge amount of money for a team at this standard.” Up to now, Diamond and a fitness trainer, Nigel Ashley-Jones, an Australian, have worked hands-on with the Russian squad for only about 20 weeks a year — usually a week or so before a test, during competitions or during a training camp like the one taking place in New Zealand. The rest of the time, the players are expected to work on programs that have been laid out for them under the guidance of Russia’s head coach, Nikolay Nerush, and the rest of the Russian management team. Diamond will scale back his involvement with the team after next month, when he starts a new job as executive di rector of sports with the English rugbj union club Sale Sharks. But he will stil play some part in the Bears’ upcominj European Nations Cup and Churchil Cup fixtures and at the World Cup. Paul, who joined the group in June plans to immerse himself further in the country’s rugby landscape, working with coaches and players after spend ing just a total of seven weeks with the Russian team in six months and anothei couple of weeks working with clubs ir Moscow and Siberia. “They do need people on the grounc over there, not just coming once everj couple of months and doing a trip,” Pau said. “Working with the teams in the premiership is great, but they have theii own club codes and their own manage^ ment, so it’s quite hard to rock in there and do a session without maybe upset ting what they are used to doing anc what they have been coached to do,” he said. “With the under-20s, it’s brilliant because you ‘ ve got a clean slate.’

Le migliori facce del Treviso. Bilancio di metà stagione

Gli “Oscar” de La Tribuna di Treviso

Individualmente, nel Benetton, i progressi di giovani ed emergenti confermano la qualità del didatta Smith; ma altri Leoni vivono involuzioni sensibili. L’Oscar di metà stagione va assegnato alle seconde linee: Van Zyl è un perno, capitan Antonio Pavanello merita il mondiale, Enrico Pavanello e Bernabò si sono rivelati innesti sicuri. Dietro, il caso più clamoroso è Maddock, oggetto misterioso ormai anche per Smith. Williams in passato aveva espresso ben altra Oscar a Van Zyl e capitan Pavanello continuità. L’exploit di Benvenuti è stato frenato, c’è un Nitoglia recuperato, l’affidabilità preziosa di Sgarbi. In mediana, la verve di Burton. De Waal ha l’attenuante dell’ingresso in corso d’opera, ma sembra parlare una sua lingua. Presto rientrerà Marcato? Dietro il pack, è sceso il rendimento di Botes, una delle chiavi del magico avvio. Nel pack, sofferenze inusitate in chiusa. La giostra dei piloni non funziona più, meglio le terze: Zanni sta rifiatando, dopo uno splendido avvio di stagione Derbyshire cresce a vista d’occhio, e con lui Filipucci. Barbieri e Vosawai pagano dazio pesante agli infortuni, Vermaak alla quota stranieri. Resta la curiosità per chi si è visto poco: Pratichetti, Sepe, Padrò, Gori. In un Benetton dove diversi stranieri non sono all’altezza delle aspettative, i margini di investimento sembrano più ampi. (a. p.)