FIR e franchigie: il dilemma/mercato

Da rugby 1823

Perché l’Italia è entrata in Celtic League? Questa domanda si ripropone di tanto in tanto, con svariate risposte, ma che, sicuro di non venir smentito, ha almeno qualche punto fermo: a. far crescere i giocatori italiani in prospettiva, evitando che essi emigrino all’estero; b. avere un torneo di livello internazionale che attiri l’attenzione mediatica fuori dalle solite finestre internazionali; c. permettere alle franchigie di essere competitive e credibili a livello europeo. Il primo anno è stato un flop, il secondo rischia di esserlo. La colpa? Leggete qui sotto…

Le lungaggini nella decisione di far entrare o meno le due squadre italiane nella lega celtica obbligarono l’anno scorso Treviso e, soprattutto, Aironi ad attendere quasi la primavera prima di muoversi sul mercato e a programmare l’attuale stagione. Il risultato fu un mercato in ribasso, il ritorno in Italia di alcuni elementi a fine carriera, una scelta degli stranieri non certo di livello mondiale e un’intera programmazione della stagione 2010/2011 fatta in fretta e furia. Consci di ciò, i dirigenti di Treviso e Aironi, in particolar modo Vittorio Munari e Franco Tonni, speravano di poter lavorare più ad ampio respiro nel futuro, sfruttando gli insegnamenti dell’esordio per creare quel know how da mettere in campo dall’anno prossimo.
Speranze che sembrano vane dalle voci che giungono dal veneto e dalla lombardia. Perché in casa Treviso e in casa Aironi si sta alzando una voce di malcontento che, guarda caso, è rivolta a Roma e alla Fir. Di cosa stiamo parlando? Del mercato degli stranieri. La Fir, infatti, deve mettere nero su bianco le regole per l’utilizzo degli stranieri nelle franchigie. Un vademecum cui Munari e Tonni dovranno prestare attenzione quando si muoveranno sul mercato. Regole, appunto, non ancora scritte. Mentre in Irlanda, Galles e Scozia il rugbymercato sta già entrando nel vivo, mentre si legge di acquisti e cessioni, in Italia tutto tace. Non per incapacità di programmare delle due squadre, ma per l’impossibilità di muoversi senza sapere come ci si potrà muovere. E la Federazione Italiana sembra intenzionata a non far sapere nulla fin dopo il Sei Nazioni. Cioé altri due mesi buttati via per l’immobilismo di Carlo Checchinato e Giancarlo Dondi, altri due mesi che vedranno possibili acquisti di valore sfumare.
Si è ripetuto più volte che se si deve acquistare uno straniero questo deve essere di assoluto valore e fare la differenza. Ho più volte contestato a Viadana prima e agli Aironi poi le scelte rivelatesi sbagliate sul mercato estero. Ma questa volta se gli acquisti saranno mediocri sarà difficile dare la colpa al Tonni di turno. Se si vuole far crescere i giovani italiani si devono avere campioni veri da affiancare loro. Se si vuole visibilità mediatica serve il nome di grido da “offrire in pasto” alla stampa e una squadra vincente da “vendere” al pubblico. Se si vuole credibilità e competitività bisogna poter lavorare come e meglio degli altri e non partire con l’handicap.
Programmare, lavorare in prospettiva, porsi degli obiettivi da raggiungere e avere i mezzi e il know how per farlo. Tutte cose che in questi anni la Fir ha dimostrato di non avere. Tutte cose che la Fir sta negando a Treviso e Aironi.

Eccellenza vs Sei Nazioni?

Alberto Zuccato per il Gazzettino di Padova

Sabato riprende il campionato di Eccellenza con il Petrarca che ospita la Lazio. Riprende, ma si riferma fino al 13 di marzo, per la concomitanza con il Sei Nazioni. Riprende dopo uno stop di tre settimane, dato che il precedente turno -coincidente con l’ultima giornata di andata – si è disputato il 9 gennaio. Senza dire della sosta di un mese avvenuta in novembre, in occasione dei test match degli azzurri. Un’Eccellenza con il singhiozzo. «Ci adeguiamo – dice l’allenatore Pasquale Presutti – però personalmente faccio fatica a capire questa scelta. In tutti gli altri paesi che disputano il Sei Nazioni i campionati non si fermano. Qui sì, anche se nessun giocatore delle squadre di Eccellenza è stato convocato da Mallett. Ce ne sono due in nazionale A, tra cui Andrea Marcato». Tra l’altro quest’anno non c’è neppure la Coppa Italia. «La Fir ha deciso così perché le squadre hanno rose meno numerose rispetto agli anni passati. Molto opinabile. Cosa faremo in questo mese e mezzo? Chiaramente va rivisto tutto il programma di allenamento. Se riusciremo a trovare qualcuno, faremo un paio di amichevoli, ma non sarà facile. E poi questo stop è anche antieconomico». Spieghi. «Tutte queste interruzioni danneggiano le società che pagano i giocatori. Il calendario va rivisto. Che senso ha farci giocare il 6 gennaio e poi farci stare fermi tutto febbraio e una parte di marzo? È un problema per tutti, per noi che alleniamo e per chi va in campo». Alla fine del girone di andata siete quarti con 27 punti, preceduti da Rovigo e Prato che ne hanno 32 e dai Crociati Parma che sono a 28. È soddisfatto? «Complessivamente sì. Forse dovevamo fare qualche punto in più, ma siamo ben messi. Nel girone di ritorno avremo una partita in più in casa e dovremo sfruttare questo fattore». Anche perché è tornato Mercier, giocatore che vi può far compiere il salto di qualità. «Le sue doti le conosciamo. Di sicuro Ludovic darà il suo contributo, anche in termini di entusiasmo. È contento di essere tornato al Petrarca. Ma è sempre la squadra nel suo insieme, e mai il singolo, a vincere o perdere le partite». Questo periodo di sosta è servito per recuperare qualche infortunato? «In infermeria ci sono Bortolussi, Chistolini e Faggiotto. Gatto è recuperato, Fletcher, Galatro, Ansell e Palmer hanno qualche problema, ma spero di averne qualcuno di sano per sabato».

La Madonnina soffre: il duello tra Amatori e Grande Milano

Dalle pagine milanesi de Il Giornale di oggi

L’eterno vizietto del rugby milanese è tornato a farsi sentire: e così, per l’ennesima volta, i sogni di gloria rischiano di infrangersi contro divisioni e campanilismi vari. Il progetto di riportare sotto la Madonnina il rugby di eccellenza piace – a parole – a tutti. Ma poi ognuno pensa di essere più bravo degli altri, e depositario della verità ovale rivelata. E stavolta, a rendere ancora più vivace la polemica, c’è la lotta per conquistare le poche risorse economiche disponibili: nel caso specifico, la dote di quattrini che A2A, la municipalizzata del gas e della luce, sarebbe disposta ad investire nel rugby cittadino. Ad incarnare il nuovo fallimento, è la crisi (nera come le sue maglie) in cui è precipitata l’Amatori. Rinata in grande stile due anni fa, con il progetto esplicito di arrivare rapidamente al Top 10, la massima serie della pallaovale italiana, oggi la compagine dei tanti scudetti naviga nella parte più bassa della classifica di serie A. Ma, prima ancora che di risultati, la crisi è di quattrini. I giocatori non vengono più pagati. Il direttore sportivo, l’ex capitano azzurro Massimo Giovanelli, ha fatto le valigie. E martedì prossimo il consiglio d’amministrazione non potrà fare altro che prendere atto dell’addio di Guido Romiti, il presidente che del «progetto Top 10» era stato il principale fautore, e che lascia la scena al termine di una lunga serie di scontri interni. Per avere una idea del clima che si respira nel microcosmo della pallaovale meneghina, basta dire che la crisi dell’Amatori sta facendo sorridere altri protagonisti della scena. Il problema è che, fin dai tempi in cui era targata Mediolanum, la squadra dei «Tori» non è mai stata amata in città: i puristi l’hanno sempre accusata (e con più di una ragione) di puntare tutto e solo sul professionismo, dimenticandosi delle esigenze del rugby di base, dei vivai, delle periferie. Così, di fatto, oggi a Milano si trovavano a scontrarsi due progetti radicalmente diversi: da una parte l’Amatori, e dall’altra la Grande Milano, sodalizio nato dagli sforzi congiunti di cinque società della città e dell’hinterland, guidato da Alberto Villa con il proposito di trarre le proprie risorse agonistiche non dal rugbymercato ma dall’attività di base. Mentre l’Amatori pena in serie A in zona retrocessione, la Grande Milano va a gonfie vele nella serie appena più sotto, la A2. E anche domenica scorsa il trend è continuato: l’Amatori è stata rullata a Udine, mentre la Grande Milano stroncava 15 a 5 una squadra blasonata come il Lyons Piacenza, e si portava al quarto posto in classifica. Insomma: per adesso, i fatti stanno dando ragione alla sorella «povera». Ma il giorno in cui il rugby milanese riuscirà a dimenticarsi le sue tante fazioni e a lavorare tutto insieme, forse sorrideranno anche i pali del vecchio Giuriati.

Gli Scarlets, un modello da esportare

La rubrica “Mischia aperta” di Antonio Liviero su Il Gazzettino di oggi

Il metodo Brunel non risparmia gli Scarlets, che a Perpignan sono costretti a dire addio alla Coppa Europa. Ma la franchigia di Llanelli è la rivelazione della stagione. Partita tra lo scetticismo si ritrova dopo 13 giornate al secondo posto della Celtic League. Secondo alcuni esprime il gioco più bello del torneo. Affermazione forse azzardata, ma è fuor di dubbio che i suoi giocatori quando corrono e portano la palla sugli spazi siano capaci di emozionare. Una vocazione offensiva che viene da lontano. Llanelli è la città più a ovest della costa gallese, nel Carmarthenshire, dove la lingua più parlata è il gaelico. Non raggiunge i 50mila abitanti ed è circondata da un arcipelago di villaggi, miniere di carbone e di stagno. Una terra popolata di leggende in cui, come dicono i nativi, vi si nasce e vi si muore. E anche quelli che se ne vanno, prima o poi tornano. In cui il rugby non è solo lo sport più praticato, ma il simbolo culturale della comunità e narrazione mitologica. L’orgoglio e la generosità della sua gente si trovano riflessi nel gioco degli scarlatti impastato di aggressività, ritmo e immaginazione. Non a caso Llanelli ha dato i natali al divino Phil Bennett e a Carwyn James, il principe dei coach che guidò i Lions nel vittorioso tour in Nuova Zelanda nel 11 e legò il suo nome a Rovigo con lo scudetto del 19. Ed è stata uno dei più importanti laboratori del rugby totale proprio grazie a Carwyn. Con l’avvento del professionismo ha conosciuto una dura crisi finanziaria. Che non le ha impedito, con la nascita della Celtic League, un’epica battaglia di identità per fare una squadra da sola. Per pagare i 13 milioni e mezzo di debiti ha dovuto sacrificare lo stadio, il glorioso Stradey Park, in una operazione immobiliare che ha fruttato 25 milioni e consentito di costruire un nuovo impianto in periferia con annesso centro commerciale. L’equilibrio finanziario poggia anche su un progetto tecnico: l’investimento di risorse sull’Accademia che sta sfornando talenti a ripetizione. Non solo trequarti come il centro Jonathan Davies e INCONTENIBILE Jonathan Davies l’ala North (entrambi una meta a partita in Celtic) e l’apertura Priestland, ma avanti tipo Gardiner, pilone di 20 anni, che ha esordito a Treviso, e lo stupefacente flanker Turnbull cacciatore di palloni dalle mani d’oro. Così il miracolo Scarlets nasce in casa, a costi contenuti, conpoche stelle straniere. Una squadra ancora in cantiere. Inesperta e incostante. Lo scorso anno giocava in modo scriteriato, contrattaccava sistematicamente dai propri 22 metri, prendeva legnate e stava in coda alla classifica. Ora Nigel Davies l’ha resa tatticamente più razionale. La mischia non si fa strapazzare da chiunque e il gioco punta di più sugli avanti. Ma la touche è ancora incerta e la difesa poco organizzata e aggressiva. La forza degli Scarlets però sta nel modello e nel progetto. «Terremo questo gruppo insieme per i prossimi tre anni» assicura Nigel Davies, che aggiunge: «Abbiamo sempre avuto un piano e ciò è gratificante per un allenatore». I nostri club di Eccellenza dovrebbero prenderne nota.

Risultati, numeri e soldi: perché dire sì alle Franchigie Zonali

Marco Ermocida per Rugby Union Times

Anche quest’anno le squadre italiane in Challenge Cup sono state protagoniste di pesanti sconfitte.

Batoste non inaspettate quando giocatori semi-pro con rimborso spese partecipanti ad un campionato di basso livello si scontrano contro atleti professionisti abituati a tornei nazionali di spessore internazionale.

Numeri impietosi dicono di 3 vittorie in 24 partite, 26 mete fatte a fronte di 145 subite (1 ogni 13 minuti), 273 punti segnati e 1054 subiti (1 ogni 2 minuti).

E’ tutto questo strazio è anche costato 150.000€ alla Federazione, visto l’incentivo deciso ad inizio anno di 10.000 € per ogni punto conquistato dal club in questa edizione (15: 5 dai Crociati, 6 dal Petrarca, 4 dai Cavalieri).

Soldi buttati, sprecati, volti solo ad alimentare un circolo vizioso: debacle umilianti che danneggiano l’immagine del rugby nostrano, allontanano interesse di media, sponsor e, tranne nel caso di partite contro squadre di grido, pubblico dagli stadi.

Un circolo tenuto in piedi e difeso a denti stretti dai club a cui fa ancora comodo, nonostante il Campionato Italiano sia da quest’anno diventato semi-professionistico con una conseguente riduzione  rilevante di spesa,  il contributo di circa 300.000€ elargito dall’ERC alle squadre qualificate alla Challenge Cup.

Ma non si può certo andare avanti così: lo sa la FIR; ne è a conoscenza soprattutto  il Board Europeo, tanto stufo di questa situazione non adatta a una Nazione partecipante al 6 Nazioni quanto indifferente di fronte alle vittorie contro team spagnoli/romeni e agli isolati successi miracolosi contro squadre d’elite.

Perciò, prima che lo imponga l’ERC, è davvero il caso di cambiare: per il bene del movimento.

Bando agli orticelli; fuori ogni inutile egoismo da bonus ERC. Per essere protagonisti in Campionato Italiano e Coppa Italia non servono grandi cifre: basta pianificare intelligentemente, evitare sprechi (acquisto e ingaggio di costosi stranieri inutili, per esempio), coinvolgere il territorio e valorizzare in primo luogo i giovani.

La soluzione ottimale c’è e l’ha creata, prima di abbandonarla per oscuri (…) motivi, la stessa FIR*: le Franchigie Zonali, 4 Super Club (Lupi? Dogi? Zebre? Duchi?) a controllo federale formati dai migliori giocatori di squadre attigue territorialmente (considerando come bacino esclusivamente le 10 di Eccellenza più alcune di Serie A1) da impiegare in Challenge.

Una svolta che darebbe valore aggiunto alla partecipazione italiana, aumentandone competitività, valore tecnico, interesse economico e mediatico, senza assolutamente dimenticare l’utilità che un progetto del genere avrebbe per il movimento e per la nazionale qualora desse soprattutto possibilità e spazio a giovani talenti momentaneamente  fuori, per infortunio o scelta tecnica, dai roster celtici.

Ma quanto costerebbe questo investimento alla Federazione?

RugbyUnionTimes.com, ha ipotizzato un preventivo di costo annuale per una Franchigia impiegata in Coppa e in un apposito Torneo delle Franchigie** (un campionato da giocare per esempio durante 6 Nazioni e Test Match e il cui livello sarebbe senza dubbio maggiore di quello dell’Eccellenza e del Trofeo Eccellenza).

 Uno studio di fattibilità il cui preventivo, consultabile nel dettaglio e scaricabile a questo link  , ha valore indicativo quanto significativo.

Si è considerato una Franchigia composta da 24 giocatori convocati (di cui almeno 18 a referto di formazione italiana), guidata da uno staff di 7 persone (1 coach, 2 assistant, 1 video analyst, 1 dottore, 1 fisioterapista, 1 media officer, 1 bagagge master) indicato, per ovvi motivi di collaborazione, dalla FIR.

Ogni squadra  sarebbe impiegata in almeno 12 matches: 6 di campionato + 6 di coppa.

Differenziando tra Campionato e Coppa, si è ipotizzato l’ammontare a partita  del gettone per il giocatore convocato, del rimborso al club di appartenenza per tesserato utilizzato, del pagamento per ogni membro dello staff (interno o non alla FIR).

Allo stesso medo si è quotato viaggi e trasferimenti in Italia e in Europa, l’assicurazione e il vitto e alloggio (considerando i giorni di ritiro in aggiunta a quello della partita).

E’ stato infine stimato e aggiunto un valore di contingency a copertura di spese tecniche, logistiche, manageriali, di costi  vari (strutture, noleggi, materiali), premi e voci non considerate o sottostimate.

Il risultato di questa analisi preventiva è il seguente:

Per ogni franchigia zonale, la FIR dovrebbe sostenere una spesa annua di almeno 985.000 €  circa (600.000 € per la Challenge Cup e 385.000 € per il Campionato). Cifra che aumenterebbe a 1.130.000 € circa nel caso di qualificazione ai quarti di Coppa e alla finale del Campionato (14 partite in tutto).

In totale perciò le  Franchigie Zonali costerebbero, secondo questa stima, almeno 4.000.000 € circa all’anno alla Federazione.

studio_franchigia

Senza contare eventuali sponsorizzazioni, considerando però il bonus ERC che, nell’auspicabile realizzazione di questo progetto, entrerebbe tutto nelle casse  federali (circa 300.000 x 4 = 1.200.000 € circa ), in teoria la spesa effettiva da sostenere scenderebbe a 2.800.000 € l’anno, e cioè circa il 10 % del budget totale FIR (circa 28.000.000 €).

Sembrerebbe Fattibile dunque.

Ancor più poi tenendo conto che con questo investimento  si valorizzerebbero un numero importante di giocatori italiani e si distribuirebbero risorse economiche a tutti i 12  club di Eccellenza/Serie A coinvolti; i quali a loro volta, gestendo in sinergia la franchigia, avrebbero inoltre modo di creare dell’ulteriore profitto dal ticketing, dal merchandising e da sponsorizzazioni di tipo locale.

Insomma si può. La spesa non è bassa ma il valore aggiunto del progetto è davvero molto alto.

Occorre dunque provarci, senza perdere troppo tempo e poi essere costretti da altri a fare pianificazioni frettolose (vedi Celtic League).

Se non si investe e non si innova, non si cresce ne si guadagna, ma si peggiora solo. E il rugby italiano non ne ha certo bisogno, specie in Challenge Cup.

Marco Ermocida

Lo studio è scaricabile qui http://www.mediafire.com/?561amhpt13i9suh