Rassegna stampa: Marco Pastonesi e il futuro dell’Italrugby

Da La Gazzetta di oggi

La vittoria di sabato -drammatica, entusiasmante, storica, memorabile – è stato il più gratificante premio non solo per gli azzurri di Nick Mallett, ma per tutti i rugbisti italiani, da Spilimbergo a Messina, da Trento a Oriolo, da Rho a San Benedetto del Tronto. Per gli azzurri la consapevolezza di poter ottenere non solo onorevoli sconfitte, ma anche felici vittorie. Per i rugbisti italiani la conquista di una botta di vita, un momento di gloria, un certificato di esistenza e di resistenza. Ma per l’Italia ovale non cambia nulla: è stata solo una tappa – magnifica – di un lungo percorso di avvicinamento ai più bravi. Resta ancora tantissimo da fare: non tanto per il vertice, come al Sei Nazioni o nella Celtic League, ma per la base. Il rugby, in Italia, è l’unico sport dove richieste e vocazioni sono così numerose da non riuscire a soddisfarle per mancanza di mezzi: a cominciare da campi e allenatori. Il movimento ha finalmente numeri importanti: 784 club, 66176 giocatori tesserati (61432 uomini e 4744 donne), e il bello è che i «pre-teen» (il minirugby, fino ai 12 anni) sono rispettivamente 28364 e 3240. Il rugby raccoglieva gli scarti di calcio e basket, atletica e pallanuoto, oggi invece sono le mamme a portare i loro bambini. Ma l’Italia ovale vive ancora di volontà e volontariato, di spirito e spiritualità, di lotterie e sottoscrizioni.

FIR-Franchigie, ancora nuvole

Da La Tribuna di Treviso

E chissà che lo storico successo con la Francia non porti il sereno anche nei rapporti tra Fir e franchigie, ai vertici del movimento italiano. Emisfero azzurro – Nazionale – ed emisfero Celtic (Benetton e Aironi) stanno ancora cercando l’assetto, senza una linea dell’Equatore. La prima stagione di Magners sta finendo, e ancora non mancano scambi di cortesie, punzecchiature, siluri, messaggi trasversali. I rumors dicono che Dondi, per il 2014, voglia chiedere persino due franchigie in più: una per Roma e una per Milano… Che il presidente federale, alla vigilia di Italia-Francia, abbia sentito il bisogno di esprimere l’ennesimo ultimatum («o si cambia marcia o interverremo»), e che la Fir abbia appena inviato una lettera ufficiale di «richiamo» a Benetton e Aironi per invocare una maggiore collaborazione e una «stretta» sulle sinergie la dice lunga sullo stato di cose. Sabato il vicepresidente federale Nino Sacca e il responsabile alto livello, Carlo Checchinato, hanno incontrato lo staff degli Aironi. Si è parlato delle tossine del caso Guidi (il tecnico federale girato agli Aironi ma durato poco), di quota stranieri (chiesto alla Fir di mantenere il tetto di 5), di relazioni fra staff azzurro e i due quartieri generali. E Treviso? Non sembra capire i motivi della tensione. «Tutti hanno visto come i giocatori di Treviso siano preparati e all’altezza — puntualizza il presidente Amerino Zatta — per carità, tutto è migliorabile, e da ambo i lati. Ma penso che fin qui il Benetton abbia avuto un comportamento più che positivo, sia nella preparazione dei giocatori azzurri, sia nella loro disponibilità: non capisco cosa ci possa venire imputato». E in Ghirada fanno notare che l’Italia sabato aveva 5 giocatori del Benetton nel XV (Benvenuti, Garda, Zanni, Barbieri, Semenzato), altri 3 entrati poi match (Burton, Derbyshire, Ghiraldini). Il secondo blocco dopo quello «francese», (a.p.)

12/03/2011, la vittoria più importante della storia del rugby italiano

Certo c’è Grenoble, l’indimenticabile vittoria che nel 1997 ci ha aperto le porte del Sei Nazioni. Il presidente FIR Dondi però sabato, subito dopo la partita, ha tenuto a precisare che l’Italia nel Sei Nazioni ci sarebbe entrata comunque. Quella partita ha comunque messo un timbro e spazzato via i dubbi (inglesi) dell’epoca.
Quella di sabato però è diversa. A Grenoble si giocava la finale della Coppa Europa, torneo certamente “minore” rispetto al Sei Nazioni.
A Grenoble avevamo di fronte una Francia reduce dal Grande Slam nell’allora Cinque Nazioni, fortissima e forse un po’ scarica. Al Flaminio invece i nostri avversari erano (sono) i detentori del trofeo e dovevano assolutamente vincere per poter sperare di mantenerlo in casa loro. Ciononostante si sono presentati a Roma piuttosto spocchiosi. E non solo loro: l’Equipe sabato mattina titolava “Vacanze romane”… Risultato, non ci hanno capito nulla, fin dall’inizio, contro una squadra che non si è presentata in campo con l’atteggiamento da loro preventivato (ma come si sono permessi!, avranno pensato).
Intendiamoci, non voglio affatto sminuire la vittoria di Grenoble, anzi. E’ una pietra fondamentale del movimento rugbistico italiano.
Ma quella di sabato è diversa: certifica definitivamente il salto di qualità del nostro rugby. A dispetto dei risultati sul campo il Sei Nazioni 2011 è il migliore mai disputato dall’Italia. Gli avversari hanno sempre messo in campo i loro uomini migliori tra quelli disponibili (che vuol dire: vi temiamo, potete batterci), e – Inghilterra a parte – oggi potremmo esser qui a parlare anche di tre vittorie in quattro partite, perché con Irlanda e Galles a mancarci è stata quella cattiveria e la freddezza che invece abbiamo visto con i francesi. Cattiveria e freddezza che – ad esempio – ci erano mancate un anno fa con l’Inghilterra. Al rugby italiano mancava una vittoria così, capace di liberare tutte le energie mentali che per qualche motivo sono finora rimaste bloccate. Ora gli azzurri andranno in campo un po’ più leggeri, ben sapendo che le squadre contro cui possono davvero poco si contano sulle dita di una mano, mentre con le altre se la possono giocare a viso aperto.
L’importanza di questo 12 marzo la coglieremo bene nei prossimi mesi, nei prossimi anni.
Diciamo che in una scala di valori da 1 a 10 Grenoble vale 9, il Flaminio 9,5. Il 10? Arriverà. Un primo appuntamento è già fissato per il 2 ottobre, a Dunedin, contro l’Irlanda.

Il rugby italiano fa l’apache…

Maurizio Crosetti su Repubblica di oggi

Eravamo a Berlino, nel 2006, dentro unpomeriggio scintillante di sole. Stavamo andando allo stadio per la finale della Coppa del Mondo. E Corrado Sannucci, il nostro caro Corrado, diceva: «La vera finale, la vera  impresa  sarà quando li batteremo al Sei Nazioni, questi francesi, mica a pallone». Ora è venuto quel giorno, Corrado, anche se tu non l’hai visto. Ma noi pensiamo che sia stato un po’ anche per te. Sembrava uno di quei sogni che fanno bene solo al cuore, e alla fantasia. Una speranza da piccolo, nobile popolo di un grande sport sempre meno periferico, il rugby: però, ancora poco o nullarispetto ai rimbalzi di un pallone sferico, non ovale. Un’enclave, una terra tutta da conquistare, anche un po’ una riserva indiana. Ma poi succede che gli apaches la smettano di restare sul margine della collina, ombre lontane in controluce, per scendere invece sul campo di battaglia e conquistare la diligenza. Chi ama veramente lo sport, chi fa parte di una minoranza orgogliosa, sa che giorni del genere si possono attendere anche una vita intera, e quando poi arrivano la illuminano tutta. I ragazzoni del rugby azzurro, e insieme a loro i tifosi, gli appassionati, compresi gli adepti dell’ultima ora, adesso fanno parte della categoria di chi sa che il concetto di impossibile si sviluppa e cresce solo nell’ammodi chinonhacoraggio. Lo chiamiamo sport minore, poi ogni tanto ci accorgiamo che ci fa increspare la pelle più di tutto ilresto. Succede quando unita -liano vince l’oro alle Olimpiadi, quando uno sconosciuto ce lafa a nomedi tutti, senzaessereunidolo degli stadi, uno con la faccia del vicino di casa. Bello che stavolta accada nei giorni dell’unità d’Italia, perché lo sport resta un collante formidabile, unluogo divera appartenenza. Quello che agli atleti di strada ancorariesce, sembra invece lontano dai nostri calciatori sempre più sconfìtti e isterici. Forse è l’affermazione di un diverso modello sportivo, di una più matura forma di rispetto e di lavoro. Evitando di demonizzare il calcio (anche questa, in fondo, unamoda), ce n’è abbastanza per riflettere un momento. Un amico italiano che vive in Lussemburgo e gioca a rugby con una maggioranza di compagni francesi, ci ha appena mandato un sms. Dice: sono sceso in piazza conil tricolore in testa,  amo’di bandana,gridandocomeunmatto. Vogliamo immaginarne tanti, così, adesso. Ragazzi di un altro sport possibile. Cavalieri di un sogno da strapazzo, cioè meraviglioso. Tu li conoscevi, Corrado, e ti piaceva sognare lo stesso

Dondi-franchigie, la guerra continua

Uno stralcio dell’articolo di Stefano Semeraro su La Stampa di oggi

(…)Panchina di Mallett a parte, quello che non sta funzionando è il rapporto fra la Nazionale e le due franchigie di Celtic League, Benetton Treviso e Aironi, foraggiate anche dai soldi federali. Polemiche, divergenze di vedute sull’impiego dei giocatori, il tecnico federale Guidi «ripudiato» dagli Aironi, e Treviso che reclama indipendenza e lamenta contributi ancora non versati. Tutto molto italiano. Tutto molto dannoso per il rugby italiano. «Benetton e Aironi devono ragionare meno da club e più da franchigie», sbotta il Presidente della Fir, Giancarlo Dondi. «Sono nate per dare ai nostri migliori giocatori la possibilità di restare in Italia, per dimostrare che il rugby italiano è cresciuto e può competere a livello europeo. Mi fa piacere se Treviso e Viadana vincono, ma se la Nazionale perde, perdiamo tutti. Era il primo anno, abbiamo commesso errori, sia noi sia i club. Ora non possiamo più sbagliare». In Celtic League siamo entrati per avere due palestre-laboratorio di alto livello per la Nazionale, ma i club spesso preferiscono utilizzare stranieri collaudati al posto dei giocatori di interesse nazionale. Il conflitto d’interessi c’è: la Federazione investe e vuole un tornaconto, i club lamentano contributi non versati e chiedono autonomia. «Per le due squadre abbiamo tirato fuori 6 milioni e mezzo di euro, abbiamo in programma di tirarne fuori 7 la prossima stagione», continua Dondi. «Sono cifre alte. Se alle squadre ne vanno in tasca 3 di meno è perché li versiamo noi, per conto loro, alla Celtic League». Due lettere «di richiamo» sono già partite, destinazioni Benetton e Treviso. Si cerca il colloquio, ma a fine 2012, se gli attriti resteranno, la Fir potrebbe addirittura revocare le licenze ai ribelli. «Dobbiamo trovare una comunione tecnica», continua Dondi. «É impensabile che le due franchigie e la Nazionale facciano  t re tipi di gioco diverso, sarebbe una frittata. Il nostro obiettivo non è rinforzare gli Aironi o la Benetton, ma far diventare sempre più grande la Nazionale. Se non ci riusciremo attraverso le franchigie, troveremo altre soluzioni. I soldi vogliamo investirli, non buttarli via». Il turnover dello scialo non fa bene a nessuno.