Uenuku – Chuck Norris? No, è Piri Weepu!

di Stefania Mattana

Ormai è confermato: la Chuck Norris mania tra i tifosi All Blacks è passata di moda. L’eroe indiscusso del momento è il mediano di mischia Piri Weepu, trascinatore incontrastato della squadra, che pare sia dotato di poteri particolari e fantascientifici che solo il mitico Chuck Norris prima di lui aveva la capacità di gestire.
Basta togliere il nome del celebre Walker Texas Ranger e mettere quello di Weepu per avere una risata garantita? Niente di meno! A fianco ai tipici assiomi inventati per Chuck Norris se ne sono aggiunti altri, ancora più divertenti. Ne abbiamo cercati e raccolti qualcuno di seguito, ma se anche voi ne avete letti da qualche parte segnalateceli nei commenti!

Alcune persone indossano il pigiama di Superman. Superman indossa un pigiama di Piri Weepu.
Alcuni maghi possono camminare sull’acqua, Piri Weepu nuota attraverso la terra.
Di notte l’uomo nero controlla nell’armadio se c’è Piri Weepu dentro.
Google non ti darà mai risultati su Piri Weepu, perché Google sa che Piri Weepu non si trova, è lui che trova te.
I fantasmi possono vedere Piri Weepu.
I gatti sono allergici a Piri Weepu.
Il programma tv ‘Survivor’ aveva la premessa originaria di mettere della gente su un’isola con Piri Weepu. Non ci sono stati sopravvissuti, e nessuno ha il coraggio di andare sull’isola per recuperare il filmato.
Il titolo originale di ‘Alien vs Predator’ era ‘Alien e Predator vs Piri Weepu’. Il film è stato annullato poco dopo l’inizio della pre-produzione. Nessuno avrebbe pagato nove dollari per vedere un film lungo quattordici secondi.
In un salotto con 1242 oggetti dentro, Piri Weepu potrebbe usarli tutti per ucciderti, compresa la stanza stessa.
Le zanzare comprano il repellente anti-Weepu.
Quando Bruce Banner si arrabbia, si trasforma in Hulk. Quando Hulk si arrabbia, si trasforma in Piri Weepu.
Quando la natura chiama, Piri Weepu riattacca.
Quando Piri Weepu cade in acqua, Piri Weepu non si bagna. É l’acqua che si Piri Weepunizza.
Piri Weepu è apparso alla Madonna.
Piri Weepu fa piangere le cipolle.
Piri Weepu ha avuto un ruolo in Star Wars. Era la Forza.
Piri Weepu ha distrutto la tavola periodica, perché Piri Weepu riconosce solo l’elemento sorpresa.
Piri Weepu ha vinto la World Series del Poker usando le carte dei Pokemon.
Piri Weepu impiega 20 minuti per guardarne 60.
Piri Weepu non ha un orologio. Lui decide che ora è.
Piri Weepu può dividere per zero.
Piri Weepu può fischiare in 14 lingue diverse.
Piri Weepu può sbattere una porta girevole.
Piri Weepu può tagliare con un coltello caldo con il burro.
Piri Weepu una volta ha abbattuto un aereo tedesco da caccia con il suo dito, urlando “Bang!”
Piri Weepu una volta ha annegato un pesce sott’acqua.
Piri Weepu una volta ha giocato alla roulette russa con una pistola completamente carica. E ha vinto.
Piri Weepu una volta ha mangiato una torta intera prima che i suoi amici gli dicessero che c’era una spogliarellista dentro.
Piri Weepu una volta ha ordinato un Big Mac al Burger King, e gliel’hanno dato.
Piri Weepu una volta ha preso a calci nel mento un cavallo. I suoi discendenti ora si chiamano giraffe.
Se giocando a Scarabeo scrivi ‘Piri Weepu’ hai vinto. Per sempre.
Se non ci riesci al primo tentativo, allora non sei Piri Weepu.
Se, per qualche incredibile paradosso spazio-temporale, Piri Weepu avesse mai lottato contro se stesso, avrebbe vinto. Periodicamente.

Uenuku – Coda di paglia Aussie: basta alla gola tagliata degli All Blacks

di Stefania Mattana

C’era da aspettarselo, che qualcuno in Australia prendesse male la sconfitta contro i “cugini” neozelandesi, nonostante il terzo posto mondiale. A mostrare una fluente e cangiante coda di paglia è stato l’editorialista del Sidney Morning Herald, Paul Sheehan, che se l’è presa con il gesto finale della Kapa o Pango.La testa tagliata a fine Haka, secondo lui, è una mossa totalmente anitsportiva. A dire il vero, non è il primo che si lamenta di questo da quando, nel 2005, la Kapa o Pango ha esordito nei campi da rugby. Un gesto considerato da molti esagerato, che è scomparso dalle scene per un po’, per poi ritornare come ciliegina finale della danza Maori degli All Blacks.
Sheehan scrive che la gola tagliata rappresenti una reale minaccia mostrata dai neozelandesi verso i loro avversari. Un gesto che non trova spazio nella cultura sportiva del fair play, a maggior ragione quando si tratta di rappresentative nazionali.Ma c’è dell’altro, perché sarebbe stato troppo facile tirare in ballo la Kapa o Pango in questo modo. Nel suo articolo, si dice che questo gesto cruento sia pericoloso per la stessa cultura Maori: gli All Blacks utilizzano un palcoscenico popolare e di grande impatto per ricordare alla gente i terribili comportamenti dei Maori. E cita anche delle fonti bibliografiche, riferendosi al diario del celebre capitano James Cook, che scrisse: “Non c’era un uomo a bordo della Endeavour che, qualora la nave affondasse, non avrebbe preferito annegare piuttosto che essere lasciato alla mercé dei Maori.”
I neozelandesi danno troppa importanza a questo evento, conclude Sheehan. Ecco il perché dell’introduzione di mosse così estreme in una partita di rugby. Dopo tutto, le speranze di ori sportivi dell’Australia sono suddivise in diverse discipline e talenti sportivi, mentre la Nuova Zelanda si attacca in tutti i modi alla sua unica risorsa, gli All Blacks. Meglio aver perso e lasciare spazio ai kiwi, che in caso di sconfitta avrebbero subito una ferita psicologica talmente grave da protrarre l’episodio, considerato come un’enorme onta, per anni e anni.Chiacchiere da bar, direbbe qualcuno; coda di paglia, dico io; mossa di mestiere per dita ben allenate sulla tastiera, dice qualcun altro. Eppure, tutti gli sforzi di Sheehan hanno fatto arrabbiare solo qualche utente kiwi della blogosfera, mentre i diretti destinatari della polemica non hanno battuto ciglio. Anzi. L’esperto di Haka Kahu Ropata, intervistato da stuff.co.nz, ritiene che i commenti del giornalista siano poco profondi e manchino di contenuto, perché Sheehan – in poche parole – non ha capito niente.
“La Haka oggi è una forma d’arte, non si usa come preparazione per andare in guerra. I motivi del suo uso sono completamente diversi rispetto all’antichità. Anche lo scopo e la comunicazione sono diversi, di conseguenza. –  ha detto Ropata, che aggiunge – Il gesto della gola tagliata è più una segnalazione, una sfida. Non una minaccia. Bisogna lasciare tutto quello che si ha sul campo, se si vuole vincere”.

É una regola semplice, ma a volte la permalosità la offusca alle menti, anche alle più illuminate: prima di isolare ogni singolo gesto di una cosa complessa, come una Haka, forse sarebbe meglio capire anche la strumentalità della cosa stessa, e guardare chi la sta performando, in questo caso gli All Blacks. Che non sono un esercito di cannibali, ma una squadra di rugby. Forse il giornalista del Sidney Morning Herald dovrebbe darsi una ripassatina ai libri di storia e antropologia. E magari ritirarsi anche la coda.

Uenuku – Rituali ovali: antropologia di una fan All Blacks

di Stefania Mattana

Dal matrimonio alla pausa caffè in ufficio, alle piccole scaramanzie quotidiane: la ritualità permea ogni momento della nostra vita, e oltre a essere il mio argomento preferito di discussione è anche qualcosa che ci accompagna costantemente, anche se spesso non ne siamo coscienti.
Ma cosa c’entra la ritualità con il rugby? Ci sono almeno centomila pagine di bibliografia che affrontano in modo scientifico il rito nello sport, e di come i gesti ripetitivi e reiterati siano parte integrante del processo sociale ludico e sportivo. Parlando di Francia-Nuova Zelanda di domenica prossima, l’esempio più disarmante è proprio la Haka degli All Blacks: vi sfido a trovare qualcosa più rituale della Haka!

Ma dall’altra parte della barricata, tra gli spalti, vivono altri tipi di rituali: quelli meno evidenti, che silenziosi cadenzano ogni istante legato alla visione della partita allo stadio. Per spiegarvi come attraverso un rituale personale si celebri la festa – un po’ sacra e un po’ pagana – del rugby, abbiamo chiesto a una tifosa All Blacks molto particolare di raccontarci la sua settimana tipo pre-partita. Melita Martorana è romana, ma ormai la Nuova Zelanda la ha adottata completamente. Vive ad Auckland da tanti anni e segue gli All Blacks da sempre. Lei si definisce una totale paranoica, quando si parla di All Blacks. É evidente da ciò che mi ha raccontato quanto la sua grandissima partecipazione emotiva alla partita di domenica prossima sia la leva che muove i suoi rituali.  “Durante tutta la settimana precedente mi sento male, e comincio a perdere sonno già mercoledì o giovedì”, ci racconta.
Il suo rito inizia la mattina della partita, e segue meticolosi dettami, che ci elenca in maniera precisa e schematica.

– Il giorno della partita, si sveglia tardi e non fa colazione: “ho le budella rivoltate”, ha detto.
– Abbandona a sè stesso il telefono: non vuole sentire persone o leggere messaggi.
– Di solito si guarda una vecchia partita: attinge dall’archivio di Rugby Channel e preferisce match degli All Blacks di fine anni ‘90 o inizio anni 2000.
– Prima di pranzo, si alza, fa la doccia e prepara sul letto una serie di combinazioni di vestiario da indossare allo stadio, che rimangono lì qualche ora.
– Anche gli indumenti intimi entrano nel rituale: a differenza del vestiario, l’intimo non cambia. Nel limite delle possibilità, la combinazione è sempre la stessa che indossa quando va allo stadio. Stesso discorso per le scarpe da ginnastica e per la sua maglia All Blacks da bambino che le è stata regalata durante il tour degli All Blacks in Europa nel 2001.
– Pranzo rigorosamente italiano: pasta al pomodoro.
– La voglia di parlare dopo pranzo rimane intatta rispetto alla mattina: nessuna. prima della partita evita di socializzare.
– Se possibile, si reca allo stadio anche due ore prima del kick-off: “Per respirarne le sinergie dall’interno.”, ci ha detto.
– Le foto che Melita scatta allo stadio sono rigorosamente tre: visuale piena dello stadio, gli All Blacks schierati durante l’inno e il risultato finale.
– Allo stadio, segue la partita tra le dita della mano: “La tensione è troppo alta”, confessa.
– Infine, il rituale termina nella settimana seguente: “Mi devo rivedere la partita almeno 3 o 4 volte per capire cosa sia successo.”

E voi avete un rituale particolare che accompagna la visione di una partita di rugby? Raccontatecelo!

Il Mondiale 2.0, un successone

Multimedialià, social network, apps… paroline che ci hanno in qualche modo cambiato la vita. E anche quella del Mondiale di rugby.
I numeri di questa edizione? Eccoli: l’app ufficiale – che funziona con tutti i software Androis, Windows 7, iPhone e BlackBerry ha registrato oltre tre milioni di download e da questa sono stati scaricati e visti circa 17 milioni di clip e video nonché qualcosa come 350milioni di pagine, la pagina facebook ufficiale ha più di 1,4 milioni di “like”. Centomila le persone che invece hanno seguito il Mondiale anche via Twitter.
Dal sito internet ufficiale le pagine viste sono state “appena” 120 milioni.

Uenuku – Due chiacchiere con… Paola Cittadini

di Stefania Mattana

Entrare nel cuore di una famiglia e coglierne tutto l’amore che regna a volte non è facile, ma la tribù dei Cittadini mi ha aperto un immenso portone. Paola è una dei quattro fratelli di Lorenzo Cittadini, e mi ha guidato alla scoperta di un “Citta” diverso, quello fuori dal campo.Paola è un fiume in piena, una cascata di emozioni che non sono semplici da mettere nero su bianco in uno spazio così ridotto come una pagina web. Mi racconta della vita quotidiana, dei sacrifici e delle difficoltà che suo fratello ha affrontato in questi anni, ma il centro di tutto sono sempre loro, i familiari. Non è retorica, né frasi ad effetto: “Siamo abituati a fare squadra”, dice Paola. Il clan Cittadini è dislocato in mezza Italia, ma quando Lorenzo scende in campo lo stivale si accorcia, e sono tutti con lui: chi allo stadio, chi davanti alla tv, chi in altre stanze. “Dal giorno della frattura di tibia e perone di Lorenzo, mamma non è più riuscita a seguire dal vivo le partite, ma tifa a modo suo, rimanendo al telefono con noi che siamo al campo, oppure in un’altra stanza, ascoltando i nostri commenti e incitamenti davanti alla televisione – racconta Paola –  Non è facile per un “cuore di mamma” vedere il proprio figlio calpestato da altri giocatori.”

Tutta la famiglia allargata, che comprende anche la fidanzata Ilaria e gli amici di sempre, si sono organizzati ben bene per seguire Lorenzo nella sua avventura in Nuova Zelanda. Una super tribù in fibrillazione per il loro Lorenzo, che però è stato quello che paradossalmente ha vissuto meglio il mondiale. “Il più tranquillo di tutti è stato proprio Lorenzo – racconta Paola – Lui è abituato da sempre a controllare le sue emozioni, convinto che bisogna saper parlare con i fatti, per dimostrare in campo quello che si vale. “The quiet man” aveva titolato un giornalista locale parlando di lui.”
Le alzatacce alle 4 del mattino e i problemi di fuso orario non hanno spaventato nessuno, nemmeno mamma Cittadini che ha imparato a usare Skype per l’occasione, perché la gioia era troppo grande per sentire la stanchezza: “Vederlo schierato a cantare l’inno nazionale con la maglia azzurra ci ha riempito di una commozione intensa e di un grande orgoglio: Lorenzo ce l’aveva fatta, dopo tanti problemi e sofferenze!”

É vero, la storia sportiva di Lorenzo Cittadini non è stata delle più fortunate: nel 2008 un bruttissimo infortunio lo ha portato a lasciare il campo durante la semifinale scudetto: una frattura esposta che per un attimo sembrava avesse tarpato le ali al pilone lombardo. Paola era con lui sull’ambulanza che lo portava in ospedale. “Ho ancora negli occhi l’immagine di Lorenzo che non si rialza da terra e chiede l’assistenza medica. Mi ero precipitata a bordo campo, ma nessuno mi aveva fatto capire la gravità dell’infortunio. Poi scopro che si era spezzato la gamba in due. Ricordo la corsa in ospedale, l’intervento nel cuore della notte, l’angoscia di mia madre che
ha visto tutto in diretta TV.”
Momenti purtroppo indelebili, che si aggiungono alle difficoltà della lenta riabilitazione e agli interventi chirurgici supplementari, dovuti al rigetto della piastra sulle ossa. Qualcun altro avrebbe mollato tutto, ma Lorenzo è un pilone destro, è uno tosto. “Oltre a noi tutti, tanta gente gli è stata vicino, dalle persone normali ai bambini del mini rugby, che gli hanno portato anche le loro maglie in ospedale. Ma la vera forza Lorenzo l’ha trovata dentro di sé, nella sua volontà e tenacia di non cedere, di fare fisioterapia e nuotare anche 100 vasche al giorno, nell’ umiltà di ricominciare tutto daccapo, piano piano. E poi c’è la sua grande passione per il rugby, e la fiducia dimostrata dalla Benetton e da Mallett. Lorenzo ci ha dato una grande lezione di coraggio e spirito di sacrificio, testimoniando che non bisogna mai arrendersi nelle difficoltà.”

Nonostante il percorso mondiale sia terminato il 2 ottobre scorso, il clan Cittadini non ha ancora riabbracciato il loro più celebre rappresentante: gli impegni in Pro12 con la Benetton l’hanno subito portato in Irlanda, e poi via per altri campi, trasferte e partite. La vita frenetica dello sportivo non gli ha strappato, però, del tempo per fare della beneficenza, come testimoniano i numerosi eventi benefici a cui anche Paola ha partecipato da organizzatrice. Un lavoro che fa loro onore, e che assieme al suo incredibile talento ha fatto scalare a Lorenzo la classifica degli sportivi più ammirati di Brescia. “È risultato lo sportivo dell’anno secondo il quotidiano Bresciaoggi – dice fiera Paola – Con molta sorpresa degli stessi giornalisti, che avevano proposto una rosa di sportivi bresciani di vari sport, tra cui olimpionici e stelle del calcio come Balotelli, mio fratello è stato il più votato, distaccando tutti con centinaia di preferenze.”

Ma com’è il “Citta” dietro le quinte? “È un ragazzo dal cuore d’oro, sempre disponibile con tutti. Un gigante buono e il fratello e amico che tutti vorrebbero avere”, confessa Paola, che ci parla degli hobby del fratello, giocare a scopone o briscola con gli amici, e anche della sua passione per le moto, che porta costantemente la mamma sull’orlo della disperazione. Da buon Big Boy, poi, Lorenzo è un’ottima forchetta e un gran compagnone: lo spiedo bresciano e il coniglio cucinato dalla mamma sono tra i suoi piatti preferiti. “Messa da parte la sua laurea in Economia Aziendale, il suo sogno nel cassetto è comunque quello di diventare un bravo pilone e giocare sempre al meglio a livello internazionale. Il Citta si merita di riuscire a realizzare tutti i suoi sogni; non lo dico da sorella, ma da tifosa che ha seguito sempre il suo percorso rugbistico.”

Infine, Paola manda un messaggio pubblico al fratello, sperando che ci sia anche lui tra i nostri affezionati lettori: “Lo aspettiamo presto a casa, per festeggiare le sue vittorie insieme alla nascita della nipotina Elisabetta e al matrimonio di nostro fratello Cesare, entrambi programmati ad ottobre per aspettare il suo ritorno. Auguriamoci continui la serie di eventi felici, in famiglia e sui campi da rugby!”

E allora, come mi ha detto Paola, Viva il Rugby, Viva il Citta e Viva la Famiglia!