La rubrica di Antonio Liviero, “Mischia aperta” per Il Gazzettino
L a primavera in casa Gori è carica di energie e di promesse. Di corse libere e spensierate. Il mediano di mischia del Benetton ha offerto un finale di stagione strabiliante: 80′ pieni nella notte trionfale di Newport, uomo del match a Monigo col Glasgow, partita intera da trequarti sotto il segno della polivalenza a Edimburgo, coronata da una meta.
Edoardo Gori detto Ugo, 22 anni, toscano, è il più dotato dei numeri nove di nuova generazione. E’ stato imposto precocemente, e ancora acerbo, al comando della mischia azzurra. Una fretta dettata dalla necessità di trovare l’erede di Troncon, di dimostrare la bontà del lavoro dell’accademia federale e allo stesso tempo di forzare le scelte in casa Benetton dove il giovane, in attesa di completare la formazione per l’alto livello, era ancora la terza scelta alle spalle di Botes e Semenzato.
È così che, complici gli infortuni, si è trovato a detenere un record paradossale: unico
giocatore al mondo con più test-match che partite di club. Le sue prove in azzurro
finora sono state oneste: determinato e distributore preciso di palloni. Ma per leadership
tattica, intraprendenza e personalità ancora lontano dagli standard internazionali.
Ho avuto l’impressione che non si sentisse ancora sicuro. Che la pressione e la paura di sbagliare lo frenassero. Ritornato a Treviso è apparso trasformato, sbloccato, liberato
di un peso, complice forse anche l’assenza per infortunio di Botes. Ed è venuta fuori la sua personalità: l’estro e la sensibilità che sono manna per un mediano di mischia. Una lieta sorpresa: perché lo abbiamo visto accelerare e rallentare l’azione, riorganizzare il gioco portando il pallone attorno alle mischie aperte e persino usare meno timidamente il piede.
Tanto da scavalcare Semenzato nella gerarchia interna al Benetton.
Al momento Botes gli resta superiore. Ma non è un problema per Gori. Al contrario,
essere il numero due di uno effettivamente più forte, ed avere un margine di progresso,
specie se legato all’età, migliore, ha i suoi vantaggi: meno responsabilità, meno pressione, il diritto di sbagliare senza che gli errori pesino troppo inibendolo nelle scelte. E poi credo che abbia ancora cose da imparare dal sudafricano.
La morale è semplice: lasciamolo crescere in pace, diamogli il tempo di cui ha bisogno
senza gravarlo troppo. Il resto verrà da sé. All’inizio come quasi tutti i giovani numeri nove prevarranno forse le gambe e l’istinto. Quando comincerà a usare bene anche la testa e i piedi, allora potrà non avere rivali in Italia. Ma a una condizione: dimentichi il talento, di cui è certamente dotato. Lo consideri un ostacolo e stia alla larga da chi glielo ricorda di
continuo, magari con qualche secondo fine. Come dice uno scrittore, il talento è una
botola sotto i piedi. Può essere una scorciatoia pericolosa che tiene lontano dalla costanza,
dalla disciplina, dalla dedizione e dal duro lavoro: le vere qualità che fanno emergere i campioni.




