Il lungo sentiero dell’Argentina, la strada già fatta e quell’ultimo tassello chiamato Super Rugby

L’Argentina che arriva terza ai Mondiali del 2007, l’Argentina che quattro anni dopo viene eliminata a fatica ai quarti di finale del torneo iridato dalla Nuova Zelanda che poi si laureerà campione, l’Argentina che ha una sua franchigia di giovani che giocano (e vincono, l’anno scorso, quest’anno secondi) la Vodacom Cup in Sudafrica, l’Argentina che anche ai Mondiali Juniores ottiene risultati lusinghieri , l’Argentina che ha la capacità e l’umiltà di portarsi in casa un mostro sacro come Graham Henry per consulente dell’Alto Livello, l’Argentina che con una squadra imbottita di rincalzi e giovani di belle speranze nel giro di una settimana supera Italia e Francia. Tutto questo senza mai partecipare in pianta stabile in un torneo internazionale degno di questo nome. Levandogli cioè la possibilità di crescere.
Come ben sapete dal 18 agosto non sarà più così. Quel giorno io starò finendo le mie ferie, ma soprattutto i Pumas debutteranno nel Rugby Championship, il torneo che sostituirà il Tri-Nations. I biancocelesti giocheranno così ogni anno con la nazionali neozelandese, australiana e sudafricana.
Ma non basta, la federazione di Buenos Aires vuole anche l’ultimo tassello, quello che eliminerebbe l’ultimo mattone che la isola dal resto di Ovalia: una franchigia nel Super Rugby. Se ne parla da tempo e prima o poi ci si arriverà. Quando? Probabilmente dopo l’edizione 2015. Un approdo inevitabile e giusto verso un movimento che ormai risiede stabilmente nei piani alti e altissimi del rugby mondiale. Le diplomazie sono già al lavoro e in Argentina si lavora da tempo al progetto: la UAR ha messo in pedi quattro accademie a La Plata, Córdoba, Rosario e ovviamente Buenos Aires. E i risultati già si vedono.

24 pensieri riguardo “Il lungo sentiero dell’Argentina, la strada già fatta e quell’ultimo tassello chiamato Super Rugby”

  1. qualcuno si chiede cosa hanno gli argentini che noi non abbiamo….
    Io sono vissuto per parecchi anni là, ed ho pure giocato a rugby là e credo di poter rispondere:
    hanno due cose, la prima che il rugby è stato trasmesso dagli inglesi attraverso i tanti clubs fondati durante il XIX e XX secolo. e dalle scuole inglesi che hanno mantenuto le tradizioni ed anche lo spirito dello sport.
    La seconda è che gli argentini,dalla provincia più al nord a quella al sud dove ci stanno solo i pinguini , “sentono” la patria nella stessa maniera e venerano la loro bandiera. Cose queste che in Italia nemmeno si sognano…
    E non c’entra niente che la maggioranza degli emigranti sia di origine italiana o spagnola,
    che hanno preferito seguire il football.
    Si tratta di scuola…cosa che manca dal 1800 dall’ Italia, purtroppo !!!
    Così è caro Mauro

    1. Mi sembrano due motivazioni sufficienti.
      Io peró non credo come dici te, che la nostra nazionale non riunisca tutta l’Italia, anzi credo che sia uno dei pochi successi del nostro movimento. E ti parlo da “frequentatore assiduo”. Ma rimane il fatto che effettivamente sembriamo essere poco portati per questo sport. Poi mettici la particolarità degli interessi qui nel Belpaese che impediscono ed ostacolano una visione ed un progetto generale ed hai altre due motivazioni in più.

      1. Più di tutti io credo che ci manchi l’umiltà, l’umiltà di sottometterci alla dura regola del rugby fin da piccoli. Del resto, forse, ce lo insegnano già a scuola a voler sempre trovare una scorciatoia. Sempre restando sul tema scuola, però, c’è anche da dire che, secondo me, sta proprio lì uno dei gravi limiti del nostro movimento sportivo in generale, ovvero l’educazione fisica a scuola è finalizzata a cercare di far stancare bisonti in piena tempesta ormonale e a far giocare le ragazze a pallavolo, almeno per la mia esperienza. Non si cambia mai. A me è bastato avere un professore alle scuole medie che veramente amasse il suo lavoro perché il buon 70% della nostra classe – a distanza di quasi 15 anni – fosse ancora attivamente uno sportivo. Le accademie servono se prima si accresce il legame con il territorio, e il territorio è fatto soprattutto di scuole, che sono i principali spazi d’aggregazione dai 6 fino ai 19 anni. Solo programmando il lavoro con accordi con le scuole – e non necessariamente per insegnare il rugby, ma per insegnare loro ad essere atleti e sportivi – si può pensare di diventare una nuova Argentina. Le nostre scuole snobbano in buona parte l’attività fisica, agonistica e sportiva. Chi è genitore lo sa, gli altri – come me – l’hanno invece vissuto: lo sport è visto come una grande perdita di tempo, ore rubate all’apprendimento di altre cose definite più importanti. Quando questa mentalità tramonterà, allora potremo forse cominciare a pensare a costruire il futuro Sergio Parisse, così come il futuro Manuel Contepomi, così come degli Azzurrini vincenti.

  2. Non conosco la situazione però dal campo si evince che i principi ( cultura) rugbistici in loro sono molto più radicati, da qui nasce sicuramente che chi ci lavora e il tessuto su cui lavorano è più qualificato del nostro.

  3. il concetto di “patria-nazione” e di “stato-nazione” non sempre coincidono: per francia ed argentina evidentemente il concetto patria-nazione equivale a stato-nazione, nei paesi anglosassoni europei ad esempio no: le patrie-nazioni sono scozia, galles, inghilterra, irlanda, gli stat-nazioni gran bretagna ed eire… è una analisi personale, ma ritengo che l’italia in quanto stato esista da 150 anni (in quale forma, regno o repubblica, poco importa) mentre l’italia “nazione” esista solo attorno alle “nazionali” e non nel sentimento della gente… l’immagine conosciuta dell’italiano nel mondo è alberto sordi, nanni moretti, lapo… ne è una riprova il forsennato strombazzare di ieri sera, l’italia salvata da cassano e balottelli!!!… mah! …gli argentini hanno cervello, cuore, stomaco, coglioni, orgoglio nazionale e patrio, e cultura (non solo rugbistica)… cominciamo a rivedere i nostri confini mentali, il primo, secondo e terzo mondo stanno cambiando a velocità vertiginosa, e noi non siamo più il fulcro del movimento, siamo ormai periferia…

    1. Insomma…siamo il peggio del peggio secondo la tua (peraltro davvero incisiva ed interessante) disamina….non solo rugbisticamente parlando?

  4. Gli argentini hanno i club. Polisportivi. Anglosassoni. Tradizionali. Radicati. Passano ora al professionismo, sono stati prudenti. Pochi soldi e niente ubriacature da parvenu arricchiti come è stato per noi col 6N. Il difficile arriva adesso, auguro loro di non sbronzarsi.

  5. l di là che bisognerebbe trovare qualche fonte, qualche iferimento… l’articolo sembra poco documentato…

    La franchigia este già… Seleccion de ‘URBA…. non hanno biosgno di inventarle le franchighie… giocano il campionato delle franchige dal 1945…

    Ma poi l’URBA non pè quella che solo pchi mesi “squalificò” i giocatori reduci dalla Vodacom in quanto “profssionisti” ? Adesso ha cambiato idea al punto di fare una franchigia ?

  6. Ma federaziojne di buenos aires cosa intendi UAR o URBA perchè sll’argomento hanno posizioni assai divaricate…

  7. noi dagli argentini dovemmo prendere tutto
    borges diceva gli italiani discendono dai romani ,i francesi dai galli ,noi dalle navi …
    splendido popolo ,si credono inglesi ma sono passionali come i siciliani .
    chapeau amigos !!!!

  8. URBA è la Union de Rugby de Buenos Aires (quindi come CIV per il Veneto, solo che li ogni provincia ha la sua Union non la regione) UAR è la Union Argentina de Rugby ( come la FIR per l’Italia).

  9. C’è del vero nel carattere argentino, ma non è (solo) quello. Velasco (argentino!) diceva una cosa più che sensata: non esistono elementi sportivi intrinsecamente connaturati ad un popolo (se non aggiungo io, legate a differenze fisiche: i giapponesi non sono tongani nel fisico, e c’è poco da fare). Gli italiani non erano un popolo di nuotatori e prima degli anni novanta i nuotatori italiani forti si contavano sulle dita di una mano. Poi sono arrivate le piscine ovunque, sono arrivati gli insegnanti, è arrivato un lavoro di base per invitare tutti i genitori a far nuotare i propri figli fin da piccoli, e ail risultato sono stati i Rosolino, i Fioravanti, e le Pellegrini. Non eravamo un popolo di pallavolisti, se non di seconda fascia fino agli anni ’80; poi sono arrivati i mondiali, e le world league, e gli ori e gli argenti in serie…Si può imparare tutto. E’ che ci vuole un programma di lunga scadenza, con investimenti di lunga scadenza e con l’umiltà di ammettere che se non sappiamo fare qualcosa, ci vuole gente da fuori che venga ad insegnarcela. Ma se continuiamo ad importare giocatori dall’argentina, senza gente capace di insegnare rugby ovunque in Italia, si fa poca strada. E’ che la nostra attuale dirigenza non sembra avere il coraggio di ammettere che ci vuole molto, moltissimo lavoro di base.

    1. Da sottoscrivere in pieno. I riferimenti a pallavolo e nuoto danno l’esempio perfetto di cosa significa programmare a medio-lungo termine per poter fare il salto di qualità. Il lavoro sulla base, sia per quanto riguarda la quantità (allargamento del numero dei praticanti) che per la qualità (lavoro sui singoli in età giovanile) è l’unico modo per arrivare al risultato concreto. La sinergia tra Federazione (Nazionali), club professionistici, club dilettanti e propaganda nelle scuole è la strada per giungere a ciò.

    2. Argomenti convincenti e più che sensati i tuoi, complimenti. Sono completamente d’accordo con te. Domanda: ci sarà mai un’apertura della FIR in tal senso? Io penso di no.

      1. ….abbiamo anche l’esempio di cosa succede quando una federazione fa il contrario di quello che dovrebbe fare, ed è la Federazione Italiana Tennis di Galgani. Trent’anni di favori dispensati a destra e a manca in cambio della rielezione, trent’anni con qualche successo sporadico in qualche partita di coppa Davis per dirci tra noi quanto eravamo bravi (!), trent’anni di Accademie nazionali gestite da gente che non era mai andata oltre Ventimiglia. Risultato: nemmeno un tennista degno di questo nome, mentre la Spagna, fino ai ’70 fa nostra gemella tennistica, ne sfornava a decine. Vi ricorda qualcosa?

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