L’editoriale di Gianluca Barca sul numero di All Rugby in edicola
E se rimettessimo il gioco, oltre che i numeri, al centro del progetto del nostro rugby? Dopo una quindicina di anni in cui obiettivo strategico del movimento è stato aumentare le risorse e il numero dei tesserati, allargare la conoscenza del pallone ovale presso un pubblico più vasto (tutti obiettivi, va detto, brillantemente raggiunti), accrescere le misure dei giocatori, e in qualche modo, anche i loro legittimi guadagni, adesso è arrivato il momento di tornare a parlare del rugby giocato, non solo di budget, di marketing, di comunicazione, di chili e di statura.
Che siamo cresciuti, nessuno può contestarlo, ma continuare a dirci che una volta giocavamo col Marocco e la Tunisia, talvolta con la Spagna e la Polonia, non serve più. Alla vigilia della stagione che celebrerà la nostra tredicesima partecipazione al Sei Nazioni (2012), nessuna squadra italiana ha mai passato il primo turno di una coppa europea, la Nazionale vince, se va bene, una partita su quattro, e, anche a livello juniores, fatichiamo a ritagliarci qualche vera soddisfazione. Soprattutto non esiste una scuola di gioco “all’italiana” . Le squadre italiane, siano esse club, franchigie o rappresentative nazionali, non solo vincono poco, ma provano poco, o pochissimo, a giocare un rugby di movimento: in Europa, Treviso e Aironi hanno segnato meno mete di chiunque altro e il Campionato di Eccellenza è l’unica competizione in cui ai primi posti della classifica dei marcatori di mete figurano due tallonatori. Anche ai recenti Mondiali U20, gli Azzurri sono stati la squadra che ha segnato di meno.
Se con la Celtic League pensavamo di aver risolto i nostri problemi è bene che cominciamo a guardare agli effetti che le franchigie a gestione mista hanno avuto in Galles, dove la litigiosità tra pubblico e privato resta all’ordine del giorno, la Nazionale boccheggia, i giocatori migliori si trasferiscono in Francia e gli U20 ne hanno presi 92 (a zero!) dai “Baby Blacks” a Rovigo, oltre a essere stati sconfitti dalle Fiji che, in quanto a risorse, meglio non parlarne. Se viceversa il modello che volevamo imitare era quello irlandese allora sarà il caso di cominciare a copiarne senza esitazioni e tentennamenti gli aspetti più virtuosi, a partire da un’accurata programmazione centrale, dalla quale discendono gli obiettivi delle province, delle Accademie, la gestione dei giocatori, il tutto sottoposto a rigide verifiche e all’analisi dei risultati. Quello che non funziona, si cambia. È ora che il rugby italiano, anche a livello tecnico, si dia una sola voce, che parli alle nazionali, alle franchigie, alle Accademie e ai club che ci vogliono stare. Quelli che vogliono fare da soli si arrangino. E che il gioco torni centrale nel piano strategico, più della gestione amministrativa, economica e politica del movimento. I tifosi che al Battaglini e al Plebiscito, in occasione delle finali di campionato e dei Mondiali U20, hanno fischiato sonoramente il presidente federale, dovrebbero poter spiegare quali scelte della Fir meritano la contestazione (sempre legittima) da parte della piazza, cosa le due città, la regione, avrebbero saputo e potuto fare meglio in termini di gioco e della sua qualità se la gestione fosse stata meno centrale, con quali risorse si sarebbe agito, uomini, mezzi e abilità. Viceversa restiamo perennemente ancorati alla bega di quartiere e facciamo la parte dei polli di Renzo “quelle quattro teste spenzolate le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”. Ben venga allora Jacques Brunel se la firma sotto il progetto sarà la sua, ma dobbiamo dirci finora che da solo, neppure lui potrà fare miracoli. Il rugby italiano deve scegliere: o andare tutti nella stessa direzione, senza infingimenti, opportunismi, egoismi o continuare a svolazzare in ordine sparso. Ma attenzione, esaurita la nostra proverbiale carica di simpatia, anche gli stranieri ora ci misurano sul contributo che possiamo dare alla causa dello sport. Non basta una vittoria qua e là, occorre dimostrare che sappiamo giocare e ci teniamo a farlo bene.

io ero al plebiscito, una delle cose che vengono contestate al grande capo è proprio questo, fare un sacco di politica e gran poco di rugby.
tutta la programmazione della fir è sempre basata più su basi politiche che sportive, come dimostrano i risultati ottenuti.
io posso avere un’impressione sbagliata, ma portare la nazionale nel nord est, per esempio, durante le turnee un anno si e uno no, ma solo da qualche anno, normalmente con la partita meno sentita, non è considerazione sportiva per la zona che è seconda come numero di iscritti e prima come rapporto iscritti/abitanti e che ha la franchigia più vincente, più di metà dei campionati nazionali vinti su quelli giocati, il maggior nomero di squadre in eccellenza, la zona che ti da più giocatori di reale formazione italiana in nazionale, ma un giochino politico per accontentare e pagare indirettamente quelli che lo appoggiano.
tutto questo mio commento, non è contro le altre realtà rugbistiche fuori veneto, che mi auguro crescano sempre più nei numeri e nella qualità, ma è contro chi gestisce male il movimento e mette in difficoltà chi è già “grande” e non aiuta chi deve crescere.
come ho già detto per Roma, come mai con tutta la visibilità che ha il rugby in questo periodo, nessun imprenditore ha salvato la squadra? forse perchè ai vertici intaressa solo che vada in gloria solo la nazionale, e che quindi i dindi li gestiscano loro, e gli altri si arrangino?!