Cavinato e Calvisano, oggi la presentazione

Eugenio Barboglio per Brescia Oggi

A lui è legato il primo successo, dei due, del Calvisano nel campionato italiano di rugby. Quello con ancora tutte le migliori dentro, quello prima dell’era nella quale la parola franchigia rimandava al massimo al basket Nba e mai si sarebbe pensato che potesse avere un posto anche nel rugby. Invece lo ha avuto, da quando è andata in porto l’operazione Celtic League, sono nati i superclub, le franchigie appunto, e il campionato di Eccellenza o Super 10 ha perso Treviso e Viadana e non è più stato lo stesso. Meno eccellente e meno super di quando lo vinse Andrea Cavinato.
Appunto di Cavinato parliamo, il tecnico di quel primo scudetto, la felicità più pura, perché la prima, che si sia provata nella Bassa del rugby. Quel 25-20 al Treviso, la «sua» Treviso, nel senso di Cavinato appunto, che della capitale della Marca è figlio. Figlio doc, nato nel cuore, nella centralissima piazza Duomo, da una famiglia di rugbisti imparentata con altre di rugbisti (sua mamma è una Casellato, il cognome di tanti giocatori della storia biancoverde), in quegli intrecci e filiere che solo da quelle parti, nella culla del rugby italiano, si possono trovare, ancor oggi.
A sei anni da quel trionfo Cavinato torna oggi a Calvisano. E non è, non può essere, un ritorno qualsiasi, proprio in virtù di quel precedente splendente e ancora impresso nella memoria, ma non irripetibile poiché la società dei Gavazzi e dei Vaccari, dei Vigasio e dei Casali la bissò tre anni dopo con alla guida un francese con il cognome da druido di Asterix: Marc Delpoux. Non più con Cavinato, lo «Special One» degli allenatori di rugby, come lo definiranno più tardi per via del suo “caratterino” che è notorio nell’ambiente e che lui è il primo a riconoscere: «Non sono facile da gestire, sono un terremoto», confessò la notte del trionfo di Padova.

ANDREA SE ne era andato da Calvisano due anni prima, dopo la sconfitta nella finale disputata ancora con la Benetton Treviso dell’amico ed ex giallonero Craig Green. «La responsabilità era mia» ammise allora nel dopogara del monzese stadio Brianteo, sapendo già che l’avventura nella Bassa non avrebbe avuto un seguito, era al capolinea. Che un nuovo assalto al cielo, se gli fosse ricapitato di ritentarlo, non sarebbe stato con il club bresciano. Se ne andò a Parma e poi, dopo la rivoluzione Celtic League che ridisegnò (ma succede spesso) la mappa dei campionati nazionali, di nuovo alle giovanili azzurre, dove stava anche quando, nell’estate del 2004 Gavazzi gli telefonò per affidargli le chiavi della sua di rivoluzione: tanti italiani di belle speranze con i quali riuscire dove per quattro volte si era fallito: vincere lo scudetto e raccogliere l’eredità della Concordia Brescia, rimasta irrivendicata per troppo, per trentanni. E il bizzoso architetto veneto ci riuscì, grazie ai ragazzi portati dalla nazionale junior (un’operazione che forse in qualche misura si sta ripetendo) ma anche con la precisione di Fraser, infallibile giustiziere di Treviso, con la fisicità di Ackermann e Ngauamo, con le ultime ma ancora devastanti accelerazioni di Paolo Vaccari, con la fantasia di Griffen, l’unico eroe del Plebiscito che da oggi ritroverà sui campi del San Michele.

ANCHE STAVOLTA il suo percorso arriva dalla nazionale giovanile, che ha appena guidato in un Mondiale junior chiuso con il minimo sindacale di un 11esimo posto che evita agli azzurrini l’esclusione dalla élite giovanile ma conferma che i grandi sono lontani oggi come un tempo. Come forse anche il 47enne figlio di Ennio, mediano di mischia della Treviso degli anni ’50, deve aver detto, senza i giri di parole che la sua indole non conosce, al capo della Fir Giancarlo Dondi in un polemico addio. Non lo sapevamo, ma quello del Brianteo dell’8 giugno di cinque anni fa invece era un arrivederci.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.