di Giorgio Alessandrini per Tuttosport
DICONO in Francia che l’italiano più illustre del rugby internazionale potrebbe lasciare la sua squadra e rivoluzionare il proprio futuro. L’Italiano in questione è Sergio Parisse,
capitano azzurro ma anche dello Stade Francais e infatti il problema è tutto lì, nei guai che il club più famoso e stravagante di Francia sta attraversando da un paio di stagioni e che in questo campionato sono diventati allarmanti. Non soltanto quest’anno lo Stade resterà
fuori – di nuovo – dai playoff ma con i suoi miseri 49 punti è addirittura decimo (su
14 squadre) a nove lunghezze dal Bayonne che lo precede e a 24 dalla capolista Tolosa con il Racing Metro di Pierre Berbizier, l’altro club parigino (dove si è trasferito da pochi mesi Mirco Bergamasco), ben saldo al secondo posto. Insomma, un disastro, il segno di una crisi
che dura ormai da qualche stagione.
VENDITA Tra le tante altre cose che si dicono in Francia, c’è anche che Max Guazzini abbia in mente di vendere la propria creatura e questo sarebbe clamoroso. Guazzini è il geniale imprenditore che ha trasformato le partite dello Stade in un evento, con show, fuochi
artificiali, cammelli ed elefanti sul prato, gladiatori e spogliarelliste, maglie rosa o fucsia con le orchidee o con le riproduzioni dei quadri di Warhol. E’ l’uomo che ha inventato i “Dieux
du Stade”, cioè i calendari “artistici” con i rugbysti nudi che dieci anni fa hanno aperto una strada poi percorsa da tanti altri. E’ il presidente che ha portato marketing e immagine, denari e diritti televisi, insomma è lui che ha dato la spinta per la prima rivoluzione dentro al rugby francese e poi europeo. Ma da un po’ di tempo s’è fermato. Fra le ipotesi, c’è la vendita della maggioranza delle azioni a una società austro-libanese per un aumento di capitale che risolverebbe i problemi economici e finanziari. Con il passaggio della gestione
del club a Michael Cheika, attuale allenatore della squadra.
VERTICE Conseguenza: Parisse medita di andarsene. E’ vero? Lo abbiamo chiesto a lui personalmente: «Il mio contratto scade a giugno 2012. Intendo rispettarlo. Ma domani sera (oggi, ndr) ci sarà un vertice tra Guazzini, Cheika e sei di noi, i più anziani e storici.
Lì dovremo chiarire tutto». Come mai siete così in crisi? «Otto pezzi importanti se ne sono andati alla fine dell’ultimo campionato, rimpiazzati da un paio di giovani, e molti altri si sono
infortunati. Può succedere, ma adesso serve un progetto chiaro che ci permetta di
ragionare sul nostro futuro. E che consenta anche a me di decidere come muovermi».
PROPOSTE Le offerte di sicuro non le mancano… «Si sono già fatti avanti gli irlandesi
del Munster, che sono forti e ricchi. Ma anche dall’Australia ho ricevuto due proposte per il Super 14, oltre che da altri club francesi». Ha detto “no” a tutti? «Per ora ho detto no. Ma ho 27 anni e sarei un pazzo a non valutare certe cifre. Ma cerco una soluzione che sia interessante dal punto di vista professionale, dell’esperienza, dell’ambizione. L’offerta australiana, poi, è lusinghiera ed è anche un’avventura molto stimolante. Finora ho aspettato, anche perchè nemmeno otto mesi fa è nata mia figlia e quindi non mi sembrava
il momento adatto per sconvolgere la famiglia. Diciamo così: il prossimo campionato lo giocherò a metà, perchè di mezzo ci sono i campionati del mondo ed è già previsto che chi è in nazionali salti dieci partite. Ma già dal vertice con Guazzini mi aspetto che lo Stade proponga un piano di sviluppo chiaro». Ad esempio Cheika affiancato da due argentini, Ledesma e Quesada? «Di nomi se ne fanno tanti, ma di sicuro il nostro allenatore dev’essere affiancato da nomi nuovi. Perchè un aiuto per la difesa e un preparatore atletico
sono pochi. Un tecnico per gli avanti serve eccome. In questi ultimi anni il rugby è
cambiato ed è cresciuto il numero dei club con grandi risorse e ottimi giocatori. Bisogna darsi da fare. Perso il campionato, noi cercheremo di salvare la stagione con la Challenge Cup che non sarà la Heineken (la Coppa Campioni del rugby) ma è pur sempre un trofeo
internazionale. E noi, in tutta la nostra storia, non ne abbiamo mai vinti».
