Valerio Vecchiarelli per il Corriere della Sera – Roma
Fin a oggi Roma ha potuto continuare a ospitare gli incontri della nazionale di rugby solo dietro presentazione di una promessa solenne al Board del Sei Nazioni che racchiudesse
le volontà congiunte di Comune (proprietario) e federazione (futuro gestore dello stadio) di portare avanti il progetto di riqualificazione e ampliamento dell’opera progettata da Pier
Luigi Nervi. Nel 2009 fu il sindaco Alemanno a tagliare il nastro dell’avventura di fronte a una bozza della nuova copertura e alle buone intenzioni delle Sovrintendenze ai Beni Archeologici e ai Beni Architettonici. I necessari benestare sono arrivati dopo che, lo
scorso febbraio, la Fondazione Nervi aveva comunicato, a firma del responsabile
Marco Nervi, il proprio parere favorevole alla realizzazione dell’opera con la preghiera di far partecipare al gruppo di lavoro in rappresentanza della famiglia (14 eredi) l’architetto
Pier Luigi, nipote dell’autore. Tutto bene, Comune e Fir hanno accolto la proposta, le Sovrintendenze hanno portato a termine con successo i dovuti esami e una riunione dopo l’altra sembrava possibile arrivare alla meta in tempi ragionevoli. Fino al comunicato
del consiglio federale di una settimana fa, quando tra una decisione tecnica e un approvazione di bilancio si è infilata una nota sibillina: «In mancanza di una definitiva e rapida risoluzione delle problematiche relative allo stadio Flaminio, gli incontri interni
dell’Italia nel Sei Nazioni verranno trasferiti allo stadio “Artemio Franchi” di Firenze».
Al di là dell’ironia della sorte che vede lo stadio di Firenze firmato dallo stesso progettista del Flaminio, è successo che nel frattempo la Fondazione Nervi sia tornata sui propri passi.
Da ieri in Comune aspettano che dalla riunione degli eredi Nervi esca una fumata. Di che colore non si sa, anche se esiste una sentenza del Consiglio di Stato (n. 1749 del 15 aprile 2008) che dichiara come il diritto d’autore sia riservato esclusivamente al redattore
del disegno artistico originale. Ovvero si esaurisce con l’artista. Sentenza che nessuno vuole impugnare, facendo appello alla correttezza dei rapporti e alle buone maniere. Ma se
la fumata dovesse essere nera non è detto che da domani Comune e Fir decidano di andare dritti per la propria strada e regalare alla città un Flaminio finalmente adeguato allo standard imposto dal Sei Nazioni.
