Un articolo di Giorgio Sbrocco per La Padania
È stato un Sei Nazioni senza Grande Slam (l’Inghilterra si era illusa di farcela ma non aveva tenuto nella debita considerazione la fame di vittoria dell’Irlanda), senza Triple Crown e senza Cucchiaio di legno. La Calcutta cup invece è stata assegnata all’Inghilterra che ha battuto (di poco) la Scozia a Twickenham. Ma sarebbe improprio parlare di edizione “povera” o, come di norma accade nell’anno del Mondiale, di formato “lavori in corso”. Di buon rugby se ne visto in quantità più che dignitose, soprattutto alla luce del fatto che il rugby di oggi impone comportamenti rigorosi e talvolta sparagnini quanto a dispendio di energie e, più in generale, all’amministrazione delle risorse. Qualche bella “partita vera” c’è stata e almeno in una caso (purtroppo proprio contro di noi, asfaltati a Londra dal XV di Martin Johnson) si è rivisto (e ammirato?) l’antico rituale della “tariffa”. Quanto al Sei Nazioni vetrina di astri nascenti, non sono mancate le sorprese e le conferme. Quattro nomi scelti in maniera assolutamente arbitraria ma di sicuro avvenire: la seconda scozzese Gray, il pilone inglese (di fatto un paisà) Corbisiero, l’ala gallese North (peraltro già ammirato in Celtic in maglia Scarlets) e il nostro Fabio (che d’ora in poi, da queste colonne, eviteremo accuratamente di chiamare mozzarella) Semenzato, mediano di mischia arrivato in emergenza direttamente dalla nazionale A e diventato titolare di un ruolo di fatto coperto poco e male negli ultimi tempi. Pur mancando il tanto sospirato e inseguito cappotto, il Sei Nazioni l’ha vinto con pieno merito l’Inghilterra, capace di mettere sotto, con un’autorevolezza che ben depone in prospettiva Nuova Zelanda, Galles, Italia, Francia e Scozia, prima di capitolare davanti a un’Irlanda a tratti commovente, perfetta raffigurazione del motto secondo cui “le grandi squadre non muoiono mai” e che, nell’ultima uscita ufficiale della competizione ha deciso di non concedere un millimetro agli “odiati” invasori deliziando pubblico e tifosi per l’intensità di un rugby di cui, ciclicamente, si ritiene di aver perso le tracce e la memoria. Ma che, con una certa regolarità, per fortuna di noi tutti, talvolta emerge e si lascia ammirare. E l’Italia? Un’ altra volta ultima. Quindi, diciamolo: male. Anche se non malissimo. Per pesare e valutare al meglio la prestazione di Parisse e compagni occorre, per una forma irrinunciabile di onestà intellettuale, chiarire su cosa e rispetto a cosa si tenta di elaborare una valutazione oggettiva. Gli indicatori non sono centinaia. Ma due: i numeri e la qualità del gioco espresso. I numeri hanno confermato che la miglior Italia (quarto posto) di sempre al Sei Nazioni resta quella di Berbizer del 2007. Quella, tanto per capirsi e ricordare, che chiuse con due vittorie (Galles e Scozia fuori casa) delle quali è giusto riconoscere una discretamente sostanziosa quota parte alla “disattenzione” di un arbitro (al Flaminio con il Galles) e alla follia scozzese che ci regalò tre mete di intercetto in 10 minuti, salvo poi non calciare fra i pali punizioni che avrebbero potuto generare rimonta e sorpasso. Meglio del 2011, riportano gli annali, l’Italia fece anche nel 2003 3 nel 2004. Altre cifre dicono che anche la differenza punti (-69) e quella fra mete fatte e subite (10) in altre occasioni fu migliore. Sul fatto che quella attuale sia una Nazionale che difende “bene” pesa la grandinata di punti beccata a Twickenham, che fa sballare i conti e produce una media/partita pari a -15,7, decisamente peggiore del 10.6 dell’Italia di Berbizier. Il Sei Nazioni di quest’anno verrà comunque ricordato, per lungo tempo e giustamente, per la vittoria sulla Francia. Una novità assoluta al Sei Nazioni. Che lascia alle sole Inghilterra e Irlanda il vanto di non aver mai perso con gli italiani. E il gioco? In aumento il possesso, i tempi di occupazione della metà campo avversaria e, addirittura superiori a Francia, Irlanda e Galles, i passaggi effettuati (785). Ma che il numero dei passaggi non sia, di per sé parametro di efficacia del gioco espresso, lo sanno anche i bambini del mini rugby. Che, crescendo, imparano che per avanzare con profitto esiste anche l’opzione del gioco al piede. Le statistiche del Sei Nazioni 2011 dicono che l’Italia calcia poco (e male, ma questo è un altro discorso), dal momento che affida al piede (di buoni calciatori che purtroppo non ha) solo il 30% dei possessi a disposizione. Meno della Scozia nel 21-8 di Murra -yfield (45%), del Galles e dell’Irlanda. E poi ci sarebbe da parlare del disastro in rimessa laterale. Ma almeno, quello, vediamo di risparmiarcelo. Ne riparleremo a settembre, quando partiremo per il Mondiale con Mallett in panchina e Jaques Brunel con il pre contratto Fir già firmato ad aspettare gli eventi (e se Nick e il suo proverbiale fattore C dovessero passare il turno?). Manca l’ufficialità ma la cosa sembra ormai scontata, alla luce dell’impresa con la Francia e di un Sei Nazioni che lo stesso ct ha dichiarato di considerare positivamente
