Un problema chiamato salary cap

Duccio Fumero per Finanza e Mercati

Porre dei limiti agli stipendi dei giocatori per non falsare i campionati nazionali, garantire maggiore equilibrio tra le squadre ed evitare derive che possono, soprattutto in un periodo di crisi economica, portare a fallimenti dolorosi. Il salary cap è uno degli argomenti caldi del rugby europeo, in special modo in Francia e Inghilterra dove questo viene applicato duramente. Nell’Aviva Premiership il tetto è fissato a 4.1 milioni di sterline, circa 4.7 milioni di euro. Un budget non piccolo, ma che contrasta fortemente con gli 8 milioni di euro di salary cap del Top 14,3 massimo campionato francese. Una differenza di quasi il doppio contro cui ultimamente i club inglesi, in prima linea i famosi Leicester Tigers, si stanno scagliando, chiedendo alla Lega inglese di cambiare le regole. Il motivo è l’impossibilità di competere a livello europeo, nella Heineken Cup. I numeri parlano chiaro: nella stagione 2009/2011 ai quarti di finale di Heineken Cup sono arrivate quattro squadre francesi e una sola inglese. In semifinale due francesi che, poi, si sono sfidate per il titolo vinto dal Tolosa. Quest’anno ai quarti sono giunte quattro squadre francesi e due inglesi. Il dominio transalpino è evidente e il motivo pure. Negli ultimi anni gli stipendi dei campioni, di quei giocatori che fanno la differenza in campo, sono cresciuti tantissimo. In Francia l’anno scorso i top 10 player viaggiavano su una media di circa 300mila euro annui, con Johnny Wilkinson che aTolone ne percepisce 400mila netti a stagione. Dan Carter, stella neozelandese, ha ottenuto dal Perpignan 700mila euro per soli sette mesi di contratto. E 2.1 milioni di euro in tre anni prenderà il trentunenne Bakkes Botha l’anno prossimo dal Tolone. Cifre impossibili da raggiungere per club che hanno solo 4 milioni di monte stipendi da spalmare su rose che devono essere ampie, intomo ai 45 giocatori, ma che ora vengono ridotte a 40 per non sforare il tetto. Caso emblematico quello del pilone italiano Martin Castrogiovanni. Considerato uno dei migliori al mondo nel suo molo, dopo anni di militanza nei Leicester Tigers ha avuto un’importante offerta dallo Stade Francois, che avrebbe pagato più di 500mila euro annui a fronte dei 250mila che guadagnava in Inghilterra. La fedeltà alla maglia, l’amore dei tifosi e interessi extra rugbistici a Leicester l’hanno convinto a rimanere, e con un adeguamento minimo del salario. Ma è un’eccezione, una mosca bianca in un panorama che vede il continuo esodo verso la Francia dei migliori giocatori al mondo. Quest’anno si disputa il Mondiale, appuntamento al termine del quale molti rugbisti di Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa monetizzerano il proprio valore andando a giocare in Europa (nell’Emisfero Sud i giocatori sono sotto contratto federale e hanno stipendi molto inferiori rispetto ai campionati europei). Ebbene, i primi movimenti, contatti e contratti stanno già avvenendo e tutti i giocatori puntano alla Francia, dove possono ottenere contratti superiori ai 500mila euro netti. Rendendo il divario in Heineken Cup ancora più ampio. E dall’Inghilterra, ma non solo, si inizia a chiedere l’istituzione di un salary cap a livello europeo.

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