Dunque nel calcio qualcosa si muove: il ct della nazionale Prandelli – spalleggiato dal presidente del Club Italia Albertini e dal responsabile delle nazionali giovanili Arrigo Sacchi – ha avanzato la proposta di iscrivere l’Under 21 al campionato di Serie B di palla rotonda. Una proposta che ha aperto un qualche dibattito anche nell’altra parte del mondo, quello della palla ovale. Rugby 1823 e Solorugby – ma sicuramente lo faranno anche altri – si chiedono: perché non lo fa anche il rugby? Una domanda legittima e più che sensata. Iscrivere una selezione delle Accademie alla serie A ovale non è nemmeno una idea nuova, se ne parla da un po’ e prima o poi si quaglierà.
Però forse ci di dimentica di due cose: la prima è che il rugby è già molto avanti lungo questa strada di interazione tra club e federazione. Sì, pure quello italiano , anche se con mille limiti e problemi.
Secondo: proprio per quei limiti e problemi il calcio non concretizzerà nulla di quanto si propone di fare. Si tratta di una proposta che sta al di fuori delle logiche che governano quel mondo, sia da parte federale che da parte dei club. Per qualche giorno se ne parlerà sui giornali, poi l’idea – per quanto buona – finirà in un cassetto a prendere polvere.
Quei problemi e limiti invece il rugby li sta affrontando. Magari ci vorrà più tempo che non in altri luoghi per arrivare a rendere tangibile il tutto, ma ci arriveremo. Di certo quell’idea non prenderà la polvere destinata invece all’idea di Cesare Prandelli.
La crisi del calcio italiano, dove a tener alto l’onore resta solo la multinazionale Inter, è evidente. La mancanza di giovani talenti, l’incapacità di costruire una Under 21 competitiva (siamo stati esclusi dalle Olimpiadi 2012!!!) e l’eccessivo utilizzo di stranieri rischia di portare il calcio azzurro su una china ancor peggiore dell’attuale. Ed ecco le proposte di Prandelli e di Demetrio Albertini, vicepresidente FIGC: una squadra in Serie B composta con gli azzurrini e abbassare l’età massima del campionato Primavera (oggi fissata, appunto, a 21 anni). Insomma, velocizzare al massimo il cammino di crescita dei migliori prodotti dei vivai italiani per dare nuova linfa al calcio e a tutto il movimento.
Idee che si potrebbero applicare pari pari all’ovale. Di una formazione dell’Accademia si sta parlando da mesi e, forse, per la prossima stagione si riuscirà a iscriverla in Serie A. Un primo passo, ma che non può vedere dall’altra parte la nascita di un campionato Under 23, così come non si può ogni anno modificare i tornei, passando da U20 a U19, da U18 a U19, da U21 a… boh. Ormai un atleta a livello mondiale si forma ben prima di ciò che accadeva 20 o 30 anni fa. Ormai i top team e le nazionali più forti hanno in prima squadra elementi di 19-21 anni. Rinchiuderli in campionati giovanili o in serie minori significa ritardare la loro crescita umana e sportiva, creando un gap che poi diventa quasi impossibile colmare. Come più volte sottolineato anche da Andrea Cavinato: i nostri avversari giocano in Top 14, Aviva Premiership e Celtic League; gli azzurri dell’Accademia nel campionato Under 20. Che ci sia qualcosa di sbagliato è evidente a tutti, no?

Il problema, visto dalla parte di un genitore e non di un tecnico, è che la situazione delle giovanili in Italia è estremamente disomogenea: non tutte le squadre di Eccellenza o A danno loro la stessa importanza: la società di mio figlio ad esempio quest’anno è stata costretta a catapultare under 18 che giocavano in gironi territoriali in serie A2, dove il livello non è nemmeno professionistico, con risultati scarsi. Ogni hanno si cambiano le regole, come dici tu. E si guarda sempre all’obbligatorietà con un sospiro di rassegnazione, aggiungo io: invece dovrebbe essere sempre un’opportunità di crescita. Noi ci lamentiamo molto della federazione (anch’io eh!) ma per me bisogna ampliare il vivaio dalla base, conosco tanti genitori e dirigenti giovanili che si fanno un mazzo così, scusa l’espressione, e società il cui unico pensiero è la squadra di serie A o B: invece più si allargherà la base più automaticamente si chiuderà quel gap con gli altri paesi. Ti assicuro che in Piemonte strappare ragazzini al calcio è ancora un’impresa quasi impossibile.
Ciao monica. Credo a tutto quello che dici e penso che tu abbia non poche ragioni. aggiungiamoci anche un trend demografico che non aiuta nessuno e la fotografia è bella che fatta. Però dobbiamo pensare a quello che era la situazione solo dieci anni fa. Io credo che siano stati fatti dei grossi passi avanti. poi, certo, tutto è migliorabile e pefrettibile, e di errori ne sono stati fatti…