E’ passata un po’ troppo inosservata la vittoria delle ragazze di Di Giandomenico a La Spezia contro il Galles nella terza giornata del Sei Nazioni. Perché l’Italia dell’ovale femminile andrebbe sistemata meglio sulla bilancia delle prestazioni per essere pesata in maniera equilibrata. Troppo impegnati a spingere la squadra di Mallett a caccia di un successo che allontani il Cucchiaio di Legno, ci dimentichiamo che questo gruppo ha battuto 12-8 il Galles dopo averlo fatto in casa loro l’anno scorso. Eh sì, perché nel 2010 le ragazze di Di Giandomenico hanno vinto nel tinello delle Dragone (successo storico per il rugby azzurro a tutti i livelli) e perché poi hanno anche pareggiato contro la Scozia a Colleferro (in provincia di Roma).
“Il successo di settimana scorsa è uno stimolo per noi e per l’intero movimento nazionale – spiega Di Giandomenico raggiunto telefonicamente -. E’ un riconoscimento per le ragazze che hanno lavorato tanto per ottenere questo risultato“. Anche perché bisogna un attimo fermarsi e considerare che Zangirolami e compagne professioniste lo sono, certo. Professioniste di vita. Perché il rugby è una delle tante attività che portano avanti giorno dopo giorno. Sono anche mamme, mogli, fidanzate e lavoratrici dal mattino alla sera nei rispettivi settori. Non sono come Parisse e soci che dello status di professionisti possono godere di ogni privilegio. “Di solito le ragazze vengono da me, mi spiegano quanti giorni hanno di ferie e poi di conseguenza organizziamo i ritiri. Cerco di andare incontro il più possibile a tutte” – rivela il commissario tecnico azzurro.
Da qui si piantano le radici per creare un gruppo unito, granitico, privo di oriunde ed equiparate non per razzismo sicuramente. Una famiglia con sani principi insomma. “Il rapporto tra me e le ragazze è basato sulla totale fiducia – continua Di Giandomenico -. Una volta ottenuta questa, si ha la più totale disponibilità a lavorare su un progetto. Sono caparbie, attente, professionali. Direi che se si conquista la loro fiducia sono più disponibili degli uomini a seguirti e a cercare ogni giorno il miglioramento in più che poi può fare la differenza“.
Dalle parole ai fatti. Prendete l’esempio di Giuliana Campanella. Ha raggiunto i 50 caps azzurri, vive inNuova Zelanda con il marito Bevan e i due figli, però quando inizia la stagione del Sei Nazioni si trasferisce a Messina (sue terra d’origine) per un paio di mesi con i pargoli e si mette a disposizione della Nazionale. Il movimento femminile in Italia è in espansione pur restando comunque ancora di nicchia. Le praticanti sono circa 6000, 10 le squadre che partecipano al massimo campionato nazionale. Però sta salendo l’impatto del rugby a 7 giocato su metà campo. Non è quello che vedremo quindi alleOlimpiadi. Però è formativo per introdurre le nuove appassionate prima di “buttarle” su un terreno a 15. Sono più di 40 le squadre che partecipano a questa nuova versione. Realtà sparse per l’Italia a macchia di leopardo: dalle tradizionali come il Veneto, passando per il Beneventano, la Brianza, Roma, il Parmense e, seppure in forma embrionale, le Marche.
Di Giandomenico è approdato sulla panchina della Nazionale nel 2010 e quindi vanno ascritti anche a lui i meriti di questa crescita dell’Italia. Lui che è un tecnico federale, segue anche i giovani Under 15 eUnder 16 dell’Emilia Romagna oltre che insegnare per formare nuovi tecnici italiani. “Perché il movimento italiano in generale – spiega – se vuole emergere a livello internazionale dovrebbe partire da loro, da chi insegna rugby“. Poche parole, molto da trasmettere. Le accademie sparse sul suolo nazionale (Mogliano, Parma e Roma per l’Under 18, Tirrenia per l’Under 20) sono i banchi di prova per formare e specializzare gli atleti. Poi serve il salto di qualità che per il movimento femminile sarebbe magari la qualificazione ai Mondiali del 2014: “Ci stiamo lavorando, è un obiettivo a cui teniamo moltissimo” – aggiunge Di Giandomenico. E sarebbe un miracolo visto che, tanto fare un po’ di raffronto numerico, le praticanti in Inghilterra sono di più dei praticanti (uomini) in Italia. Il rugby femminile è affar serio a quelle latitudini.
Qui da noi si viaggia su cifre più contenute a livello di giocatrici e pubblico, però l’atmosfera è da incorniciare. Il terzo tempo, in fin dei conti, si gioca anche tra le donne. Con l’aggiunta di qualche passeggino in più.
