Andrea Lo Cicero ha concesso un’intervista a Sicilia on Line. Questo ne è un estratto…
Nipote d’arte, quando e come ti sei avvicinato al mondo della palla ovale?
Furono proprio mio zio Michele (giocatore dell’Amatori Catania, n.d.r.) e un mio insegnante, Nino Puglisi, a spingermi dalla canoa e dalla pallanuoto, che praticavo allora, al rugby. Avevo 15 anni ed ero già grandicello per questo sport. Avrei dovuto cominciare prima, in effetti. Anche se, una volta cominciato, non ho più smesso.
Hai giocato in tante squadre: Catania, Bologna, Rovigo, Roma, Tolosa, Aquila e Parigi. Quali sono le differenze tra tutti questi team?
Beh, innanzitutto, le differenza sono tra le varie città. Se c’è una cosa che ho imparato, in tutti questi anni, è che quello che offriamo noi al sud, sia nel bene che nel male, è unico. In nessun’altra città ho mai trovato le stesse cose. Di positivo, c’è che abbiamo smesso di distruggere i nostri centri storici: questa è una cosa che, adesso, fanno al nord, purtroppo. Di negativo c’è che non abbiamo mai cominciato a rispettare le nostre strutture sportive, costate fior di milioni e poi abbandonate totalmente a se stesse. Questo al nord non succede, invece.
Al tuo rientro nella nazionale italiana, dopo due anni di assenza, durante il primo dei test match di novembre, allo stadio ti aspettava uno striscione con su scritto “Dio c’è, Lo Cicero…pure”: chi sei, dunque? Il Barone, La Machine o Dio?
Ah, ah, ah…Nessuno dei tre. Io sono un giocatore che ha un profondo rispetto del suo ruolo e che, in campo, dà tutto se stesso. Inoltre, mi sforzo di dare il buon esempio anche quando sono fuori dallo stadio. E questo la gente lo sa. Tutto qui.
La stessa gente che ama l’Italia del Rugby nonostante collezioni più sconfitte che vittorie: perchè?
Bella domanda: è un mistero anche per me e per i miei compagni. Immagino che alla gente piaccia l’atmosfera che si respira durante l’incontro e anche (e soprattutto, magari) il terzo tempo delle partite. Ciò nonostante, noi dobbiamo assolutamente cambiare rotta e cominciare a vincere. Non possiamo mica fare di nuovo la stessa figura che abbiamo fatto sabato scorso (il 12 febbraio, n.d.r.) contro l’Inghilterra.
