Il “grande boh” verso cui corre il rugby italiano

Domenico Calcagno è una delle grandi firme del giornalismo rugbistico (e non solo) italiano. Oggi sul Corriere della Sera firma questo corsivo, intitolato significativamente “Le automete del rugby”

Sette giorni dopo la Caporetto di Twickenham e a sei dalla partita con il Glles che sta assumendo i contorni di una specie di giudizio di Dio, il rugby italiano fa quello che gli è sempre riuscito meglio: litiga. Le annunciate sinergie tra federazione, e dunque nazionale, e franchigie (Aironi, in campo oggi contro i Dragons, e Treviso, battuto ieri 18-34 dagli Ospreys) funzionano come le rimesse laterali degli azzurri contro l’Inghilterra. Guidi, tecnico degli Aironi aggregato allo staff azzurro, non lavora più con gli Aironi. Le franchigie accusano la federazione di non avere ancora versato i contributi per la Celtic (2,5 milioni cadauna), la federazione risponde di averne versato già il 50%. Insomma, lo spettacolo è quello che è e il primo Sei Nazioni dell’era Celtic, che doveva essere di svolta, rischia di finire come gli altri se non peggio, con conseguente cambio della guardia anticipato in panchina tra Mallett e Brunel (in autunno c’è la Coppa del Mondo). L’Italia non è mai stata e non è una potenza del rugby. Ha la fortuna di giocare il Sei Nazioni, poche prospettive (l’under 20, otto giorni fa, ha perso 75-3 con i ragazzi inglesi), probabilmente nessuna se le componenti non smetteranno di infilarsi le dita negli occhi. Avanti così, la risposta alla domanda posta dal giovane Goffredo Mameli nella prima strofa dell’inno (dov’è la vittoria?) continuerà a essere una sola: boh.

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