Un estratto dell’articolo di Marco Pastonesi pubblicato oggi su La Gazzetta dello Sport
Flood è la mente, Ashton il braccio. Flood è il regista, Ashton il metaman, il metador. Flood usa i piedi per calciare, Ashton per volare. Ieri Flood ha fatto sei su sei, cioè ha messo dentro un calcio su uno e cinque trasformazioni su cinque, Ashton ha segnato quattro mete.
L’alluvione Flood ha una serie di nomi di battesimo che vale una linea di trequarti: Tobias
Gerald Albert Lieven, ma per fare prima basta Toby. Ashton di nomi ne ha uno solo, Christian, per fare prima basta Chris, e sempre per fare prima il cognome viene accorciato in Ash. A forza di fare prima, velocità e immediatezza sono diventate le loro qualità vincenti. Flood significa alluvione, e ieri il suo gioco ha alluvionato l’Italia, invece Ash-ton significa «tonnellata di cenere», ma Ash-try vuole dire «portacenere» e anche «meta di Ash». Flood è soprannominato Floody, ma il mediano di mischia Ben Youngs lo chiama «the head boy», il ragazzo con la testa, invece Ashton i soprannomi se li sta guadagnando adesso, e si accettano proposte.
Testa e gambe Flood ha 25 anni, è del Surrey, in lui c’è qualcosa di sassone tant’è vero che
sua madre è tedesca, è alto 1.91 per 93 kg, ha le spalle strette e, come dice Youngs, tante idee per la testa, invece Ashton ha 23 anni, è di Wigan, che sta vicino a Manchester, ha la pelle bianca color latte e i capelli tra il biondo e il rosso, è alto 1.86 per 92 chili, ha le spalle
larghe e soprattutto è spesso e, come dicono tutti i compagni, ha la testa sulle spalle. Flood
ha cominciato a giocare da ragazzino a rugby a XV, ma prima si dedicava all’atletica e al
cricket, ha debuttato in Nazionale cinque anni fa, e il suo maestro è stato nientemeno che
Jonny Wilkinson alla King’s School di Tynemouth, la sua prima squadretta. Ashton ha
cominciato a giocare da ragazzino ma a rugby a XIII, e c’è da giurare che sarebbe riuscito in
qualsiasi altro sport, solo che ha respirato rugby, in casa, in famiglia, fin dalla culla.
