Marco Pastonesi su SportWeek
Twickenham sta al rugby come San Pietro ai cattolici, la Mecca ai musulmani, il Macchu
Picchu agli Incas e il Maracanà ai tifòsi di calcio. La Casa, la Cattedrale, il Monumento.
Il massimo. Era “il Campo dei cavoli”, è diventato ‘”il Quartiere generale”, si è trasformato
in Twickers. Un’arena da 82 mila posti (la seconda in Inghilterra dopo Wembley, la quarta in Europa), un prato destinato solo all’ovale, e dentro, negli intestini di questa città-nella-città abitano un albergo a cinque stelle, un museo e poi bar e negozi, oltre a un labirinto di sale e spogliatoi. Un luogo di culto e cultura, un’icona, un maestoso centro sportivo e sociale, finanziario e commerciale.
E pensare che all’inizio del ‘900 quest’area a Sud-Ovest di Londra ospitava un mercato di frutta e verdura. Costruito nel 1907 (le prime tribune accoglievano 20 mila spettatori), inaugurato il 2 ottobre 1909 con Harlequins-Richmond, battezzato il 15 gennaio 1910 con Inghilterra-Galles, oggi Twickenham è riservato alla nazionale inglese e si apre solo per speciali eventi: il Mondiale, la tappa inglese delle World Series di rugby a sette, le gare interne del Middlesex sempre a sette, la finafe della Premicrship (massimo campionato inglese), il Varsity Match (derby fra le università di Cambridge e Oxford), la Daily Mail
Cup (finale del torneo scolastico) e l’Army Navy Match (finale del campionato militare). Più varie ed eventuali, fra cui i concerti di Rolling Stones, U2 e i congressi dei testimoni di Geova.
Twickenham vale un viaggio, un pellegrinaggio, una trasferta. E una meta. È anche un’iniziazione, lo è stato ieri, lo sarà anche domani. «A fine Anni 50, venni convocato in una selezione italiana contro una selezione inglese», così Giancarlo Dondi, presidente della Federazione italiana rugby, ricorda la sua prima volta nel tempio del rugby «Non giocai e andai in tribuna, ma l’emozione fu incredibile. Mi sentivo quasi imbarazzato. Eravamo tutti consapevoli di essere entrati in un luogo mitico, forse mitologico: l’Olimpo». «Fine Anni 60. selezione italiana contro gli Harlequins», scava Marco Bollesan. 47 caps in Nazionale, poi allenatore e team manager. «Non solo era la mia prima volta a Twickenham, ma anche a
Londra. Londra mi sembrò grande, Twickenham immenso. Saloni enormi, corridoi infiniti, spogliatoi esagerati. E la maglia già appesa al piolo, come esposta su un altare. Loro venivano da sinistra, noi da destra. I tacchetti pestati per terra suonavano come una grandinata. Quando l’arbitro fischiò, entrammo insieme in campo. E il pubblico ci applaudì come se avessimo trionfato, invece rappresentavamo solo l’ultima provincia dell’impero. Eravamo confusi, commossi, emozionati. Come già sotto di una meta. I primi IO minuti li passai in trance, giocavo solo con il corpo, non facevo che correre e placcare. Che partita.
Finì in pareggio. E adesso che ci ripenso, mi viene ancora la pelle d’oca».
«Il 17 aprile 1985, Inghilterra B-Italia, primo match ufficiale fra i grandi», certifica Lino Maffi, tecnico federale. «Pranzo ufficiale prima del match, non dopo. Impressionato dal
cerimoniale, rigorosissimo: discorsi dei due manager, saluti ufficiali delle due delegazioni,
quindi l’omaggio alla regina liberò i convitati a poter finalmente bere. Con “i vini classici di Montalcino”, come scritto sul menu che custodisco. Eravamo nella Rose Room. Finì 21-9».
Eppure pochi ricordano che, fra i piccoli, a Twickcnham l’Italia aveva già giocato e vinto, l’unico successo italiano nella storia. «Nel 1984, Under 16, Inghilterra-Italia 3-6, e chi se lo dimentica?», sospira Alessandro Moscardi, che poi nella Nazionale maggiore avrebbe collezionato 44 presenze. «Lentamente Twickenham ci è diventata familiare», continua
Dondi. «L’8 ottobre 1991 per la Coppa del Mondo. 36-6 per loro, nella conferenza dopo il match il capitano Will Carling ci accusò di antigioco, ma solo perché pensava di batterci più pesantemente. Ci tornai al Cinque Nazioni per un’Inghilterra-Francia e ritrovai
quell’atmosfera che si respira solo lì. E quando debuttammo nel Sei Nazioni, 80-23, capii che dai maestri non si finisce mai di imparare».
E c’è anche chi ha sostituito il Giuriati o il Battaglini proprio con Twickenham. «Quando smantellarono le tribune in legno, gli amministratori lanciarono una sottoscrizione», racconta Antonio Scanziani, milanese. «Versando una quota variabile tra mille e 5
mila sterline si aveva diritto, per 10 anni, a una prelazione sull’acquisto del biglietto per un certo posto. Siccome avere un biglietto a Twickenham era un’impresa impossibile, in questo modo finalmente ci si riusciva. L’acquisto del biglietto permetteva anche di non pagare sovrapprezzi per la prevendita, parcheggiare la macchina nello stadio (gratis), mangiare
e bere (pagando, s’intende) nel club. Feci due sottoscrizioni, ciascuna di 2 mila sterline, nella tribuna di fronte a quella dei reali. Andai avanti dal 1991 al 2001. E quando non ci potevo andare, facevo felici parenti, amici e clienti. Alla scadenza della convenzione, che coincise con la fine dei lavori, mi restituirono i soldi: come d’accordo, 40 sterline invece delle 4 mila. Ma per Twicenham, questo e ben altro».
