Stefano Semeraro su La Stampa
Ìl premier inglese David Cameron non ama la multiculturalità, la ritiene un esperimento fallito, ne ha paura, teme che i rigurgiti integralisti delle ex-colonie dell’ex-Impero possano corrodere la salute sociale e la sicurezza della madre patria. L’uomo che governa la nazionale inglese di rugby, il Commander of the British Empire Martin Johnson, capitano
dei Bianchi campioni del mondo nel 2003 in Australia, la pensa diversamente. È costretto
a farlo. Anche la palla ovale ormai è una Creatura globale – la Francia esibisce addirittura un n.10 di origine vietnamita, Trinh Duc – e sir «Jonno», che ha evidenti rassomiglianze
con l’essere assemblato dal dottor Frankestein, ha capito che per rivitalizzare il rugby massiccio ma stantio dei Maestri occorrono scosse dall’emisfero Sud, la metà vincente del cielo rugbistico. Nella tattica e negli uomini.
Inghilterra e Italia si incontrano oggi in uno dei templi della tradizione inglese, l’ex-campo di cavoli chiamato Twickenham, e sul prato, fra titolari e panchinari, ci saranno ben 14 giocatori di nascita australe, e in totale 17 venuti alla luce fuori dai confini patrii.
L’Inghilterra, lo si è visto nei test-match di novembre, sta cercando di «meridionalizzarsi», di giocare a rugby e non alla guerra, più fantasia e meno trincea, e per riuscirci conta (anche) sui muscoli maori di Hape al centro e sul fosforo del tallonatore Hartley, due
nati in Nuova Zelanda. In panchina scalpita il sudafricano Hendrie Fourie, e del giro della
nazionale della Rosa – che ha un allenatore dell’attacco australiano, Brian Smith – fanno
parte l’altro «kiwi» Ricky Flutey e il panterone di Trinidad Delon Armitage, tagliato
fuori dal Sei Nazioni solo da una squalifica. Simon Shaw è nato in Nigeria, mentre la novità
di ieri, il debuttante pilone dei London Irish Alex Corbisiero, sostituto in prima linea
dell’acciaccato Sheridan, è addirittura – orrore, per i tradizionalisti british – un mezzo
paisà. I suoi emigrarono da Napoli negli States negli anni ’50, suo padre a New York ha trovato una moglie inglese, lui, 22enne nato nella Grande Mela, ha spinto le prime mischie a
New York prima di emigrare in Gran Bretagna. Un altro segno dei tempi, visto che negli
Usa, la cui nazionale affronteremo nel girone dei prossimi Mondiali, il rugby sta conoscendo
un boom: è il terzo sport più in crescita degli States dopo il softball e l’hockey su ghiaccio, con un aumento di praticanti dell’8,7 per cento solo nell’ultimo anno. Un mondo alla rovescia che l’Italia conosce bene. Fra i 22 a disposizione di Mallett oggi, sette, compreso
capitan Parisse, sono nati in Argentina, due (Geldenhuys e Del Fava) in Sudafrica, due (McLean e Burton) in Australia, uno (Barbieri) in Canada. Decidete voi se è un conforto sapere che l’ennesimo mediano di mischia dell’Italia, Fabio Semenzato, che oggi rimpiazza Canavosio, è cresciuto a Paese, provincia di Treviso. Paese che vai, Italia che trovi. Almeno si spera.
